IL RITORNO

Savina torna a Pescara e trova lo scontro tra D’Alfonso e polizia

Fu capo della Squadra mobile e diresse l’inchiesta sull’omicidio Fabrizi

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

3236

Savina torna a Pescara e trova lo scontro tra D’Alfonso e polizia

PESCARA. 5 marzo 1993: scattano gli arresti per cinque persone dopo difficoltose indagini durate un anno e mezzo e che tutto l’Abruzzo ha seguito sconvolto e curioso.

Un avvocato rampante, emergente, in vista nella piccola piazza che cambia del Pescarese, desideroso di fama venne ucciso il 6 ottobre 1991 in piazza Muzii dopo essere caduto in una trappola molto più grande e potente di lui.

Quell’avvocato era Fabrizio Fabrizi e la sua fama venne superata negli anni solo da quella del suo delitto, avvolto da misteri, coincidenze e giustizia negata e tantissime ombre su intrecci poco lusinghieri tra affari e politica.

Per molti fu quello il giorno in cui l’Abruzzo finì di essere quell’isola felice dipinta utilitaristicamente dalla vecchia e potentissima Dc di Remo Gaspari e iniziò ad essere quella regione meta di nuove grandi speculazioni e affari, con la compiacenza dei colletti bianchi a tutti i livelli.

In prima fila all’alba di quel 5 marzo 1993 c’era Luigi Savina, oggi vice capo della polizia e all’epoca capo della Squadra mobile di Pescara che aveva coordinato e diretto le indagini insieme al giovane pm Pietro Mennini, oggi procuratore generale d’Abruzzo.

Un lavoro intenso portato avanti per dipanare un delitto che poteva avere molti moventi.

Tra gli arrestati quel giorno c’erano Alessandro Pinti, 36 anni, di Chieti, già accusato di un altro omicidio, ritenuto il braccio esecutivo, cioè il killer, mentre la mente -secondo la procura di Pescara- era Mario Mammarella, notissimo imprenditore di Francavilla, difeso da un già molto noto Giuliano Milia, oggi socio in affari con la famiglia Mammarella e difensore “storico” di D’Alfonso.

I giudici però sconfessarono la procura di Pescara allora diretta da Enrico Di Nicola sottoscrivendo una inattesa sentenza di assoluzione per tutti, assoluzione che non venne impugnata -si disse- per un errato calcolo dalla procura legato al termine dell’impugnazione e così Di Nicola arrivò in ritardo e la sentenza passò in giudicato. Delitto impunito.



IL POLIZIOTTO GRADITO

Oggi Savina, originario di Chieti, dopo 23 anni torna a Pescara da vicecapo della polizia per un convegno sulla sicurezza voluto dal presidente della Regione, Luciano D’Alfonso e ritroverà molte vecchie conoscenze invecchiate bene come lui e che nel frattempo hanno fatto carriera ma anche una città cambiata, più moderna, con tanto cemento in più e tanti centri commerciali. Intorno alla costruzione del primo grande centro commerciale in Abruzzo nacque il delitto Fabrizi e dal delitto presero il via diverse indagini proprio sui colletti bianchi poichè nello studio del legale in via Milano vennero trovate carte molto interessanti che fecero scattare altri arresti eccellenti nella politica con scandali per tangenti che coinvolsero la Regione.

Storie, intrecci, malaffare che Savina e Mennini ricordano bene e fecero emergere anche se non sempre i teoremi accusatori trovarono conferma presso i giudici.

Erano i tempi della tangentopoli chietina e pescarese e si credette di individuare mazzette sui rifiuti, i trasporti e la formazione professionale. Fatti che stravolsero la geografia politica dell’Abruzzo e infersero un colpo mortale al gasparismo.


L’INVITO E LA PROTESTA DEL COISP

Verrebbe da dire tuttavia che non tutti i poliziotti che “sbagliano” le inchieste sono uguali. Alcuni fanno carriera, altri rischiano di vedersela stroncare e, comunque, sono loro malgrado al centro di invettive pubbliche dai pericolosi risvolti.

Non sono uguali i destini del poliziotto Luigi Savina e quello di Giancarlo Pavone che oggi si incrociano seppure a distanza (di spazio e tempo) lasciando sul tappeto qualche riflessione forse utile.

Durante il convegno di oggi dal titolo «La sicurezza al centro. Comuni, Regione Stato insieme» (ore 17.30, sala consiliare del Comune di Pescara) la Regione Abruzzo proporrà la sottoscrizione di un patto tra livelli istituzionali (Regione, Prefetture e Comuni) garantendo, tra le altre attività, l'implementazione dei sistemi di videosorveglianza.

