GENI ALL'OPERA

La Fira e lo strano matrimonio di convenienza con le Start up finanziate

E non parlate di conflitto di interesse se l’ex (?) presidente Micucci si autonomina 5 volte

Redazione Pdn

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Rocco Micucci

Rocco Micucci

ABRUZZO. Le intenzioni sono delle migliori, persino nobili e degne delle più alte istituzioni pubbliche: aiutare, sostenere, finanziarie il meglio delle realtà imprenditoriali per farle crescere e rendere forti sul mercato.

Di fatto, però, la realizzazione in salsa abruzzese dell’idea avviene in un ambiente poco trasparente mentre ce ne sarebbe proprio bisogno visto il connubio carnale che per qualcuno potrebbe trasformarsi in una sorta di sadismo da subire o di occupazione coatta di casa propria.  

Sono molte le pagine da studiare per districarsi e capire il bando Start up Start hope della Fira, finanziato con 24 mln di euro (Por-Fesr) accantonati grazie ad una delibera del 2011.

La Fira ha dovuto sgomitare e sbaragliare la concorrenza agguerrita per vincere uno dei primi bandi della Regione Abruzzo (prima si preferivano gli affidamenti diretti) e ad aprile 2013 la giunta Chiodi ha autorizzato il trasferimento delle somme.

E’ stata però la nuova giunta D’Alfonso lo scorso dicembre a prendere atto della approvazione dell’elenco dei beneficiari della completa utilizzazione delle risorse pari a 14mln al lordo del compenso del soggetto Gestore (Fira).

Lo scorso 21 giugno 2015 si è avviata la seconda trance di finanziamenti per il sostegno di piccole e nuove imprese innovative.

Sara Marcozzi del M5s ha depositato una interpellanza che cerca di gettare una luce su questo tipo di finanziamenti anche in seguito ad alcune segnalazioni.

Nell’ultimo consiglio regionale la grillina ha chiesto se fosse vero che i progetti «migliori» vengono finanziati con cifre ingenti che ruotano intorno ad una media di 700mila euro e che questo aiuto viene pagato caro dalle imprese neonate costituitesi tutte tra il 2013 ed il 2015.

Sono state molte le risposte positive date dal vicepresidente Giovanni Lolli che ha fornito qualche dato, qualche imprecisione e un dubbio pesantissimo. Di fatto il fondo di rotazione finanziato con fondi europei serve per avviare imprese ma nemmeno lo stringente controllo “carnale” della Fira può assicurare che queste imprese poi sopravviveranno e non saranno nate solo per succhiare fondi pubblici. Insomma bisognerà attendere per sapere se siamo in presenza di matrimoni per amore o solo di convenienza.

Intanto dalle tante carte da leggere con attenzione di Start Hope si scopre che a valutare i progetti da finanziare è una apposita commissione di Valutazione che però viene scelta interamente da Fira ed il suo giudizio su caratteristiche e meriti dei progetti è insindacabile.

In seguito all’avviso pubblico sarà la Fira (e non più il comitato di valutazione) a dichiarare conclusa la procedura con esiti (negativi o positivi) ed in questo ultimo caso le imprese saranno avviate in una fase definita «negoziale e closing».

In questa fase gli imprenditori appena nati, felici per essere finanziati, dovranno sottoscrivere obbligatoriamente i patti parasociali, cioè una lunga serie di diritti e obblighi che regolano i rapporti tra le imprese private finanziate e la stessa Fira. Patti parasociali ovviamente predisposti da Fira e senza i quali l’ingente finanziamento non viene erogato. 

E’ qui che si scoprono alcuni obblighi, forse un tantino “invasivi” per gli imprenditori che di fatto probabilmente non avevano capito leggendo solo il bando che poi si sarebbe trovati in casa loro un nuovo inquilino che non si sono scelti: un baldo controllore nominato da Fira.

