CASUALITA'

Nube radioattiva a nostra insaputa: epicentro nella centrale dell’esperimento Sox

Dalla centrale nucleare di Mayak arrivano le radiazioni ma anche il Cerio 144 per i Laboratori del Gran Sasso

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Nube radioattiva a nostra insaputa: epicentro nella centrale dell’esperimento Sox

 

 

ABRUZZO. Ora non c’è più ma c’è stata. Da fine settembre ad i primi di ottobre l’Europa è stata investita da una nube radioattiva proveniente dalla Russia e senza nessun allarme.

Il risultato è che non sono state prese precauzioni e centinaia di milioni di persone sono state esposte a rischi non si sa di che entità per la salute.

Ma c’è molto di più e riguarda proprio la nostra regione, tra le poche in Italia ad utilizzare materiali radioattivi nelle viscere del Gran Sasso.

 

«La nube radioattiva di Rutenio 106 che ha interessato l'Europa e che sta facendo parlare tutta la stampa del mondo, con contorno di tensioni diplomatiche tra Russia e paesi occidentali che chiedevano informazioni, ha avuto una emissione radioattiva pari a 1/50 di quella della sorgente di Cerio144 dell'esperimento SOX», spiega Augusto De Sanctis.

 

Tale sorgente è quella che si dovrà utilizzare sotto il Gran Sasso e che deve essere prodotta proprio dai russi nell'impianto del sito di Mayak negli Urali, tristemente noto per il terzo incidente nucleare della storia, attorno al quale, a poche decine di miglia, l'Agenzia meteorologica russa ha individuato i punti di maggiore contaminazione di Rutenio 106.

 

«Nonostante le smentite dei gestori dell'impianto, constatiamo che gran parte dei commentatori sui maggiori media nazionali ed internazionali citano espressamente il sito di Mayak come probabile fonte di emissione», spiega De Sanctis.

Una vicenda dunque che ci riguarda molto da vicino poichè il punto centrale di tutto è la sicurezza dell’esperimento Sox e della famosa capsula con sorgente radioattiva proveniente da quello stesso impianto.

 

Intanto i tecnici nucleari francesi, a fronte delle iniziali sdegnate smentite dalle autorità russe (Rosatom) sulla responsabilità della Russia come origine del problema, il 9 novembre hanno prodotto un rapporto  diffuso dai media di tutto il mondo dove chiarivano che l'area di probabile emissione era da collocarsi probabilmente in Russia nell'area degli Urali e che la quantità delle emissioni era tra 100 e
300 teraBecquerel, cioè tra 1/50 e 1/18 della potenzialità emissiva della sorgente di Cerio144 che vogliono usare nel Gran Sasso, che è pari a 5,55 petaBecquerel (1 petaBecquerel è pari a 1.000 teraBecquerel).

Inoltre  i tecnici francesi hanno evidenziato che la nube in Europa occidentale non ha posto problemi radiologici vista anche la sua dispersione su un'area vastissima ma hanno sottolineato che se il punto di emissione fosse stato in Francia avrebbero dovuto prendere provvedimenti di radioprotezione per la popolazione per diversi chilometri tutto attorno.

Un esperto nell'ENEA ha affermato a La Repubblica che «entro 10-20 chilometri dalla sorgente della contaminazione ci potrebbero essere rischi per i prodotti alimentari. Ma non oltre».

 

Solo a questo punto l'altro-ieri l'agenzia meteorologica russa Roshydromet ha ammesso di aver
riscontrato la contaminazione da Rutenio 106 in molti siti sul proprio territorio, con le quantità maggiori proprio nelle stazioni di monitoraggio a poche decine di miglia di distanza dall'impianto nucleare di Mayak.

 

«ECCO LA REALE PORTATA DELL’ESPERIMENTO SOX»

Per la Mobilitazione per l'Acqua del Gran Sasso questo incidente evidenzierebbe,  «ancora una volta», la reale portata delle potenzialità emissiva dell'esperimento SOX in caso di incidente e fuoriuscita del Cerio 144 dal cilindro di tungsteno rispetto al territorio italiano e all'Adriatico.

