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Acquedotti e mani bucate: ecco le ragioni della siccità in Abruzzo

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Acquedotti e mani bucate: ecco le ragioni della siccità in Abruzzo

ABRUZZO. “Piove, governo ladro” ma se non piove la situazione non migliora. In queste ore si parla di “emergenza siccità” e si scontano le conseguenze di una gestione del sistema idrico (e del sistema Paese) che fa acqua da tutte le parti.

In questo caso l’acqua si paga cara ma va persa e quando serve non c’è.

Dunque razionamenti e sacrifici ulteriori per la popolazione.

Ma se fa scalpore che persino i fortunatissimi romani dovranno scontare il razionamento della risorsa, in Abruzzo sono decenni che si chiudono i rubinetti d’estate, che c’è “l’emergenza”, ciclica e infinita, e allo stesso tempo si promettono miliardi per il potenziamento degli acquedotti.

Sarà che le tubature sono spesso sotterranee ma questo potenziamento nessuno lo ha visto e soprattutto non vi sono evidenze di un miglioramento del servizio.

Ma vi ricordate quella incredibile emergenza del 2007, subito dopo la scoperta delle discariche di Bussi  e la preoccupazione che anche i famosi Pozzi Sant’Angelo fossero contaminati perchè qualche “genio” negli anni ‘80 aveva deciso di costruirli a valle della Montedison?

Sono passati 10 anni e non sembra affatto se si osserva il benessere e la qualità del servizio. Se, invece, si contano i soldi spesi sembrano passati 100 anni.

L'emergenza siccita' 2017 in Abruzzo per ora si fa sentire attraverso ordinanze dei sindaci (per lo più sconosciute ai cittadini) che intimano l’utilizzo dell’acqua solo alle strette necessità mentre è vietato il resto (piante sul balcone? Vietato. Auto da lavare? Vietato. Marciapiede davanti al portone ? no), questo per contenere il consumo che deve fare i conti con l’aumento della popolazione a causa del turismo (ma almeno questo non dovrebbe essere un evento eccezionale…).

Al resto ci pensano le società di gestione pubbliche con le chiusure notturne che si stanno già effettuando da alcune settimane nel Lancianese ma anche nel Teramano.

Secondo la Coldiretti, che stima danni per 100 milioni di euro, la produzione ortofrutticola e' a rischio soprattutto nella Marsica. La necessità di acqua è molto forte perchè incide sulla quanità prodotta di insalate, spinaci, radicchio, indivia, finocchi, le prime carote seminate a febbraio.

«E' necessario passare dalle gestione dell'emergenza ad una cultura della prevenzione - dice Coldiretti Abruzzo - Il caldo eccezionale, unito agli ultimi nubifragi sulla zona costiera - prosegue l'associazione - sta mettendo a dura prova la resistenza delle coltivazioni mentre si fa sempre piu' difficile ricorrere all'irrigazione di soccorso per salvare gli ortaggi ma anche il fieno per l'alimentazione degli animali».

Senza calcolare che questa emergenza è arrivata in Abruzzo a meno di 5 mesi dalla ondata di maltempo che ha fatto registrare la più abbondanti precipitazioni nevose degli ultimi decenni.

E la neve quando si scioglie produce acqua, tanta acqua che avrebbe dovuto rifornire le sorgenti, i bacini naturali e artificiali e tutte le riserve possibili.

Possibile che abbiamo già consumato tutto?
 


RETI BUCATE PERCHE’ VECCHIE

Magari basterebbe semplicemente amministrare con oculatezza e nell’interesse pubblico per avere acqua da bere.

Per esempio dagli ultimi dati certificati e dettagliati che fotografano la realtà abruzzese (ma datati 2010) oltre il 60% dell’acqua che finisce negli acquedotti si perde. In pratica ne arriva solo il 40 per cento.

Una cosa normale che non ha scandalizzato nessun amministratore pubblico, come se loro fossero abituati a viaggiare con un’auto con il serbatoio bucato: pagare il pieno per sfruttarne solo meno della metà.

Ma perchè accade questo?

Il fatto è che si tratta di infrastrutture vecchie: l’anno di costruzioni delle reti oscilla quasi per tutti i paesi dagli anni 60 agli anni 70.

Per esempio la rete più antica nel Pescarese è quella di Cugnoli, datata addirittura 1935.

Secondo i dati del 2010 a Loreto Aprutino (acquedotto datato 1965) si perde il 4,9% di perdite, a Ripa Teatina (acquedotto costruito nel 1950) si perde il 23%, a Turrivalignani (1970) il 25,3%, a Montefino (1970) il 27,2%.

Le perdite d’acqua maggiori si registravano invece (sempre secondo i dati del 2010) a Rapino (acquedotto del 1950) con l’81,8%. Stessa percentuale anche a Carpineto della Nora (1960). A seguire ci sono Serramonacesca (1965) con il 79,8% di dispersione, Pescosansonesco con il 78,5%, Fara Filiorum Petri con il 78,1%.