Al convegno parteciperanno oltre che il presidente D'Alfonso, il generale Luigi Robusto, comandante dei Carabinieri al Ministero degli Affari esteri; il generale Flavio Aniello, comandante regionale Guardia di finanza, il senatore Marco Minniti, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri.



NIENTE SCUSE DA D’ALFONSO

Magari Savina non sa che la sua presenza capita in un momento molto delicato per i rapporti tra Polizia e mondo politico e nello specifico con il presidente D’Alfonso che in molte occasioni ha voluto contestare in maniera veemente e a volte feroce l’operato di quella stessa Squadra Mobile che nel 2008 lo arrestò con una “montagna di accuse” tutte crollate in primo e secondo grado. Indagini “sbagliate”, pensa D’Alfonso, perchè non dovevano proprio iniziare e soprattutto non dovevano culminare con l’arresto. Tra le accuse corruzione e eccessiva vicinanza agli imprenditori privati e la mancanza di tracce bancarie per il sostentamento della famiglia (poi spiegata con la vicenda della zia e l’aiuto dei genitori).

Ma l’ultimo episodio eclatante è quello del 9 marzo scorso ed è rimasto insoluto: una dura invettiva del presidente in consiglio regionale contro Giancarlo Pavone il poliziotto chiave che ha retto tutte le più importanti inchieste sulla pubblica amministrazione degli ultimi 10 anni e che dai vertici della polizia qualcuno voleva “promuovere ad altro incarico” ma di fatto toglierlo dalle indagini presenti e future.


IL POLIZIOTTO SGRADITO

Pavone è stato dietro anche l’inchiesta Housework, quella che portò all’arresto di D’Alfonso il 15 dicembre 2008, ma anche lo stesso investigatore che, per ultimo, ha indagato sull’acquisto de La City dove D’Alfonso non compare tra gli indagati. Lo sono, invece, alcuni tra i più importanti costruttori che dall’affare con la Regione otterrebbero 40mln di euro che darebbero respiro alle casse delle società in affanno.

Ufficialmente l’ira sarebbe scaturita -da quanto ricostruito nei giorni seguenti- da un post su Facebook rimasto on line pochi minuti nel quale il poliziotto avrebbe espresso giudizi poco lusinghieri nei confronti della politica locale. Se di leggerezza si è trattata è apparso comunque strano e sproporzionato il tentativo seguito nel giro di un paio di giorni di togliere al poliziotto Pavone il ruolo di investigatore, contromisura o ritorsione per ora non attuata.

Resta il fatto che è davvero troppo poco tutto questo per giustificare tanto livore ed un attacco frontale e diretto dell’uomo spogliatosi di ogni sentore istituzionale. Proprio per questo la spiegazione più logica rimane quella della pancia dove a parlare è l’istinto represso di una rivalsa che si ritiene non ancora ottenuta.

Anche Savina oggi potrebbe fare chiarezza su questa vicenda e dire una parola chiara e ferma che rimarchi il rispetto dei diversi ruoli.


Proprio questo convegno ha fatto riaffiorare qualche malumore non sopito e così il sindacato Coisp ha ricordato a D’Alfonso quell’attacco «del tutto ingiustificato che ha colpito la sensibilità di tutti gli uomini e le donne della Polizia di Stato di questa Provincia, garanti di quella sicurezza di cui parla il Governatore».

Il Coisp è subito sceso in campo a difesa di tutta la Polizia di

Stato della Questura di Pescara, «non tollerando intromissioni di sorta da parte di un rappresentante di un' Istituzione politica nei confronti di un'altra Istituzione, ricordando al Governatore che ci sono ben altri Organi competenti per valutare il lavoro della Polizia Giudiziaria. Abbiamo chiesto anche le pubbliche scuse del Governatore ma non sono mai arrivate lasciando l'amaro in bocca a tutti noi. Davanti al vice capo della polizia quale migliore occasione per D’Alfonso per ricucire lo strappo di cui lei è stato unico artefice… non se lo lasci sfuggire».


Chissà se sulla loro strada anche Savina e Mennini hanno trovato un D’Alfonso furioso, sta di fatto che il lavoro di quegli uomini di legge è stato valutato di gran lunga sopra la media e a testimoniarlo sono i ruoli che oggi ricoprono.

Allora un consiglio al presidentissimo: porga le sue scuse ai valorosi poliziotti e a quello che ha maggiormente influito sulla sua vita “sbagliando” una inchiesta che andava fatta (anche perchè non tutto era sbagliato), di certo si conquisterà tutte le prime pagine ma soprattutto quando un giorno, molto presto, lei sarà ministro potrebbe capitarle di stringere la mano al capo della polizia e, visto che “sbagliare” le indagini porta bene, potrebbe ritrovarsi davanti una vecchia conoscenza…

a.b.