SALDI MORTALI

Trivelle, Assalto ai mari italiani? «Il Bel paese si svende»

Il dossier del Wwf

Redazione Pdn

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Trivelle, Assalto ai mari italiani? «Il Bel paese si svende»

ABRUZZO. L’anno scorso il Governo croato aveva presentato un Piano/Programma di ricerca di idrocarburi in Mare Adriatico che riguardava ben 29 zone per circa 37 mila kmq. Il rischio di essere “scippato” del petrolio del Mare Adriatico è stato utilizzato dal Governo Renzi per  giustificare e accelerare l’approvazione di tutta una serie di previsioni normative, contenute nel cosiddetto Decreto “Sblocca Italia”, favorevoli alla lobby petrolifera, compreso addirittura un comma finalizzato a riaprire in sostanza le trivellazioni nel Golfo di Venezia  fermate d’urgenza nel 2002 poiché tra le cause dello sprofondamento di una della città più belle del mondo.

Invece nella scorsa estate in Croazia ben 7 aree, sulle 10 su cui avrebbero dovuto svilupparsi i primi progetti inerenti gli idrocarburi, sono state abbandonate dalle stesse compagnie petrolifere mentre le 3 residue sono state bloccate dal Governo croato. Perché?  Il WWF, a opera della referente energia Fabrizia Arduini con la collaborazione di Dante Caserta, ha elaborato un dossier che offre possibili spiegazioni. Da una parte la sensibilità ambientale e il rispetto delle regole, maggiori oltre adriatico; dall’altro il crollo del prezzo del petrolio e i costi di estrazione, in termini di royalties e tassazioni. In Croazia i  petrolieri pagano, in Italia hanno vantaggi e incentivi sia per il petrolio che per il gas.

L’Italia subisce un attacco selvaggio da parte delle compagnie petrolifere per il solo fatto che i nostri governi, contro l’interesse dei cittadini, operano di fatto una vera e propria “svendita” del proprio patrimonio naturale, a danno dell’ambiente e di voci economiche importanti come il turismo.

«Questo il dossier lo dimostra, cifre alla mano», dicono gli ideatori.

IL CALO DEL PREZZO DEL PETROLIO

Gli ambientalisti partono dal calo del prezzo del petrolio e da alcuni costi che una società petroliferadeve affrontare.

Il petrolio, come prezzo al barile, sta toccando i minimi storici degli ultimi anni, ma questo dovrebbe costituire un deterrente sia per la Croazia che per l’Italia, e invece così non è. Perché?

«Sappiamo che tra i costi che devono affrontare le multinazionali del petrolio, quelli sulla sicurezza sono i più onerosi. Ne deduciamo che uno dei possibili deterrenti sia da rintracciare nel fatto che la Croazia sta recependo la Direttiva Offshore (Direttiva 2013/30) che accentua e rende uniforme a livello di Unione Europea la sicurezza, la protezione, i monitoraggi incrociati. Probabilmente tale recepimento sta avvenendo in maniera più cogente di quanto si intende fare in Italia dove si sta procedendo ad un recepimento “farsa” della Direttiva (sul punto il WWF, insieme ad altre Associazioni ambientaliste ha già prodotto sue osservazioni)».

LA VAS

La Croazia sul Piano di ricerca per le 29 aree marine ha applicato anche la Valutazione Ambientale Strategica (VAS) transfrontaliera, mentre l’Italia, sino ad oggi, ha aperto il suo mare allo sfruttamento petrolifero senza nemmeno una VAS nazionale, nonostante siano interessate aree marine enormi, come quella della Sardegna a ridosso del Santuario dei cetacei, all’interno di una zona di protezione ecologica.

Il massimo che viene richiesto in Italia, dopo il Decreto n. 83/2012 (Decreto Sviluppo) è la Valutazione Ambientale Preliminare sul programma complessivo dei lavori. Mentre, nonostante sia già trascorso un anno dal Decreto Legge n. 133/2014, non vi è ancora traccia del previsto Piano delle Aree1 idrocarburi: piano che dovrebbe essere predisposto dal Ministero dello Sviluppo Economico con proprio decreto, sentito il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

LE ROYALTY

Altri costi di cui deve tener conto una società petrolifera intenzionata ad avviare progetti di ricerca ed estrazione di idrocarburi sono sicuramente la tassazione e le royalty, sottolineano gli ambientalisti.

