LIBERTA' DI STAMPA

«D’Alfonso promuova azioni penali contro i ‘diffamatori’ altrimenti sono intimidazioni»

L’appello del giornalista Ezio Cerasi, Federazione Nazionale della Stampa

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«D’Alfonso promuova azioni penali contro i ‘diffamatori’ altrimenti sono intimidazioni»

 

 

ABRUZZO. L’offensiva lanciata dal presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, contro i suoi presunti diffamatori rischia di finire nella casistica delle querele temerarie.

 

Ne è convinto Ezio Cerasi, giornalista Rai e componente della giunta Esecutiva Federazione Nazionale Stampa Italiana che in una lunga nota invita il governatore a cambiare ‘strategia’ se, davvero, la sua intenzione è punire chi diffama e non intimorire chi scrive sul suo conto.

 

Proprio qualche giorno fa D’Alfonso ha parlato delle azioni civili intentate da lui da quando è presidente della regione,  4 i destinatari: la giornalista Lilli Mandara, il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Domenico Pettinari, il consigliere comunale di Forza Italia, Marcello Antonelli, e un cittadino di Atessa.

Perché lo fa?  

«Mi puoi dire che spendo troppo, che sono dittatore», ha spiegato, «che non so fare, che non ho cultura, che ho sbagliato approccio sulla neve, sul fuoco, che assumo troppi Fedayn, ma non mi puoi dire che io addirittura ho usato la violenza psicologica sul sindaco per determinare la cacciata di un assessore che ha detto di no rispetto a una forzatura urbanistica, così è descritta».

Critiche ben accette, dunque, ma non accuse di violazione del codice penale o l’oltraggio alla storia «di fatiche e di credibilità personale che in questo caso riguarda me. Io ho dichiarato un paio di anni fa che chiunque avesse valicato il limite lo avrei portato davanti a un giudice terzo e così è stato».

 

Cerasi fa però notare che il presidente regionale avvia “azioni civili", «indubbiamente coerenti con l'ordinamento giuridico», ma «troppo spesso il presunto diffamato non ricorre al giudizio penale, che prevede un “filtro” circa la rilevanza della querela e permette alla procura di chiederne - eventualmente - l’archiviazione. In Italia quasi il 90 per cento delle querele intentate risulta infondato ( fonte Ministero della Giustizia ). Il “filtro” dunque funziona, ma non è previsto dal giudizio civile in cui il processo inizia senza un vaglio preventivo. La persona citata, anche se innocente, si trova a sostenere le spese legali fino alla sentenza, con tempi molto lunghi. Insomma dal punto di vista processuale l’azione civile con richiesta di risarcimento danni ( anche con tanti zeri ) risulta più vantaggiosa per chi la propone e genera il sospetto di intento intimidatorio, soprattutto quando ad essere citato è un giornalista free lance».

Una “pressione” che secondo Cerasi incide comunque su tutti i professionisti dell'informazione perché scoraggia le notizie vere, ma scomode.


«In molti paesi più attenti alla libertà di stampa, le querele temerarie sono residuali perché l'avvio di un procedimento giudiziario è condizionato dal versamento di una cauzione (la metà di quanto richiesto come risarcimento) e in caso di accertata temerarietà la somma spetta al querelato», continua il giornalista.

«Restano purtroppo inascoltati gli appelli della Federazione della Stampa e dell’Ordine dei Giornalisti, ma in attesa che il Parlamento italiano vari una legge di assoluta civiltà giuridica, invito il presidente D'Alfonso - molto attento ai principi democratici della libertà di critica richiamati in premessa nel suo intervento - ad avviare piuttosto azioni penali contro presunte diffamazioni, un reato odioso punito con la reclusione fino a tre anni».

Anche Daniele Licheri di Sinistra Italiana condivide i timori di Cerasi: «è vero una persona citata, anche se innocente, che si trova a sostenere le spese legali fino alla sentenza, genera il sospetto di intento intimidatorio, soprattutto quando ad essere citato è un giornalista free lance. Se aggiungiamo che i lavoratori dell'informazione sono in gran parte precari, a volte addirittura senza contratto, il discorso diventa ancora più pericoloso».

 

 

 

 

 

LA MANIFESTAZIONE

Intanto gli organismi elettivi della Federazione nazionale della Stampa italiana e dell’Ordine dei giornalisti si riuniranno in piazza Montecitorio, a Roma,

mercoledì 22 novembre, alle ore 11. Sarà la prima di una serie di iniziative di mobilitazione e di protesta che gli organismi di rappresentanza della categoria promuoveranno per denunciare l’inerzia di governo e parlamento sui problemi del mondo dell’informazione e per richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica sulla necessità di salvaguardare il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati.

Il tema della giornata, “Libertà precaria, lavoro precario, vite precarie”, riassume la condizione dei giornalisti italiani ed evidenza le responsabilità di governo e parlamento.

Una legislatura che si era aperta con l’impegno di depenalizzare il reato di diffamazione, cancellando il carcere per i giornalisti, si avvia alla chiusura senza alcun passo in avanti e con il tentativo di introdurre un’altra pena detentiva, fino a tre anni, in caso di pubblicazione di materiale coperto da segreto, giudicato irrilevante sotto il profilo penale. Con questa norma, contenuta nel decreto legislativo approvato dal governo, su proposta del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e inviato alle Camere per i pareri di competenza, si prova a introdurre una forma di bavaglio in barba a tutte disposizioni della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che ha più volte riconosciuto il diritto dei giornalisti a pubblicare notizie di interesse generale e di rilevanza sociale, anche se coperte da segreto.

Nessun provvedimento è stato invece adottato per cancellare il carcere per i giornalisti, contrastare le minacce nei confronti dei cronisti e introdurre nel nostro ordinamento misure per debellare il fenomeno delle cosiddette “querele bavaglio”, strumento sempre più utilizzato per intimidire i cronisti e impedire loro di occuparsi di temi giudicati scomodi. A fronte di questo immobilismo, suonano come messaggi di facciata le attestazioni di solidarietà al collega Daniele Piervincenzi, giunte da esponenti del governo e del parlamento.

 

PRECARI

Questa situazione, che indebolisce la libertà di stampa e il diritto dei cittadini ad essere informati, è aggravata dalla precarietà che pervade il mercato del lavoro. Nel mercato del lavoro giornalistico sono aumentate le diseguaglianze. Il lavoro regolare cede il passo al lavoro precario, grazie a leggi che consentono alle aziende editoriali di utilizzare contratti di lavoro atipico per mascherare lavoro subordinato. La recente legge di riforma dell’editoria, voluta dal ministro Luca Lotti, è stata un’occasione perduta. Non è in discussione la concessione di aiuti diretti e indiretti alle aziende del settore, ma l’assenza di una sia pur minima misura che possa in qualche modo contrastare l’abuso di lavoro irregolare. Agli editori non è stato richiesto alcun impegno sul fronte dell’occupazione e del contrasto al precariato, a fronte di decine di milioni di euro elargiti non per creare posti di lavoro, ma per ristrutturare le aziende attraverso i pensionamenti anticipati. L’assenza di interventi di riequilibrio del mercato da parte del governo mette in pericolo la tenuta dell’Istituto previdenziale dei giornalisti italiani e spalanca ancora di più le porte al lavoro senza diritti, senza tutele e senza garanzie.