ABRUZZESI DIMENTICATI

Guido Celano chi?

Attore e regista dimenticato dalla sua terra. Eppure…

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Guido Celano chi?

 

ABRUZZO. Se chiedete ad un abruzzese chi era Celano - il personaggio, non il paese - vi risponderà come il titolo. Se lo chiedete ad un francavillese di una certa età vi risponderà che era una maestra elementare con la passione della recitazione e che appena poteva declamava “Notte santa” di Guido Gozzano, ma pochissimi vi diranno di ricordare un Celano di nome Guido, di professione attore cinematografico di Francavilla al mare.

Eppure basta sfogliare una qualsiasi enciclopedia del cinema ed il suo nome salta fuori come uno degli attori più longevi professionalmente avendo recitato per 59 anni, esattamente come Lawrence Olivier; basta leggere la sua filmografia per accertarsi che ha partecipato a più di 160 film dal 1929 al 1988 ed in due di questi ha recitato da protagonista (Palio e Pietro Micca) ed in altri due è stato regista (Uccideva a freddo e Piluk il timido), che ha lavorato come doppiatore e che è stato uno dei volti più comuni in tanti sceneggiati televisivi degli anni ‘60; basta scorrere la lista dei registi con cui ha lavorato per accorgersi che doveva essere veramente un grande caratterista per essere scelto nei loro migliori lavori.

Allora cosa manca ad un personaggio del genere per essere degnamente ricordato dai suoi concittadini?

Non riesco a dare una risposta soddisfacente ma, a questo punto, non comprendo la ragione per cui, come è avvenuto per lui, gli abruzzesi importanti vengano dimenticati. Proprio otto anni fa con estrema difficoltà riuscii a fare emergere dalle nebbie dell’oblio Alessandro Cicognini con una conferenza che tenni al Lions Club di Pescara Ennio Flaiano di cui sono socio.

Partendo da quella prima conferenza riuscii ad organizzare il primo Premio Cicognini, che aveva un taglio diverso dall’attuale diretto dall’amico e collega Davide Cavuti perché premiava la colonna sonora di film italiani dell’ultima annata cinematografica.

Ma se Cicognini ha avuto il giusto riconoscimento tanti altri ancora aspettano.

 

Aspetta Anton Giulio Maiano, grande regista televisivo di Chieti, aspetta Maria Pia Casiglio, attrice cinematografica degli anni ’50 di Castelnuovo di S. Pio delle Camere, così come Nanda Primavera de L’Aquila, aspettano Henry Mancini di origini scannesi e Perry Como di origini palenesi. E proprio Francavilla vuole dimenticarsi di Guido Celano? Penso proprio di no per cui penso sia necessario raccontarlo dall’inizio. Purtroppo le notizie sono poche e di poche righe anche sulla solita Wikipedia ed allora ho chiesto aiuto all’amico Gianni Rosito, che da qualche anno si dedica a studiare la vita dell’artista ed i suoi film e, per dare valore al lavori di Gianni ho pensato di pubblicizzarlo in una serata al Lions Club di Pescara Ennio Flaiano in cui sono stati proiettati spezzoni di film ed in cui si è ripercorsa la vicenda artistica ed umana dell’attore francavillese. Per la riuscita della serata è stato di valido sostegno mio figlio Giuseppe che mi ha aiutato anche nella stesura del presente articolo. Da quello che ho appreso posso ora raccontarvi Guido Celano.  

 

Guido Celano nacque a Francavilla al mare il 19 aprile 1904. Di carattere ribelle inizia a studiare biologia a Roma e, contemporaneamente, frequenta un corso di recitazione per cui viene irrimediabilmente attratto da questo mondo fatto di illusioni e sogni e, rompendo con il padre che lo avrebbe voluto laureato, inizia a frequentare l’ambiente cinematografico dove viene notato da Mario Camerini che gli affida una parte nel film “Rotaie”. L’epoca era quello della fine del cinema muto e l’inizio del sonoro e Guido Celano risultava perfetto per essere prestante fisicamente, con uno sguardo profondo e poteva rappresentare perfettamente l’italiano sanguigno, puro di cuore ed incorruttibile, e così fu nel film Palio in cui fu Zarre, il fantino maremmano che per lui, abruzzese puro, riuscì a rendere perfetto nei modi e nel linguaggio asciutto del contadino. Per inciso in una scena del film Zarre si lava ad una fonte e si nota il suo fisico possente e la scena sembra stata inserita proprio per questa ragione. Per il nostro gli anni ’30 furono quelli professionalmente più importanti ed in cui inanella una serie importante di successi tra cui anche alcuni film di evasione – i famosi telefoni bianchi- e molti film in costume. Anche gli anni della guerra sono molto importanti e nel ’42 lavora al film “Quattro passi tra le nuvole”, capolavoro di Blasetti in cui interpreta Pasquale, il fratello di Maria, e che ha avuto diversi remake ed uno americano nel 1995 “Il profumo del mosto selvatico” con Giannini ed Antony Quinn.

