STRANO MA VERO

Inail, 70 miliardi di euro che le imprese non sanno o non vogliono riprendersi

Premi assicurativi pagati in eccesso che hanno portato un attivo gigantesco ma non previsto dalla legge

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Inail, 70 miliardi di euro che le imprese non sanno o non voglio riprendersi

 

 

 

ABRUZZO. L’Inail richiede contributi superiori al suo fabbisogno e migliaia di imprenditori potrebbero richiederli indietro. Si tratta di una vera e propria montagna di soldi indebitamente incamerati dall’ente che assicura le imprese dagli infortuni sul lavoro.

Al momento non c’è piena coscienza di questo fatto e, da più parti, non c’è molta voglia di “pubblicizzare” questo particolare scomodo che se divenisse di dominio pubblico  potrebbe causare un vero terremoto per le casse dell’Inail ma anche dello Stato che così incasserebbe meno.

 

Ha dimensioni mastodontiche l’operazione che l’Associazione per la Tutela delle Attività Economiche, presieduta da Alessandro Bonzio, ha intenzione di portare a compimento nei prossimi mesi e che potrebbe scardinare un sistema conosciuto. L’idea è quella di mettere su una class action per recuperare le cifre che non dovevano essere richieste e che ora potrebbero essere una inaspettata boccata d’aria per imprese in crisi. 

Partiamo dai numeri: secondo l’associazione ogni contribuente della Gestione Industria avrebbe il diritto di  richiedere la quasi totalità di quanto pagato nel periodo 2007-2016.

Una montagna di soldi che dovrebbero dunque tornare ‘a casa’.

Ad esempio, nel caso di un'azienda che ha regolarmente corrisposto 1.000 euro di premio ogni anno dal 2007 al 2016, potrebbe rivendicare oltre 9.000 euro, mentre una che ha corrisposto 1 milione all'anno potrà rivendicarne 9 milioni.

E questo per il semplice assunto ribadito anche dalla Corte di Costituzionale che l’Inail non potrebbe avere utili ma chiudere il bilancio in pareggio, cioè incassare premi in proporzione alle spese.

In tempo di crisi ricevere questa notizia non capita tutti i giorni. Non si tratta di una bufala ma di un combinato disposto tra norme vigenti e giurisprudenza consolidata.

 

UN CASO CHE PARTE DALL’ABRUZZO

Questa teoria ha radici lontane e parte da una causa di lavoro del 1989 seguita dall’avvocato pescarese Giuseppe Castelli il quale difendeva una ditta di Chieti che era riuscita ad ottenere in primo grado e in secondo grado un risarcimento dall’Inail per premi e contributi versati con un tasso specifico aziendale illegittimo in eccesso.

Un risarcimento di 21 milioni di vecchie lire dopo la prima sentenza  e quasi 35 milioni di lire in appello.

In pratica il tribunale riconosceva che il tasso specifico aziendale, necessario a calcolare il premio di assicurazione con riferimento al rischio di infortuni e malattie professionali, comprendeva una riserva sinistri della quale si doveva tener conto soltanto se si fosse verificato un qualche infortunio nell'impresa assicurante e nel periodo preso in considerazione.

 In Cassazione, però, non c’è stato lo stesso risultato ma per evitare il default dell’Inail i giudici hanno affermato «la necessità' di salvaguardare l’equilibrio finanziario dell’assicuratore» e spalmare su tutte le imprese l’aggravio.

Un concetto preciso che sembra affermare la giustezza dell’azione che tuttavia non può trovare soddisfazione per evitare tracolli finanziari (tra le altre cose solo ipotizzati e non provati).

Da quella causa del 2001, comunque, sono passati tanti anni e la palla è passata in mano al figlio dell’avvocato Castelli, Matteo, che da più di 5 anni dice, leggi alla mano, di essere in grado di far recuperare i soldi versati e sollecita sindacati e associazioni (Confindustria, compresa) che però sarebbero rimaste inermi per salvaguardare altri «equilibri»  non meglio identificati.