Il sistema italiano di incentivi, detrazioni, basse royalty e alte franchigie da cui farle scattare, è stato evidenziato in due dossier realizzati dal WWF Italia 2 delle cause del vero e proprio “arrembaggio dei petrolieri” in Italia siano le condizioni estremamente favorevoli riconosciute a questa industria.

Leggendo il contratto tipo “Draft of Production Sharing Agreement 2014” vigente in Croazia,limitandosi all’esame della situazione a mare, si evidenziano subito le prime differenze.

Per il petrolio, in Italia le royalty sono del 7%, in Croazia sono del 10%. In Italia le prime 50.000 tonnellate di greggio estratto sono esenti da royalty (franchigia). In Croazia appena si inizia a perforare un campo per la produzione si devono versare 180.000 euro, poi sino a 200.000 barili, equivalenti a 32.000 tonnellate circa, viene pagato un totale di 720.000 euro. In Italia, inoltre, quando il giacimento ha una produzione superiore alla franchigia (50.000 tonnellate), scatta un’ulteriore detrazione di 40 euro circa per ogni tonnellata, per cui alla fine il 7% delle royalty viene pagato solo dopo le prime 50.000 tonnellate di greggio estratto, e non per intero, ma al netto di una riduzione cui si aggiungono eventuali ulteriori sgravi particolari.

Quindi se si producono 100.000 tonnellate di petrolio annuo, equivalenti a 650mila barili, prima di calcolare il 7% di royalty su 26 milioni di valore del prodotto (per difetto calcolando 40$ al barile), bisogna togliere le prime 50 mila tonnellate di franchigia, pari a 325mila barili. Sulle restanti 50.000 tonnellate, si procede al taglio di 40 euro circa per tonnellata. Ne consegue che il 7% delle royalty è come se fosse calcolato non su 26, ma su 11 milioni. In conclusione in Croazia sulle prime 100.000 tonnellate annue, si pagano 3,5 milioni di euro, in Italia 770.000 euro. In Croazia, i petrolieri, pagano quasi 5 volte di più.

L’ESTRAZIONE DI GAS

Situazione simile per l’estrazione del gas. Le royalty sono fissate per entrambi gli Stati al 10%, ma a fare la differenza sono ancora una volta le agevolazioni sotto forma di esenzione per le prime quantità estratte.

In Italia sui primi 80 milioni di metri cubi di gas non si pagano royalty. In Croazia appena si inizia la produzione si devono versare 119.000 euro, e poi altri 119.000 euro ogni 4 milioni di metri cubi di gas, sino a 16 milioni di metri cubi (totale 476.000 euro solo sulla produzione). Anche le quote da pagare per avere in “locazione” le grandi aree su cui sviluppare progetti di ricerca ed estrazioni variano in maniera considerevole.

In Croazia per il periodo di esplorazione si versano annualmente 50 euro/Km2 . Per la coltivazione di versano 520 euro/Km2.

In Italia la fase dell’esplorazione viene suddivisa in prospezione (3,4 euro/Km2) e ricerca con perforazione (6,82 euro/Km2 all’avvio, 13,61 euro km2 alla prima proroga,  27,23 euro/Km2 alla seconda proroga). Per la coltivazione sono 54,48 euro/km2 all’avvio e 81,71 euro km2 alla proroga.

 LA SVENDITA

«La risposta alla domanda che ci siamo posti circa le motivazioni che sono alla base del mantenimento delle richieste di ricerca ed estrazione di petrolio nel mare italiano rispetto alle rinunce nel mare croato, è quindi da ricercarsi sostanzialmente nella “svendita” che l’Italia fa del suo patrimonio naturale. Una “svendita” tanto può assurda se, come in questo caso, finisce per danneggiare, oltre che l’ambiente, anche voci economiche importanti come il turismo. Una “svendita” che fa maturare una infinita tristezza in chi avverte di vivere in un Paese meraviglioso, ma fragile, pieno di creatività e intelligenza, ma costantemente svilito da una classe dirigente che non riesce a vedere al di là del proprio naso o degli interessi di una industria fossile, in tutto e per tutto».