Se in totale, su tutto il territorio provinciale si conta una dispersione di 35,9 milioni di metri cubi d’acqua, un importante (quanto drammatico) contributo lo forniscono Pescara, Città Sant’Angelo, Francavilla al Mare e Montesilvano.

Pescara, che ha un acquedotto del 1960, ha perso nel 2010 ben 12,2 milioni di metri cubi d’acqua ovvero il 54% di quella uscita dai serbatoi.

A Francavilla se ne sono persi per strada ben 4,2 milioni (il 68,7% del totale), a Montesilvano 3,8 milioni di metri cubi (il 53,4%) e a Silvi 2,6 milioni (63,7%). Leggermente meglio a Città Sant’Angelo che non ha visto arrivare a destinazione 1,2 milioni di metri cubi di acqua (54,6%). A Penne si sono persi 963.473 metri cubi.

Dati vecchi che si spera siano stati almeno tamponati dai pochi interventi annunciati e magari anche realizzati nel frattempo ma nella maggior parte dei casi nulla è stato fatto.



MANI BUCATE

Il Servizio Idrico Integrato in Abruzzo è gestito da sei Società a totale partecipazione pubblica (Gran Sasso Acqua Spa, CAM Spa, SACA Spa, ACA Spa, Ruzzo Reti Spa, SASI Spa). Le società, che presentano situazioni gestionali molto diverse, sono accomunate per lo più da una serie di fattori negativi, come per esempio gli imponenti debiti dovuti soprattutto a gestioni non oculate e clientelari.

Nel 2011 in totale il deficit stimato era di oltre 300 mln di euro e vennero già allora denunciate pratiche di contabilizzazione da “furbetti” come la patrimonializzazione delle reti che sono del demanio ma che per far quadrare il bilancio qualche società pubblica ha preferito mettere nella colonna dedicata all’attivo….

Tutto normale, persino i bilanci falsi dell’Aca scoperti in seguito alle inchieste per corruzione e poi la controversa amministrazione controllata che ha salvato a tutti i costi una società pubblica facendo pagare a centinaia di imprese la gestione politica del “partito dell’acqua” (l’alternativa sarebbe stato il fallimento di molti dei 60 comuni soci Aca).

Ma anche per le altre società pubbliche si parlava di debiti che oscillavano tra i 20 e 60 mln.

La situazione non deve essere migliorata molto nel frattempo perchè -a parte i bilanci i fatti- parlano di grossissime difficoltà da parte delle società di onorare i propri debiti.

E se questo mina un altro ente pubblico sono guai ed inizia una incredibile e grottesca lotta “fratricida”, una lotta per la sopravvivenza e per evitare il fallimento.

Una cosa del genere era emersa da una lettera segreta ed intercettata da PrimadaNoi.it firmata da Giampiero Leombroni, al vertice dell’Arap, che lamentava il fatto di non riuscire a riscuotere 10mln di euro dalle società idriche e questo rischiava di compromettere il bilancio Arap. 

Il braccio destro del Presidente D’Alfonso e da questi ritenuto grande esperto addirittura ipotizzava fallimenti a catena delle società idriche.

La trasparenza però conta tanti fedeli e molti credenti non praticanti.



INVESTIMENTI AL PALO

Se le società idriche servono più a sistemare amici e parenti, a fare clientele e consulenze poi è anche normale che si perdano di vista i veri obiettivi pubblici e persino costituzionalmente garantiti come l’utilizzo dell’acqua potabile.

Così nel 2012 era proprio la situazione economica compromessa a mettere in crisi il prosieguo di lavori finanziati 10 anni prima con fondi europei.

Per esempio i progetti APQ Risorse Idriche - 2003/2005 (finanziamenti europei accordati dieci anni fa) e la possibilità di accedere a nuove fonti di finanziamento pubblico (FAS), del valore di circa 75 milioni di euro.

Nel caso dell'ATO 2 Marsicano, 13 interventi APQ aperti - finanziati dal 2004 - nel 2013 erano 6 quelli ancora fermi per mancanza di cofinanziamento da parte del CAM.

La maggior parte degli interventi finanziati però riguarda più che altro depuratori per decine di milioni in giro per l’Abruzzo, altri 100 sono stati recentemente annunciati dal presidente D’Alfonso mentre altri riguardano parti di collettori fognari.

Tra gli interventi non giudicati prioritari persino «la mappatura e ricerca perdite Comuni ATO 2 per 4. 525.195,35», cioè per sapere dove e come intervenire per rattoppare.

Molti altri interventi non si sono conclusi per mancanza di fondi o per contenziosi lunghi lustri.

Pochi gli interventi in programma per rifare gli acquedotti, quelli che perdono il 60% dell’acqua.