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La nomina del dirigente regionale (del Pd) che aspira a diventare sindaco fa arrabbiare il sindacato

Direr: «non rispettati i principi della trasparenza»

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La nomina del dirigente regionale (del Pd) che aspira a diventare sindaco fa arrabbiare il sindacato

Rosaria Ciancaione

ABRUZZO. Con la delibera numero 886 del 3 novembre scorso la Giunta regionale ha provveduto a conferire l’incarico di dirigente del Servizio Bilancio a Rosaria Ciancaione, proveniente dal Comune di Roseto.

Una nomina arrivata dopo l’avviso (D.G.R. 650 /2015) contestato dalla Direr e sul quale il giudizio fortemente negativo del sindacato si è concretizzato in un ricorso al Tar oggi pendente.

E se non si sollevano dubbi sulle qualità della neo assunta, il sindacato si chiede se la nomina di Ciancaione non nasca dall'esigenza di «rimuovere incompatibilità rispetto a legittime aspirazioni politiche della neo assunta e favorirne la candidabilità nell’Ente da cui proviene».

Nel 2012 Ciancaione aveva partecipato alle primarie del Pd per uno scranno in Parlamento e uno dei prossimi obiettivi, per niente segreto, sarebbe quello di potersi candidare alle elezioni amministrative di primavera e possibilmente concorrere alla competizione elettorale per diventare sindaco della sua città, cioè Roseto.

«Vivendo per tanti anni all’interno di un ente pubblico», ha detto nei giorni scorsi Ciancaione al Centro, «ho maturato la convinzione che per cambiare le cose è assolutamente necessario riavvicinare le istituzioni ai cittadini. È questo il progetto politico che ho in mente per Roseto e se riuscirò a metterlo in atto, qualunque sarà il mio ruolo, potrò dire di aver dato anch’io un contributo per migliorare la mia città».

Ma il 31 ottobre scorso, praticamente a ridosso delle primarie, Ciancaione si è autosospesa dal Pd: l’unica candidatura presentata è stata quella di Sabatino Di Girolamo che avrebbe dovuto concorrere proprio con Ciancaione che, insieme a lui, aveva partecipato alla conferenza stampa di presentazione delle primarie.

«La mancanza di una coalizione in vista delle prossime elezioni comunali, come a più riprese ho fatto presente nel direttivo dell’Unione, non è accettabile nè condivisibile», ha detto tra lo stupore del Pd che l’ha invitata a ripensarci e restare compatti per mandare a casa Pavone.

Tre giorni dopo è arrivata la promozione alla Regione come dirigente al Bilancio. Una nomina però che non piace al sindacato per le modalità adottate.

Per il segretario regionale della Federazione dei dirigenti e dei quadri direttivi delle Regioni (Direr), Pierluigi Caputi, il bando per la selezione di dirigenti da immettere nei ruoli regionali è privo dei criteri cardine necessari per l’ingresso nella Pa: infatti, nulla stabilisce sulle modalità di valutazione dei titoli, su come avviene l’obbligatorio confronto fra i curriculum dei richiedenti e su quali siano posti messi a concorso. Il sindacato contesta il fatto che tutto sembra apparire lasciato alla discrezionalità della Giunta regionale, pertanto il bando diviene strumento funzionale a una ‘decisone politica’ non prevista, anzi denegata dalla legge.

«Non si discute del valore del Dirigente assunto», sottolinea Caputi, «la dottoressa Ciancaglione è senza dubbio una persona con esperienza, professionalità e dedizione al lavoro, ma queste sono le condizioni di ammissione all’incarico, ci si domanda se il suo curriculum è stato confrontato con gli altri 2000 (circa) pervenuti a seguito dell’avviso».

Altre perplessità sono state espresse in quanto non è stato reso pubblico neanche l’elenco degli ammessi a quell’avviso: non si sa se le 2000 domande siano state istruite, non si sa con quale criterio fra esse sia stata ‘estratta’ quella  di Ciancaglione. Troppe cose non chiare mentre la trasparenza delle decisioni assunte dovrebbe essere la caratteristica principale delle azioni della Pubblica amministrazione.

Ma nella delibera della giunta, fa notare Caputi, non si parla nemmeno di programmazione del fabbisogno del personale, della richiesta di mobilità da altri Enti, della definizione degli indicatori di pagamento.

 «Non si vuole credere che il muoversi sul filo della legittimità degli atti sia perseguito solo nella consapevolezza della onerosità dei costi che le parti lese dovrebbero sostenere per far riconoscere le proprie ragioni dal Tar e che, se così fosse, dalla valutazione che una in un’Amministrazione di tal fatta un ricorso, per quanto motivato e corretto, non garantirebbe la certa conseguente assunzione del ricorrente, anzi...», aggiunge ancora Caputi.