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Ristoranti “fatti in casa” anche in Abruzzo? La Cna dice no

«Gastronomia di qualità a rischio»

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Ristoranti “fatti in casa” anche in Abruzzo? La Cna dice no



PESCARA. Quella dei ristoranti in casa è ormai una realtà consolidata in tutto il mondo e potrebbe sbarcare presto anche in Abruzzo, grazie ad una proposta di legge del consigliere regionale Leandro Bracco.

In realtà una prima attività del genere c’è già in regione ma negli scorsi mesi non ha passato il vaglio delle verifiche dei Nas.

L’idea che questi ‘home restaurant’ prendano piede anche qui non piace alla Cna Abruzzo secondo cui la tipicità e la qualità «della nostra tradizione eno-gastronomica vanno salvaguardate difendendo gli operatori della ristorazione, fuori da improvvisazioni che vorrebbero aprire le porte anche delle abitazioni private a questa attività».

Ma che cosa è un Home restaurant? Un perfetto ibrido tra la cena a casa di un amico ed un ristorante. L’atmosfera è simile a quella di una cena tra amici, anche se i commensali è probabile non si conoscano, la casa è quella di un privato che organizza, diffonde, raccoglie adesioni e cucina, il prezzo da pagare, invece, ricorda più l’attività commerciale a tutti gli effetti.

La moda dei ristoranti privati in casa nasce a Londra nel 2009: la prima gestrice è Miss Marmite. Oggi i commensali sono disposti a spendere ben 50 sterline per mangiare a casa sua. In Italia il fenomeno sta iniziando a prendere piede grazie al passaparola sui social network e a canali di diffusione.

Da salvaguardare, però, c’è la concorrenza: i ristoratori ‘veri’, infatti, si sentono danneggiati da queste attività che, al contrario della loro, godono di troppe libertà e concessioni.

Il Ministero dello Sviluppo Economico chiede che i titolari di questi ristoranti moderni ‘fatti in casa’, depositino la Scia, dichiarazione di inizio attività, obbligatoria da aprile 2015 per tutte le attività di ristorazione.

Insomma, l’affare si complica e quello che poteva essere un modello di business facile e sburocratizzato potrebbe invece prendere la strada di una attività comune, fatta di permessi, carte bollate e richieste infinite. Restrizioni che dovrebbero più mirare al controllo e alla tutela del consumatore che a frenare la libera concorrenza. Inutile dire che gli organizzatori sono tenuti ad emettere ricevuta e a dichiarare i proventi ottenuti…

Eppure proprio le imposizioni della burocrazia contrastano con lo spirito originario di questa iniziativa che piace e attrae sempre più turisti, ovvero la possibilità offerta a chiunque ami stare ai fornelli di trasformare la propria casa e la propria cucina in un ristorante occasionalmente aperto per amici, conoscenti e perfetti sconosciuti (viaggiatori soprattutto) che hanno così la possibilità di sperimentare la cucina originale dei luoghi frequentati abitualmente o in occasione di un viaggio.

Il direttore della Cna aquilana, Agostino Del Re, però critica il disegno di legge presentato dal consigliere regionale Bracco: «una proposta che ove venisse accolta – afferma così Del Re – proporrebbe nei confronti degli esercenti regolari, che pure devono fare quotidianamente i conti con un numero crescente di abusivi e di irregolari, con un esercito di privati cittadini del tutto incontrollabile. Anche perché i “paletti” previsti dalla legge, come il numero di giorni massimi concessi per l’attività, prezzi praticati, numero massimo di clienti ammessi, appaiono difficilmente verificabili di fronte a una potenziale platea sterminata di privati cittadini trasformati in ristoratori improvvisati. I nostri associati, che in questi giorni abbiamo ascoltato con attenzione, ci hanno manifestato dubbi e perplessità su questa vicenda».

Dunque, a detta della Cna Abruzzo, appare davvero «irrealistico procedere lungo una strada che potrebbe consentire a tutti, indiscriminatamente, di avviare attività di ristorazione all’interno della propria abitazione». «Oltretutto – osserva ancora Del Re – non esiste neppure una mappatura, sul territorio regionale, delle attività di ristorazione; operazione che la Regione, d’intesa con le Camere di Commercio e le associazioni che rappresentano il mondo della ristorazione, dovrebbe preventivamente anteporre a qualsiasi intervento di riordino del settore».