CASO NAZIONALE

D’Alfonso smentisce D’Alfonso: «il Senato non c’è». Ma già firma leggi e incassa stipendi

Lui spiega: «non resto per me ma per la coalizione e perchè ho cose da fare»  

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D’Alfonso smentisce D’Alfonso: «il Senato non c’è». Ma già firma legge e incassa stipendi

 

 

ABRUZZO. «Il Senato non c’è ancora, perchè per me il Senato non è il bar del Senato. E’ il luogo produttivo delle leggi».

 

Così ieri mattina in Consiglio regionale il presidente- senatore Luciano D’Alfonso è tornato sulla questione della incompatibilità delle due cariche che ricopre, così come sancito dalla Costituzione.

Dunque se le leggi non si fanno è come se il Senato non esistesse, secondo lui, anche se D’Alfonso è stato ufficialmente convocato già 4 volte a Roma, ha già votato (almeno 2 volte), ha percepito regolarmente due stipendi per un totale di quasi 24 mila euro (rinunciando all’indennità da governatore), ha già la sua bella pagina dedicata sul sito del Senato.

E proprio da lì emerge che, in qualità di senatore sta già lavorando e ha presentato, come cofirmatario, tre disegni di legge.

Il primo su disposizioni in materia di produzione e vendita del pane (primo firmatario Mino Taricco), un altro per l’introduzione nel codice penale di articoli di legge  in materia di prevenzione e contrasto del fenomeno dei matrimoni forzati, il terzo su misure per il contenimento del consumo del suolo e il riuso del suolo edificato.

Dettagli non ce ne sono ma quest’utlimo ddl richiama, almeno per assonanza, la famosa legge 40 della Regione Abruzzo che ha introdotto norme sul recupero del patrimonio edilizio, su destinazioni d'uso e sul contenimento dell'uso del suolo.

Una legge, tra l’altro, impugnata pure dal Governo Gentiloni e che ha prodotto feroci critiche degli ambientalisti in regione per una serie di rischi che andava a creare (l’abitabilità di scantinati per esempio che di solito si allagano…).

Ma quella è un’altra storia.

 

 

«RIFLETTIAMO, NON COSTA NULLA»  

Dopo il salvataggio in extremis, per un solo voto, da parte del Consiglio regionale secondo cui non sussiste alcuna incompatibilità («quei 16 consiglieri sono il male d’Abruzzo», ha detto Gianluca Zelli, di Azione Politica), D’Alfonso è tornato a ripetere la sua versione:  «riflettiamo insieme», ha detto ai consiglieri, «perchè non costa nulla riflettere».

Nelle sue argomentazioni simil giuridiche il neo legislatore può andare avanti perchè -dice- l’incompatibilità «sussiste nel momento in cui c’è un conflitto di interessi» e il senatore «si fa una legge a favore del sedime territoriale regionale» nel quale è governatore.

Ed in questo caso nulla è ancora accaduto perchè, come ha ricordato, «sono stato convocato solo 4 volte» (ovviamente nell’aula del Senato, che esiste eccome).

Il suo voto da senatore è servito per eleggere il presidente del Senato e i componenti del Csm. E da senatore ha assistito anche ad un dibattito insoddisfacente sulla Siria: «non di quelli che mi aspettavo e che si leggono sui libri di storia».

 

 


MA L’ABRUZZO CI GUADAGNA?

E mentre in Regione ormai chiunque gli chiede di decidere (pure gli alleati di Mdp che stanno per perdere la pazienza), mentre Forza Italia lancia petizioni on line e M5s porta la questione in Tribunale, mentri le reti Mediaset lo prendono in giro sul numero di sederi che ha a disposizione... D’Alfonso prova  a spostare il termine della questione e pone a tutti un interrogativo, di quelli seri: «ma l’Abruzzo ci guadagna o ci rimette» con l’allungamento della legislatura «anche nel lasso di tempo breve che è consentito?»

 

Lui una idea se l’è fatta e ha anche spiegato che l’interesse a che «il Governo regionale duri più a lungo non è una questione individuale».

Lui ormai non sa più come dirlo: «voglio concludere delle cose, devo  chiudere una partita con Ferrovie che non è replicabile».

