LA SCOSSA

Elettrodotto Villanova-Tivat, Melilla interroga Ministero: «è davvero utile?»

Il deputato di Sel esprime i propri dubbi in una interrogazione

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Elettrodotto Villanova-Tivat, Melilla interroga Ministero: «è davvero utile?»

ABRUZZO. Il deputato abruzzese di Sel Gianni Melilla ha presentato una interrogazione al Ministero dello Sviliuppo Economico per chiedere chiarezza sul progetto di interconnessione Villanova-Tivat.

 E’ realmente utile quest’opera  cosi onerosa per lo stato italiano? Al tempo stesso il parlamentare chiede anche di chiarire le regole per l'importazione di energia attraverso l'elettrodotto dall'estero alla luce degli impegni europei in materia di clima e fonti rinnovabili.
Fu proprio il Ministero dello Sviluppo Economico, all'epoca del governo Berlusconi, a stipulare un accordo con la Serbia per l’importazione di energia rinnovabile (fonte idroelettrica) da quel paese. Secondo le informazioni risalenti al 2011 quell'energia ci costerebbe 155 euro/MWh, più del doppio dell'attuale prezzo di mercato. Per il progetto l'Italia sborserebbe circa 12 miliardi di euro in 15 anni.
L’interconnessione, in gran parte sottomarina, di 415 km fra le coste dell’Abruzzo e quelle del Montenegro, che con una portata di un GW in corrente continua, potrebbe spostare tra Italia e Montenegro circa 6 TWh di energia l’anno.
La nuova linea, i cui lavori sono appena cominciati sul lato Abruzzo, costerà oltre un miliardo di euro (dai 760 milioni previsti nel 2010, gran parte dei quali verranno pagati dagli italiani con la  bolletta elettrica), e dovrebbe servire a connettere ulteriormente le linee elettriche del continente, unendo i Balcani alla rete dell’Europa Occidentale, e, soprattutto, a importare in Italia energia "economica e rinnovabile” proveniente dal Montenegro.
L’idea di questa interconnessione parte dal 2005, quando venne pensata come utile a superare il grave deficit di capacità produttiva elettrica italiana, che rischiava di provocare gravi black-out al paese. Il progetto viene confermato dal governo Prodi nel 2007 e nel 2008 viene completato lo studio di fattibilità. Ma intanto la situazione energetica italiana si capovolge: l’undercapacity, grazie alla costruzione di una valanga di centrali a gas, diventa overcapacity, e quindi, in teoria, della linea con il Montenegro avremmo potuto anche fare a meno.

Per “salvare” la grande opera messa in cantiere nel 2009 la ragione per cui bisognerebbe costruire la linea sotto l’Adriatico cambia: adesso importare elettricità elettrica dal Montenegro ci aiuterà a rispettare i vincoli europei sulle emissioni e sulle energie rinnovabili al 2020, perché, afferma il Piano Nazionale delle rinnovabili nel 2010, «l’Italia non potrà produrre al 2020 più del 26,8% di elettricità rinnovabile sui propri consumi, e il resto lo dovrà importare». E così nel 2011 viene firmato l’accordo definitivo fra il ministro Paolo Romani e il suo omologo montenegrino per la realizzazione dell’opera.

«Ma già allora», ricorda oggi il deputato Gianni Melilla nella sua interrogazione, «con la crisi che cominciava a far calare i consumi elettrici e il boom di fotovoltaico, bioenergie ed eolico, era chiaro che l’Italia non avrebbe avuto alcun bisogno di importare energia rinnovabile per rispettare il 20-20-20. E oggi ne siamo ancora più consapevoli, visto che già quasi il 40% della nostra domanda elettrica è coperto da rinnovabili (dato 2014), e che il 20-20-20 riusciremo a centrarlo. Volendo siamo perfettamente in grado di andare ancora oltre con la produzione interna da solare, vento, geotermia e biomasse e non si intravede all’orizzonte nessuna miracolosa ripresa dei consumi elettrici».

A GENNAIO: «PROGETTO VALIDO»
Il 27 gennaio scorso, in una audizione alla commissione industria della Camera il vice ministro allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti disse : «Il Governo, nonostante il cambiamento di scenario, continua a considerare valido il progetto di interconnessione e garantisce che non ci saranno ricadute sulla bolletta degli italiani, mentre ci sono senz’altro una serie di obblighi che il Governo italiano si è assunto e che andranno rispettati, ma che saranno compensati, a suo parere, dai vantaggi derivanti dall’interconnessione stessa». Successivamente De Vincenti ha chiarito uno dei modi con cui l’investimento potrebbe fruttare: Montenegro e Serbia potrebbero anche importare elettricità dall’Italia.

«Un fatto altamente improbabile», sottolinea oggi Melilla, «visto che il nostro kWh costa fra 2 e 4 volte di più del loro». 

La AEM, società municipalizzata dell’elettricità milanese, oggi A2A, decise di espandersi all’estero. Dopo un tentativo infruttuoso di acquisire una società in Svizzera, essendo esperti di idroelettrico, ripiegarono sulla Epcg, del Montenegro, acquisendone nel 2009 il 43,7% per 436 milioni di euro. Ma l’affare si rivelò disastroso: il Montenegro è, con il Kosovo, uno degli stati europei meno trasparenti, le tariffe elettriche sono decise dalla politica, buona parte della produzione elettrica va a una fabbrica di alluminio che la paga pochissimo e il non pagare le bollette è sport di massa».

RISULTATO FINANZIARIO NON BRILLANTE
Il risultato finanziario, infatti, non è stato brillante, come ammette la stessa A2A in una pagina realizzata appositamente nel suo sito nel 2012, in risposta a un’inchiesta di Report: la Epcg è costata ad A2A ingenti perdite (66 milioni di €, solo nel 2011 a causa di “scarsa piovosità”, e molti altri previsti per il 2012). E oggi l’azienda sta cercando di rinegoziare la sua presenza in Montenegro, se non chiuderla del tutto.

«Al momento, il Montenegro produce solo il 60% dell’elettricità che consuma», analizza Melilla. «Quindi finiremmo per importare energia da un paese che non ne produce neanche abbastanza per i suoi 4,6 TWh annui di consumi. Fra i suoi vicini, la Serbia già esporta tutto il possibile in Montenegro e la Croazia è un importatore netto di elettricità: chi, senza nuove centrali, dovrebbe quindi fornire i 6 TWh massimi che possono passare sulla linea per l’Italia? Ma non basta», insiste il deputato di Sel. «L’elettricità montenegrina solo per il 60% è idroelettrica, il resto deriva da una centrale a lignite. Da molti anni si annuncia l’inizio della costruzione di nuove centrali idroelettriche nel paese, ma o per mancanza di finanziamenti, o per opposizioni ambientali, le opere sono ancora lontane dal concretizzarsi. Inoltre il 40% di elettricità che il Montenegro importa viene dalla Serbia, che la produce per il 60% con il carbone. Facendo qualche semplice calcolo risulta, quindi, che al momento l’elettricità che importeremmo dal Montenegro sarebbe al 64% fornita da centrali a carbone.  Visto che questa fonte fossile emette 1042 gr di CO2/kWh, oggi l’energia  montenegrina sarebbe correlata a 666 gr CO2/kWh, contro i 385 gr CO2/kWh dell’attuale mix italiano».