LAMARO CALICE

Interporto di Manoppello: D’Alfonso scopre un altro “mostro” e denuncia

Storia disordinata di una infrastruttura costosa tra ombre, misteri e accuse nei tribunali

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

5199

Interporto di Manoppello: D’Alfonso scopre un altro “mostro” e denuncia

Interporto di Manoppello

 

ABRUZZO. Il presidente della Regione Luciano D’Alfonso è pronto alla battaglia sull’interporto di Manoppello.

Il governatore ha puntato il dito contro la convenzione che regola la gestione dell'interporto d'Abruzzo, affidata alla società Intermodale srl: «si tratta di un mostro giuridico che ha cancellato l'alea imprenditoriale», ha denunciato. Cioè gli imprenditori non rischiano: guadagno puro.

D’Alfonso si è detto pronto a scavare «a fondo» per indagare i motivi che hanno fatto si' che per anni non ci sia stato un capitolo di bilancio nel quale iscrivere gli introiti derivanti dall'accordo.

Insomma la Regione (proprietaria dell'area su cui sorge l'interporto) non avrebbe mai incassato il 24% per cento degli introiti relativi agli affitti dei locali interportuali, così come stabilito da una convenzione firmata nel gennaio 2008 all'epoca della giunta Del Turco.

Una vicenda che D’Alfonso scopre dopo oltre due anni dal suo insediamento e che evidentemente nessuno prima aveva voluto vedere o approfondire.    

Sull’argomento c’è stata una riunione convocata per analizzare i contenuti della convenzione inerente la gestione della struttura situata a Manoppello. All'incontro erano presenti il referente dell'Avvocatura dello Stato Generoso Di Leo, l'esperto legale del Comitato regionale Tecnico Amministrativo Vincenzo Mastrangelo, il direttore generale della Regione Cristina Gerardis, la dirigente dell'Avvocatura regionale  Stefania Valeri, il commissario straordinario e il direttore di Arap Giampiero Leombroni e Antonio Sutti e la direttrice del Dipartimento trasporti della Regione Maria Antonietta Picardi.

«Intendo sottoporre a lettura giuridica questa convenzione - ha specificato D'Alfonso - mettendo ciascuno davanti alle proprie responsabilità poichè mi risulta che non sia stato mai pagato il canone di utilizzo della struttura».

Ma D’Alfonso ha annunciato che chiederà anche un esame approfondito a Procura, Corte dei Conti e Anac «per capire come mai negli anni passati non sia stato aperto un capitolo di bilancio mirato alla riscossione di quanto previsto dall'accordo e per quale motivo sia stato concepita una convenzione a pendenza unilaterale».

I TERMINI DELL’ACCORDO

Stando all’accordo il gestore avrebbe avuto diritto di superficie per 99 anni delle aree cedibili (estensione di circa 124.000 mq) e si era impegnato a corrispondere alla Regione Abruzzo un “canone di concessione” del 24%. «Detta percentuale», si legge nell’accordo, «si applica ai canoni di locazione, affitto, relativi a tutti gli insediamenti DoCUP e POP, intesi quali proventi locativi effettivamente incassati al netto degli oneri accessori e condominiali addebitati al locatario-conduttore».

La storia dell'Interporto è partita nel 1995 quando la Giunta regionale d’Abruzzo ha affidato alla società Interporto Val Pescara spa (Di Vincenzo) la concessione di progettazione e realizzazione dell’ Interporto di Manoppello Scalo.  L'opera è stata finanziata con i fondi Pop. Alla fine è costata oltre 160mln di euro di cui solo il 20% a carico dei privati.

La concessionaria, a sua volta, ha affidato la progettazione alla Panproject srl che ha aggiudicato l'esecuzione dei lavori alla Lamaro appalti Spa di Roma, della famiglia Toti.

Nel 1998 Interporto Val Pescara e Lamaro hanno firmato  il contratto d'appalto.

I lavori sono stati consegnati tra il 1998 e il 2002,  in mezzo una serie di varianti e opere suppletive che hanno fatto lievitare il costo totale.

Ad aprile del 2004 la consegna definitiva alla Interporto Val Pescara.

Ma i lavori erano tutt'altro che finiti.

A questo punto è entrata in scena l’Ati composta dalla società Di Vincenzo e Toto spa  che si è occupata della concessione per la progettazione definitiva, la progettazione esecutiva, la costruzione e la gestione e manutenzione degli interventi di completamento.

E’ a questo punto, e siamo nel 2008, che viene firmata la convenzione oggi contestata.

Subito dopo Di Vincenzo e Toto costituiscono la società Intermodale srl che assume il ruolo di realizzatrice del progetto e di concessionaria per la gestione subentrando, come per legge, all’Ati  promotrice.

