LA RICERCA

Prevedere i terremoti: ricercatori al lavoro si punta su arsenico e ferro nei pozzi di Sulmona

Importante studio del Cnr, Sapienza e Ingv sui precursori

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Prevedere i terremoti: ricercatori al lavoro si punta su arsenico e ferro nei pozzi di Sulmona


ABRUZZO. La terra, prima di un terremoto, potrebbe mandarci dei segnali: è da questo presupposto che si sta lavorando da decenni per cercare di capire se ci siano veramente dei precursori sismici che segnalano l’arrivo di una scossa.

L’Abruzzo ormai da molti anni ha imparato a conoscere le ricerche del contestato Giampaolo Giuliani  sulla correlazione fra il rilascio di radon dalla crosta terrestre e il verificarsi di terremoti ma forse poco sa di analisi che si stanno effettuando nei pozzi di Sulmona da parte di altri ricercatori.

Le indicazioni di Giuliani hanno tenuto per mesi la regione con il fiato sospeso, la comunità scientifica lo ha criticato, la Protezione Civile lo ha pure denunciato per procurato allarme (ma lui è stato assolto).

Sul fronte scientifico la linea è chiara: è impossibile prevedere un terremoto anche se lo stesso Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia spiega che numerosi sono i precursori sismici, ossia  quelle anomalie di alcuni parametri geofisici, osservate prima di alcuni terremoti.  «Un esempio di anomalia  potrebbe essere una quiescenza sismica ovvero l'assenza di terremoti per un determinato periodo di tempo in un' area considerata sismica», chiarisce l’Ingv.

La teoria secondo la quale ci sarebbero fenomeni comuni prima di ogni terremoto tiene banco e impegna gli scienziati da tempo ed i filoni seguiti vanno dai campi magnetici alle mutazioni morfologiche e chimiche di terreno e acqua, infrasuoni, variazione termica, accumulo di energia meccanica, fino ad arrivare a scomodare le orbite dei pianeti e le fasi lunari.



Un po’ poco?

Ma c’è anche altro: «ci sono la variazione inconsueta della velocità delle onde sismiche, variazioni nel contenuto di gas radon nelle acque di pozzi profondi, mutamenti nel livello delle acque di fiumi e di laghi, movimenti crostali».

Insomma si continua a studiare senza sosta per verificare se la terra emetta dei segnali prima di un terremoto.

«E’ una frontiera ancora lontana ma noi speriamo di aver fatto dei passi avanti per raggiungerla», hanno scritto recentemente su Nature Scientific Reports Marino Domenico Barberio, Maurizio Barbieri, Andrea Billi, Carlo Doglioni e Marco Petitta, autori della Sapienza di Roma, del Cnr e dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che hanno messo in evidenza come, già prima della scossa di Amatrice del 24 agosto 2016, qualcosa nell'acqua delle sorgenti situate nel cratere sismico era cambiato.


Cosa hanno scoperto?

Che già dal mese di marzo 2016, quindi 5 mesi prima della scossa, in sette diverse sorgenti dell'Appennino centrale e in un pozzo situato tra Sulmona e Popoli (a oltre 70 km dall'area compresa tra Amatrice e Accumoli), i livelli di arsenico, ferro, vanadio e anidride carbonica erano improvvisamente aumentati.

Una tendenza definita dagli studiosi costante e che sarebbe andata avanti  anche dopo la prima scossa della crisi sismica, quando dalle analisi delle acque era risultato un aumento della quantità di cromo, oltre ad un innalzamento delle falde acquifere.

Solo oggi, a più di un anno di distanza dal terremoto che ha distrutto Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, i livelli sono tornati nella norma.

 


«La terra, prima di un terremoto, potrebbe mandarci dei segnali», spiega Andrea Billi dell'Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr. «È possibile che nelle falde vicine alla superficie penetrino acque profonde, modificandone la composizione chimica».

Come riporta Repubblica Marino Domenico Barberio, un ragazzo all'inizio del dottorato alla Sapienza, ha deciso di studiare proprio i pozzi di Sulmona.

«Dal 2015 una volta al mese», racconta il professor Petitta, «ha fatto il giro delle sorgenti per prelevare i campioni. Nelle sorgenti idriche a 3-4 chilometri - spiega Petitta - si sono infiltrate acque profonde, più acide perché contenenti anidride carbonica e ricche di elementi vulcanici, idrotermali. Questi elementi però non sono validi per ogni luogo. Ogni sito potrebbe avere la sua impronta. L'unico modo per accertarlo è il monitoraggio di aree estese e per tempi lunghi».

 

*** LA RICERCA ORIGINALE SU NATURE