Infatti è Fira ad imporre alle start up finanziate regole per la nomina e funzionamento dei loro organi sociali  e si riserva di scegliere un membro del loro consiglio di amministrazione ma impone anche l’obbligo di richiedere  una informativa semestrale sui risultati aziendali ed effettuare visite a sorpresa.

Inoltre Fira potrà richiedere la nomina di manager di fiducia nelle posizioni considerate chiave nonchè  la certificazione dei bilanci e l'adozione di sistemi budgeting e reporting (pare alcuni sistemi software per agevolare i controlli).

Insomma riassumendo Fira dice: io ti finanzio giovane “pivello” imprenditore che hai bisogno del nostro aiuto ma noi decidiamo chi scegliere nel tuo consiglio di amministrazione, ti controlliamo a vista, pretendiamo report dettagliati su quello che fai con la “tua” azienda e naturalmente entriamo nel capitale sociale anche con quote che superano il 20% .

Dunque si può certo dire che Fira sia riuscita ad ideare un metodo quasi sicuro al 100 per cento per controllare che i fondi pubblici siano utilizzati nel modo corretto.

Si pensi quante risorse sarebbero state risparmiate se si adottasse proprio questo metodo in tutti i settori finanziati dalla Regione, per esempio, nominando un controllore nel consiglio di amministrazione di ogni clinica privata…

No, i controlli sui fondi per lo sviluppo, della sanità, dell’agricoltura, dell’industria sono a campione e sulla carta (se e quando ci sono) quelli di Start hope invece no.

Ora tutto sembra perfetto se non fosse che il pubblico sembra entrare un  tantino di prepotenza nelle imprese private, oltre al fatto che si crea una commistione tra controllore e controllato. Fira inoltre  trattiene un primo aggio dall’intero finanziamento che la Regione gli gira e poi una percentuale del 5% dal singolo finanziamento erogato, cifra che ritorna alla Fira per le «spese di gestione della pratica» (cosa che non succede invece per gli altri finanziamenti pubblici erogati).

Inoltre  sempre l’impresa beneficiaria deve pagare con soldi propri il componente del Cda che la Fira gli ha imposto, dunque di fatto pagare ancora… il controllore.

Nel primo bando sono 22 le aziende finanziate per altrettanti controllori da sistemare a cura di Fira. Un vorticoso giro di cariche e poltrone assegnate in quel clima di opacità resistente che ha fatto di Rocco Micucci (forse futuro ex presidente) un caso -più che di scuola- di studio per essere riuscito  a rimanere indenne alle regole sulla trasparenza che valgono per il resto della Repubblica per oltre sei anni.

Una peculiarità che da sola basterebbe per aprire qualche controllo approfondito (che invece non c’è mai stato) ma se poi si scopre che il futuro ex  presidente Rocco Micucci, proprio lui, sistemato in un nuovo ufficio nuovo di zecca con la targa di “segretario generale” (24mila euro annui) che prima non esisteva,  si è autonominato ben 5 volte in altrettanti cda di start up finanziate con un compenso di 12.500 euro ad incarico forse allora è davvero bravo lui.

Però qualcuno dovrà spiegare perché invece il vicepresidente Lolli in aula ha parlato di sole «tre cariche» a Micucci dando un dato errato.

Anche Luciano D’Alfonso pensa che Micucci sia bravo, anzi bravissimo, tanto da avergli creato una comoda poltrona da “segretario” affinchè «non vi siano cadute verticali di continuità produttive in ragione dei numerosi contratti in essere della Fira».

Dunque appoggio pieno e continuità all’uomo nominato dal centrodestra di Chiodi, altro che defenestrazione che fra l’altro è puramente virtuale.

Micucci è e rimane presidente di Fira  fino alle nomine del prossimo Cda (incassando ovviamente gli emolumenti garantiti dalla prorogatio…).

E non pare che il nuovo cda sia stato nominato.

 Chiodi o D’Alfonso, Micucci va sempre bene, così come l’opacità che l’Abruzzo è costretta a digerire sulla Fira.

Tanto gli scandali del passato sono già stati dimenticati da un pezzo.

a.b.