FLESSIONI E RIFLESSIONI

Abruzzo, quanto ci costa la politica del silenzio?

I politici abruzzesi ora pubblicamente ammettono di non denunciare. Che cosa implica?

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

1040

Abruzzo, quanto ci costa la politica del silenzio?

ABRUZZO. Da mesi si assiste ad un graduale escalation di toni e argomentazioni che farebbero rabbrividire in un Paese normale giuristi, statisti e persino “politici” di una volta, persino quelli della Prima Repubblica (colpevoli di molte cose ma non di travalicare pubblicamente il loro ruolo istituzionale) .

Sarà forse perché il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, sempre più spesso perde la trebisonda e si abbandona a toni che non hanno nulla di istituzionale e nemmeno cerca di salvaguardare quella parvenza di dignità del ruolo che riveste.

Appena pochi giorni fa è scoppiato un putiferio quando un magistrato, Piercamillo Davigo, tra i più anziani e d’esperienza, ha spiegato che i politici continuano a rubare (e pure molto di più del passato) ed hanno smesso di vergognarsi.

La politica si è rivoltata dicendo che non si può generalizzare. Giusto.

Poi si è scoperto che 9 italiani su 10 sono d’accordo con quel magistrato…

E’ chiaro però che chi ruba o fa i fatti suoi con i soldi pubblici è un ladro e se opera in Abruzzo va contro la nostra regione e produce danni immensi.

Ma anche chi copre i ladri con il proprio silenzio è naturalmente complice e va allo stesso modo contro l’interesse pubblico.

 

IL VALORE DELLA DENUNCIA

Dunque per essere chiari: una persona equilibrata, sana e presente a se stessa non può non comprendere questo concetto elementare che salvaguardi il sistema democratico e civile delle regole. Il cittadino onesto denuncia perché sa che è vitale che tutti rispettino le regole.

Se la legge ha un senso è per regolare la vita sociale, violarla significa alterare gli equilibri sociali ed, infatti, lo squilibrio è palese se si pensa alla Casta o alle mille diseguaglianze sociali prodotte proprio dalla continua violazione delle regole positive e naturali.

Ma qui e oggi pare che violare la legge non sia un fatto grave se si continuano a dire certe cose.

Sarà per questo che persino il codice penale prevede all’articolo 361: l’obbligo per il pubblico ufficiale di denunciare un reato di cui si ha notizia…

invece è diventato normale attaccare e denigrare i “denuncisti”, un terribile termine (peraltro inesistente) spregiativo verso chi vorrebbe chiedere l’accertamento della verità e, dunque, sapere se vi siano state violazione o meno della legge.

Se poi si arriva clamorosamente ad affermare, come ha fatto di recente il presidente Luciano D’Alfonso, «io non denuncio alla procura faccio l’amministratore» allora si è già ben oltre il ribaltamento delle norme vigenti.

Di solito non è sempre opportuno dire tutto quello che si pensa e questa regola, proprio per il ruolo che rivestono i pubblici ufficiali, dovrebbe avere un carattere ancora più restrittivo.

Poi è chiaro che se un presidente dice certe cose, chi sta con lui non può discostarsi poi tanto e così ieri Camillo D’Alessandro candidamente ha affermato che seppure avesse avuto il minimo dubbio di irregolarità del finanziamento della Regione alla Saga non avrebbe mai fatto nulla contro l’Abruzzo. Dunque non avrebbe denunciato.


GUASTI PERPETUI A RIPETIZIONE

E allora la diretta conseguenza qual è? Per esempio che i tecnici dicano ‘non si può fare, va contro le norme’ e la politica (il consiglio regionale) fa il contrario come se nulla fosse ed è capitato almeno due volte nell’ultimo anno…

Oppure che si ammetta candidamente che i bilanci di questo ente o quell’altro (persino della Regione) siano stati “aggiustati” per far apparire una cosa invece che un'altra…

Come si fa a dichiarare pubblicamente di aver scoperto scempiaggini e orrori nell’ombra di istituzioni pubbliche e continuare a lanciare messaggi criptici senza denunciare alle autorità competenti quello che hanno scoperto?

Purtroppo è successo troppe volte.

Eppure oltre la Saga i nostri eroi sono riusciti a parlare pubblicamente di grossi scandali senza mai denunciarli, per esempio affrontando il buco nero Abruzzo Engineering, vi ricordate il “fantasma Dedalus”, l’Arit di qualche anno fa con progetti milionari di cui nessuno ha saputo, gli infiniti scandali dell’Aca con un buco da 130mln di euro che oggi pagheranno le imprese ed i cittadini con le bollette, o le incredibili vicende incrociate dentro e fuori il processo di Bussi?

 

IL SILENZIO NON E' D'ORO

C’è sempre e solo una linea comune: il silenzio e non perché non si sappia.

Il silenzio poi genera connivenze ma anche possibilità di “accordi”: sarebbe invece corretto che la politica spazzasse via la regola del ricatto e delle minacce.

Ma il silenzio e le mancate denunce permettono anche di andare a braccetto e applicare una fraintesa diplomazia come fosse complicità mentre sarebbe auspicabile fermezza e autorevolezza specie da esponenti pubblici e governi.

Se poi tanti abruzzesi la pensano esattamente come il Pd, e cioè che per il bene (non duraturo) della propria terra si debba ricorrere a stratagemmi, artifizi, forzature di leggi, non stupisce perché questo è l’agire comune che ci ha portato qui dove siamo.

 

IL VALORE DELLA VERGOGNA

E tornando a Davigo: chi fra i politici di destra e sinistra si vergogna per come è stata gestita la Saga e tutte le altre società in perenne perdita o per esempio la sanità?

Qualcuno alzi la mano, si iscriva al più presto nella lista dei politici che si vergognano.

Peccato che non si sia ancora capito che c’è sempre meno per tutti e che pure i ladri sono in crisi esattamente come gli operai senza industrie o i malati senza ospedali o i giovani senza pensione e futuro.

Alla fine anche se il mondo è capovolto la ragione starà sempre dalla parte della ragionevolezza: per cui sarà sempre sbagliato continuare a riempire un serbatoio bucato con sempre maggiore acqua e sarà sempre giusto prima tappare le falle, poi capire perché si sono create e solo dopo, quando tutto è sistemato, si torna a riempire il serbatoio.

a.b.