E se da un lato si vanta di essere «sempre molto chiaro» («ed è per questo che vengo assolto nei processi») non chiarisce, però, che ormai da due mesi firma provvedimenti a manetta, nomine a go go, e solo qualche giorno fa ha fatto entrare nel suo staff 15 neo collaboratori a 1.600 euro al mese, come ha ricostruito Lilli Mandara sul suo blog.

 



«Non c’è una questione individuale», ripete, «se dura è meglio per la coalizione.  Io potrei togliere il disturbo ieri mattina» ma è già domani....

E poi ricorda ancora e ancora che «esistono precedenti allungamenti artificiosi», quello della giunta Chiodi (ma non c'entra nulla l'incompatibilità), e che certi attacchi non dovrebbero arrivare   «da chi è stato artefice di questo allungamento» mentre comprende le «ragioni di un movimento che si sente con il vento in poppa».

Insomma alcune delle logiche del neo senatore già famoso in tutta Italia iniziano ad essere chiare anche oltre i confini regionali: le norme si interpretano sempre e si applicano quando proprio si è obbligati; si può dire qualunque cosa basta vestirla di una forma pseudo erudita o colta non importa se impopolare, controproducente, irritante e magari anche contro legge; tirare dritti sempre; andare veloce a tutti i costi...

Il principio che le riassume tutte però è quello che dice: «è necessario infrangere le leggi per interesse pubblico» che poi nella pratica si traduce con la «rottura» della legge costituzionale perchè «l'Abruzzo ci guadagna».

Non si hanno più notizie della laurea in giurisprudenza del neo senatore ma sarebbe interessante conoscere il parere del suo relatore circa le teorie di filosofia del diritto dalfonsiane.   

 

 

IL BRACCIO DI FERRO INFINITO

Antonio Macera, segretario regionale Abruzzo per il Pci, prova a chiamare in causa leggi e regolamenti per smentire il ragionamento inamovibile di D’Alfonso. Ed anche a questo giro, c’è sta starne certi, il presidente -senatore resterà fermo sulla sua posizione, così come i 16 chelo hanno ‘salvato’.

Macera ricorda che il regolamento del Senato, all’articolo 1 dispone che “I Senatori acquistano le prerogative della carica e tutti i diritti inerenti alle loro funzioni, per il solo fatto della elezione o della nomina, dal momento della proclamazione se eletti ...”.

Inoltre la Corte d’Appello de L’Aquila, con provvedimento a firma del presidente dell'Ufficio elettorale regionale, il 19 marzo 2018 ha proclamato i sette senatori abruzzesi eletti il 4 marzo scorso alle elezioni politiche (fra i quali ovviamente D’Alfonso), che per questo hanno acquisito il diritto all'immunità connesso allo status di parlamentare, ed hanno acquisito ogni altra “prerogativa della carica e tutti i diritti inerenti alle loro funzioni”.

E qui non è che si fa distinzione se il senatore fa leggi o va al bar. Il senatore è senatore.

Per unanime orientamento, la dottrina costituzionalistica sostiene che lo status di membro del Parlamento per i senatori si acquisisce al momento della proclamazione della elezione.

La Costituzione e la legge ordinaria dispongono l’incompatibilità della carica di parlamentare con qualsiasi altra carica pubblica elettiva; dunque, anche con quella di Presidente di Regione.

Insomma  la legge è la legge ma in questo caso "sarebbe" la legge...

«Cosa diavolo c’entra il Consiglio regionale d’Abruzzo in questa vicenda?», chiede Macera. «L’incompatibilità fra la carica di presidente di Regione e quella di senatore è sancita dalla legge e non sembra possa essere stabilita o negata da un Consiglio regionale. Il Parlamento con il voto sulla vicenda della nipote di Mubarak ha fatto scuola ed i 16 consiglieri regionali abruzzesi che hanno votato per l’incompatibilità ne sono stati gli allievi migliori».

Ma quei magnifici 16 hanno voluto comunque esprimere formalmente con un voto la loro volontà.

E, se non di fronte alla legge, di sicuro agli elettori dovranno prima o poi risponderne.

Tanto c’è sempre una elezione dietro l’angolo e questo spettacolo prima o poi si dovrà pagare.