La parte si addice perfettamente a Guido Celano per il carattere duro del personaggio impossibilitato a cedere sui principi che ritiene irrinunciabili per cui è disposto a fare a meno anche degli affetti più cari pur di non cedere a compromessi. La foto che lo ritrae insieme ad Aldo Silvani – Don Luca, il padre di Maria – esprime perfettamente i caratteri dei due personaggi: duro Pasquale mentre Don Luca è incerto in merito alla decisione da prendere.

 

 

Negli anni del dopoguerra le cose cambiano. Il lavoro continua incessante, ma viene chiamato ad interpretare parti secondarie e qualche volta anche di caratterista. La ragione per cui i registi non lo chiamano più per grandi interpretazioni non è chiara. Forse la sua mimica si è vieppiù indurita per cui lo relegano spesso in ruoli di militare o di sottufficiale dei Carabinieri – “Don Camillo e l’onorevole Peppone” del 1955 - ed a volte anche di spalla in film comici, come in “Sette ore di guai” con Totò nel 1951 – o forse non è riuscito a trovare il regista con cui entrare in sintonia, malgrado la sua bravura. Solo nel 1956 ebbe occasione di dimostrare il suo valore nel film girato in Abruzzo “Uomini e lupi”, di Giuseppe De Santis, regista divenuto famoso per “Riso amaro” del 1949, in cui interpretava la parte di Don Pietro – possidente e proprietario di greggi di pecore – che risultò perfetta per Guido Celano che in quell’occasione riuscì ad esprimere al meglio la sua “abruzzesità” nella mentalità, nella gestualità ed anche nel modo di esprimersi, con un leggero accento dialettale, cosa che gli riuscì perfettamente. Durante le riprese del film nel 1956, durante una pausa della lavorazione, nelle montagne della Majella in Abruzzo, la Mangano fu assalita da uno dei lupi utilizzati per le scene, sfuggito al proprio domatore. Celano, rischiando coraggiosamente, riuscì a deviare l'aggressione dell'animale, che fu poi abbattuto da un cacciatore che si trovava nella zona; inoltre, le lavorazioni coincisero con le abbondanti nevicate di quell’anno per cui una parte della troupe rimase bloccata ad Anversa degli Abruzzi e furono rifocillati dai compaesani che, però, finirono le provviste per cui solo dopo diversi giorni, quando il paese fu sbloccato, la produzione portò a tutti derrate in quantità per ripagarli della loro generosità.

 

Gli anni ’60 furono anni difficili e Guido Celano passò alla televisione, al doppiaggio ed infine provò anche la regia cinematografica con due film spaghetti-western, in quegli anni molto in voga e di facile cassetta, che però non riscossero il successo sperato per cui egli continuò nei suoi ruoli consueti. Le cose non migliorarono negli anni successivi che furono funestati da un grande lutto perché nel 1976 ad Antalya (Turchia) insieme a quasi duecento altri italiani perse la vita il suo figlio trentenne Ruggero che aveva avuto dalla moglie, un'attrice del muto, nota con il nome d'arte di Tina Xeo. Guido Celano rimase distrutto da questa perdita e si allontanò dal mondo dello spettacolo finché non venne chiamato da Luciano Odorisio con cui girò il film emblematico della chietinità: “Sciopèn” e da Carlo Verdone che lo volle nella parte dello zio Renato nel film “I due carabinieri”. In questi ultimi film Guido Celano, forse non più ossessionato dalla voglia di riuscire, forse libero da problemi economici o forse perché aveva trovato la sintonia con la regia riacquistò la freschezza recitativa della sua gioventù tant’è che visti oggi, a distanza di quasi trent’anni, mostrano pienamente la sua bravura che forse avrebbe avuto bisogno di una maggiore valorizzazione.

Che dire. Cos’è che è mancato ad un artista che partito con grande talento si è arenato nelle secche della quotidianità. Forse una mimica più elastica, forse un maggiore coraggio nell’affrontare una recitazione più consona a lui, come un dramma o una tragedia greca o, forse solo la voglia di migliorarsi o, come già detto, un regista che lo valorizzasse. Chi lo potrà dire? D’altra parte è sintomatico anche il suo rapporto con Francavilla che ha frequentato saltuariamente e solo per incontrare la sorella senza mai lasciandosi coinvolgere dagli amici di infanzia o altri parenti, quasi volesse abbandonare le sue origini che, invece, ritornavano persistentemente in molte delle sue interpretazioni in cui gli veniva spesso richiesto di parlare con l’accento della sua terra.

Di Guido Celano si può dire che ha percorso tutto l’arco della storia cinematografica italiana testimoniando i suoi splendori e le sue miserie e dell’arte cinematografica è uno degli esempi più completi per cui è veramente inimmaginabile che nessuno ancora gli abbia dedicato non dico un monumento, ma almeno una strada. Purtroppo bisogna constatare ancora oggi che il detto evangelico è sempre attuale: nemo propheta in patria.

 

Paolo Di Cesare