Equilibri che valgono evidentemente milioni -se non miliardi- e cifre ingenti per ogni singola impresa che si potrebbero recuperare.

Tutti gli interlocutori si sono dimostrati interessati ma svogliati nell’attivarsi per incamerare le cifre versate ma non dovute.

Si parla di 70 miliardi di euro che potrebbero essere restituiti a tutti quelli che corrispondono un premio alla Gestione Industria, che -oltre agli industriali- include artigiani, commercianti, altri soggetti del terziario, banche e assicurazioni. 

 

«Alcune delle molteplici associazioni che abbiamo contattato», racconta Castelli, «hanno detto che non promuovono azioni contro la Pubblica Amministrazione, altre si sono dichiarate in conflitto di interessi, in quanto loro rappresentanti sono coinvolti in organi dell'Inail o parte dei contributi dei loro associati vengono raccolti proprio dall'Inail, molte altre hanno preso tempo per valutare la questione, senza tuttavia fare seguito».

Si direbbe che l’avvocato sia troppo ottimista ma è tutto vero confermato da leggi, sentenze e persino dall’Inail stessa.

 

PERCHE’ SUCCEDE

Gli industriali, gli artigiani, i commercianti e altre aziende del terziario pagano un premio alla Gestione Industria dell'Inail. Secondo Cassazione, il premio ha la funzione «esclusiva» di finanziarne la «spesa effettiva», mentre «l'utile» ne è un fattore estraneo. Ciononostante, ogni anno la Gestione Industria registra un avanzo economico o utile, tanto che a fine 2016 ha registrato un patrimonio netto di circa 32 miliardi, oltre riserve tecniche di 31,7 miliardi.

«Inoltre, occorre considerare», spiega l’avvocato Castelli, «che il premio viene pagato in base ad una "tariffa" approvata nel 2000. Questa doveva essere aggiornata 3 anni dopo. Nonostante varie leggi ne abbiano previsto l'aggiornamento, non è mai stata aggiornata, proprio perché permette di "fare cassa" allo Stato, in quanto il bilancio dell'Inail è consolidato nel bilancio statale».

 

 

COSA FARE

Il primo passo della procedura è rappresentato dall'invio all'Inail della diffida ad effettuare, entro il termine di 90 giorni, gli interventi utili alla soddisfazione degli associati.

​Solo dopo che sono decorsi 90 giorni senza successo, l'Associazione potrà procedere con ricorso al Tar del Lazio.

 

I CONTI IN TASCA ALL’INAIL

L’Associazione composta da avvocati, revisori dei conti e contabili, ha stimato che ogni anno l'Inail spende circa 500 milioni di euro (470 sono stati quelli spesi nel 2016) in contributi ad altri enti, inclusi enti dissolti da decenni (ENPI ed ENAOLI) e il Fondo Sanitario Nazionale.

I consulenti pensano che questi siano tributi che dovrebbero incombere sull'intera collettività  e non solo sui contribuenti della Gestione Industria.

«Ci sono poi gli immobili dell'Inail», continua l’avvocato, «dati in comodato o affitto ad altri enti pubblici, che non pagano un canone di affitto, conseguendone che anche in questo, se e nella misura in cui i crediti dell'Inail vengono cancellati o svalutati, il costo della cancellazione o svalutazione diviene un costo per i contribuenti privati della Gestione Industria».

 

 

I NUMERI

Secondo i calcoli dell’associazione, inoltre, nonostante la Gestione Industria abbia disponibilità liquide per circa 25 miliardi e vanti inoltre un credito di oltre €32,5 miliardi verso la Gestione Agricoltura, «riceve "anticipazioni" dalla Gestione dei Medici Radiologi a cui la Gestione Industria riconosce ogni anno interessi (circa €15 milioni per il 2016). Infine, si segnala che mentre il sistema di finanziamento della Gestione Industria presuppone un tasso di rendimento del 2,5%, risulta che a fine 2016 circa €600 milioni sono "investiti" in mutui ai dipendenti dell'Inail, che corrispondono interessi ad un tasso medio inferiore al 2%».

 

 

Alessandra Lotti