QUESTIONE DI LOGICA

La Giustizia e le favole. A Pescara c’è per caso un problema?

Le sentenze di totale assoluzione sono sempre di più: sbaglia la procura o i giudici?

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La Giustizia e le favole. A Pescara c’è per caso un problema?

ABRUZZO. Pescara abbiamo un problema.  Un grosso problema che si annida nelle ampie aule del Palazzo di Giustizia.

L’ennesima sentenza di un maxiprocesso che ha mandato in fumo sette anni di lavoro pagato caro -non solo in termini di soldi ma anche umani e politici- non può passare sotto silenzio e non può passare come un evento senza conseguenze. C’è molto che non va e sarebbe ora che gli organi dello Stato se ne accorgessero. Il Csm? Il vicepresidente abruzzese Giovanni Legnini?

«Tutti assolti perché il fatto non sussiste», nessuna facilitazione al gruppo Di Zio, nessuna tangente, nessun atto illecito per favorire il monopolio, nessuno dei politici coinvolti ha compiuto reati.

Tutto lecito.

A rigor di logica a Pescara da alcuni anni c’è un grosso problema nel Palazzo di Giustizia ed è inutile continuare a tacere e a far finta di nulla. 

Noi almeno non rimarremo più in silenzio e cercheremo di aiutare la verità in ogni modo ad emergere.

Il problema è che dal 2006 e fino a pochi anni fa moltissime (quasi tutte) le indagini portate avanti dall’ex pm d’assalto Gennaro Varone sono state platealmente disattivate, disinnescate, cancellate, demolite da sentenze che non lasciano scampo né possono far vedere il bicchiere mezzo pieno. Il bicchiere è tutto vuoto, così come i teoremi messi in piedi e gli impianti tecnici accusatori fallaci.

La prima e più eclatante inchiesta finita nel cestino (e per ben due volte, anche in Appello) è stata l’inchiesta che portò agli arresti l’attuale governatore della Regione, Luciano D’Alfonso, una inchiesta che causò uno scossone mai visto prima a Pescara, favorì l’elezione del centrodestra così come l’inchiesta Sanitopoli favorì il centrodestra alla Regione nel 2008 (proprio nello stesso giorno degli arresti di D’Alfonso).

E poi sono state disinnescate tutte le altre inchieste sulle tangenti pescaresi, gli accordi di programma, le prime inchieste sull’Aca. Dove non è arrivata una sentenza di assoluzione piena sono arrivate quelle che hanno demolito in gran parte l’impianto accusatorio o sono arrivati i difetti di notifica, gli errori procedurali o i cambi di giudici che hanno imposto di ricominciare tutto da capo. Altre volte sono morte già in fase di indagine quando si è deciso di non continuare ad indagare per ragioni che nessuno ha mai dovuto chiarire.

Insomma per un motivo o per un altro la giustizia arranca sotto gli occhi di tutti creando conseguenze grottesche sulla vita pubblica e politica di questa regione. E tutto questo non si può spiegare con i malumori che pure proliferano a Palazzo di Giustizia o la voglia di fare carriera o di mettersi in luce.

Dove finiscono le «montagne di prove», i documenti che inchiodano, come è possibile che la procura di Pescara abbia ragione se poi i giudici assolvono?

Con l’assoluzione totale di ieri per l’inchiesta Re Mida sui rifiuti, però, si è toccato il culmine.

C’è bisogno di prendere coscienza del problema, di studiarlo e di individuare la cause.

E la cosa è semplice perché o sbagliano i procuratori (alcuni) o sbagliano i giudici che non si districano tra le centinaia di migliaia di pagine di processi colossali.

Ma non si può lasciare tutto in balia della corrente e non è più accettabile al giorno d’oggi che si continuino a compiere errori così macroscopici senza che vi sia la benchè minima sanzione da pagare.

C’è bisogno di qualcuno che si accorga che c’è bisogno di tutelare la legge e la giustizia prima che sia troppo tardi.

Non sapremmo davvero come spiegare alle persone comuni quanto accade da anni a Pescara, e non solo, mentre è crescente la sfiducia nella politica ed ora si diffida pesantemente pure della giustizia.

Come si può accettare che per anni si raccontino certe storie di presunte ruberie e collusioni ‘schiaccianti’, di tangenti e corruzione e poi all’improvviso quelle storie diventano una favola, una realtà irreale mai verificatasi, perché la giustizia decreta la piena innocenza di tutti.

Hanno gioco facile coloro che sono rimasti stritolati per anni in questo meccanismo perverso a lamentarsi e a contestare tutto e tutti perché è la loro vita che è stata distrutta insieme alla  loro carriera politica.

Ma la situazione è ancora più grave perché non è affatto vero che le cose raccontate dalla procura siano tutte false perché i fatti accertati rimangono; rimangono i documenti, i discorsi, le intercettazioni, certe ricostruzioni, ci sono comunque fatti che rimangono cristallizzati nella storia anche se non hanno alcuna rilevanza penale. 

Non per fare sempre i soliti esempi ma oggi è un fatto che D’Alfonso viaggiava di sovente gratis sugli aerei di Toto o che fosse aiutato economicamente dalla zia e queste cose sono diventati fatti acclarati e normali perché lo hanno stabilito le sentenze.

Ed il pericolo è proprio questo: quello di normalizzare comportamenti che sarebbe bene che i pubblici ufficiali non tenessero mai. Sarebbe utile che i pubblici ufficiali siano totalmente e assolutamente integri e non si facciano influenzare da amicizie troppo strette pure consegnate agli atti di molti processi.  Alla fine non ci sono reati ma le assoluzioni fanno passare tutto come “lecito” anche comportamenti inopportuni che ricevono una bella mano di vernice e di fatto una piena legittimazione pressol'opinione publica.

Anche questi sono gli effetti perversi degli errori che qualcuno ha compiuto in quelle aule giudiziarie.

C’è bisogno di chiarezza e di una presa di coscienza, c’è bisogno di far luce perché ormai gli episodi che danno adito a dubbi e gettano ombre infamanti sulle istituzioni sono troppi e c’è bisogno di porre un freno per evitare che si arrivi alla delegittimazione totale.

Siamo stufi di assistere a dichiarazioni a metà, mezze frasi, allusioni su forze oscure, poteri occulti, sistemi o vendette trasversali o situazioni poco chiare che tirano in ballo anche magistrati.

Chi ha sbagliato paghi.

E’ la prima regola della giustizia.

E poi qualcuno dovrà spiegarci come si concilia la verità “pescarese” sull’inchiesta Rifiutopoli con quella “teramana” diametralmente opposta che racconta una verità profondamente diversa sugli stessi fatti.

a.b.