 

I PRIMI PROBLEMI

Ma che i problemi di oggi non siano certo una novità lo testimonia quello che è accaduto nel 2009: era il mese di maggio e Intermodale bussa alla Regione per contestare una serie di problemi nelle infrastrutture affidatele,  come ad esempio «diffuse fessurazioni dello strato superficiale della pavimentazione» del piazzale principale, o anche «disomogeneità geometriche con depressioni ed accumulo di acqua piovana», «assenza di controrotaia sui binari carrabili», «sollevamenti della pavimentazione».

Insomma una serie di ‘inconvenienti’ che vennero evidenziati sia alla Regione che all'appaltatore Lamaro.

Quest’ultimo, però, negò l'esistenza dei difetti e sostenne che la concessionaria non possedesse le necessarie competenze tecniche «per sindacare la corretta esecuzione di opere di elevato carattere specialistico».

 

Il caso finì anche in tribunale, nel 2010, quando l’Intermodale chiese un accertamento tecnico per definire lo stato delle opere. Il compito venne affidato ad un perito che confermò l'esistenza di crepe, evidenti avvallamenti sull'intero piazzale e addebitò gli errori alla fase di esecuzione delle opere appaltate.

Secondo il consulente l'unica soluzione era il rifacimento totale della pavimentazione: nessuna soluzione alternativa in quanto il piazzale era del tutto inutilizzabile.

Sempre secondo il perito la soluzione definitiva aveva un costo tra i 2-3 milioni di euro.  

Alla fine venne stipulato un accordo tra le parti: intervento di ripristino del piazzale da 1 milione e 700 mila euro, pagato dalla Sai Fondiaria.  

La società ha pubblicato un bando per i lavori che sono stati aggiudicati alla società Impresa Costruzioni Pubbliche Porcinari srl di Montorio al Vomano che ha sbaragliato una lunga lista di concorrenti proponendo un ribasso del 60,8%. I lavori dovranno rimettere in sesto il disastrato piazzale Nord e mettere in esercizio il terzo e quarto binario operativo.

QUASI VUOTO

Attualmente il livello di occupazione delle superfici si aggira intorno al 20% su un’offerta complessiva di 78.000 mq.

I primi operatori a puntare sull’interporto sono stati Adriatica Logistica, Pierangelo Autostrasporti, Generale Distribuzione, Baldini Trasporti.

Nel 2013 con l’apertura del casello autostradale dedicato si sperava in una impennata di affitti.

Il direttore Mosè Renzi nel 2014 diceva: «in conclusione sembra che lo scenario sia favorevole, ma non bisogna dimenticarsi che stiamo vivendo una crisi economica che non ha precedenti. Bisogna essere animati da un cauto ottimismo, auspicando che i consumi e ancor più il settore manifatturiero tecnologicamente avanzato dell’automotive, che nella nostra Regione rappresenta una quota molto significativa del PIL, consolidino la ripresa; soprattutto, visto che a maggio si voterà per l’elezione del Governatore, che ci sia una rinnovata volontà politica a creare delle condizioni di contesto che possano agevolare lo sviluppo dell’industria dei servizi logistici e, più in generale, la diversione modale».

Nato 20 anni fa quando l’Abruzzo delle imprese era profondamente diverso -anche se già avviato verso un declino poi abbattutosi implacabile- l’interporto rischia di essere operativo tra qualche anno in una regione profondamente diversa e cambiata. Il rischio che rimanga vuoto aumenta ogni giorno di più.

 a.l.

«NECESSARIA UNA VERIFICA»

 «Si tratta di un’operazione-trasparenza che questa amministrazione deve a tutti i cittadini abruzzesi», chiarisce meglio il consigliere delegato ai trasporti, Camillo D’Alessandro. «Vi sono infatti ragionevoli dubbi sul fatto che la convenzione sia stata redatta in violazione del principio caratterizzante la concessione dei lavori pubblici che è il fenomeno della traslazione dell’alea, ovvero del rischio economico. Fonte di legittimi dubbi è anche la circostanza che dal 2008 all’agosto scorso non sia mai stato aperto il capitolo di bilancio mirato alla riscossione di quanto previsto dall’accordo e che - una volta colmata tale lacuna - non sia mai stato pagato il canone per l’utilizzo della struttura (e gli arretrati) da parte della società concessionaria. Come noto, le partite del dare e dell’avere non sono compensabili e si muovono su piani diversi».

D’Alessandro spiega inoltre che va anche verificato se l’istanza di revisione del Piano Economico Finanziario allegato alla convenzione sia in conformità con il codice dei contratti pubblici, in quanto le motivazioni della revisione potrebbero non rientrare nelle fattispecie ammesse per la modifica del Piano stesso. Di qui la necessità di un’ulteriore verifica.

«E’ evidente», chiude D’Alessandro, «che noi abbiamo il dovere di tutelare il patrimonio e le risorse pubbliche, come facciamo puntualmente da quando siamo al governo della Regione».