Ma dimostrerebbe anche «la totale assenza di trasparenza da parte delle autorità che dovrebbero sorvegliare quanto accade a Mayak e in generale in Russia sul tema del nucleare. Questo aspetto non è secondario per Sox visto che molte certificazioni e la sorgente stessa sono prodotte proprio dai russi».

 

«Ci pare veramente incredibile che vi siano ancora dubbi sull'azzardo di condurre un esperimento del genere in un contesto così vulnerabile come il Gran Sasso e con queste premesse», continua De Sanctis. «Il nervosismo e le difficoltà viste ieri da parte delle autorità nel servizio andato in onda di Nadia Toffa nel programma Le Iene ne sono a nostro avviso testimonianza palese. Tra l'altro, visto il comportamento delle autorità russe con assenza di comunicazione per oltre un mese su questo incidente, ci chiediamo se sia anche solo immaginabile continuare come se nulla fosse anche per questioni attinenti i rapporti tra stati».

 

 

LE TAPPE DELL’ALLARME NUBE TOSSICA

Tutto è partito  da un plurimo mistero quando nel pomeriggio del 2 ottobre il laboratorio di radioattività ambientale di Milano segnalava alla rete di sorveglianza nazionale dell’Ispra la presenza anomala del radionuclide.

Ispra ha segnalato subito all’agenzia atomica Aiea di Vienna la rilevazione alla quale giungevano altre indicazioni analoghe da Austria, Francia, Germania e Inghilterra.

La zona del rilascio è rimasta e rimane, però, ancora misteriosa. La valutazione fa risalire ad una zona intorno agli Urali ma con precisione e chi ne sia il responsabile ancora non si sa.

Nei giorni scorsi stesse conferme da parte delle agenzie atomiche francesi che hanno tracciato mappe e concentrato l’attenzione sempre nella Russia di Putin.

Il Rutenio 106 è un radionuclide artificiale prodotto dalla fissione nucleare ed è utilizzato anche nella terapia di alcuni tumori dell’occhio. Quindi la sua emissione può derivare da un incidente di varia natura compresa la generazione del prodotto a fini sanitari.

 



POI LE PRIME AMMISSIONI

Ieri le prime ammissioni piuttosto tardive e per nulla spontanee della Russia.

«Lo scorso settembre il sistema di monitoraggio automatico ha registrato un incremento di Rutenio-106 in Russia, Polonia, Bulgaria e Ucraina ma la sua concentrazione nel territorio della Federazione Russa era migliaia di volte sotto i livelli di guardia e non ha mai posto rischi per la popolazione», ha detto Maxim Yakovenko, capo del servizio di monitoraggio Idrometrico ed Ambientale russo (Rosidromet) alla Tass. Yakovenko ha sottolineato che l'agenzia non sta conducendo analisi per rintracciarne la sorgente «Perché farlo se non vi è pericolo? Lasciamo che lo facciano coloro i quali hanno interesse a farlo».

 

La Rosatom, il conglomerato atomico russo, proprietaria dell'impianto degli Urali di Mayak, indicato da diverse fonti come il responsabile della contaminazione, ha smentito ogni responsabilità. «Nel 2017 non vi è stata produzione di Rutenio-106 a Mayak, le emissioni nell'atmosfera sono nella norma così come le radiazioni di base», ha detto la Rosatom in un comunicato.

Anche il Cremlino non ha alcuna informazione dalle agenzie russe che confermi un incidente che possa aver portato a un'eventuale fuga radioattiva di rutenio.

L'agenzia per la sicurezza nucleare francese Irsn ha rilevato tracce radioattive in territorio francese tra il 27 settembre e il 13 ottobre.

Nei giorni scorsi il servizio meteorologico russo Rosguidromet ha confermato la presenze di concentrazioni "estremamente alte", quella piu' elevata - addirittura di un livello 986 volte superiore alla radiazione naturale di fondo - e' stata registrata nella regione di Chelyabinsk dalla stazione meteorologica di Argayash.

Il Rutenio-106 mon esiste in natura, ma e' prodotto dalle reazioni nucleari all'interno di un reattore che viene usato nella medicina nucleare.