LA MORSA

Investire in Abruzzo, quando un sogno diventa incubo

Fallimenti e pignoramenti: racconto di una imprenditrice che voleva puntare sul territorio

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Investire in Abruzzo, quando un sogno diventa incubo




ABRUZZO. Il sogno era quello di far rivivere un pezzo della storia d’Abruzzo. La realtà, oggi, è una azienda in via di fallimento, pignoramenti alle porte e tanta amarezza.
La vicenda la racconta Maria Cinzia Foglia, una imprenditrice innamorata dell’Abruzzo a tal punto da trasformare la ricerca personale di un casolare in una impresa che poteva avere le gambe per camminare ed espandersi. Ma qualcosa non ha funzionato. Burocrazia e tempi lunghi hanno trasformato un sogno in un incubo. E così anche chi vuole investire sul territorio se ne torna a casa con un pugno di mosche, anzi con molti più problemi di prima, senza soldi e azioni giudiziarie in corso.
La storia comincia nel 2006, ormai quasi dieci anni fa, quando la donna, insieme alla sua famiglia, è alla ricerca di un vecchio casolare da recuperare per uso personale, di come ce ne sono tantissimi in regione.
E’ a quel punto che «abbiamo scoperto, nell’entroterra aquilano, tra i comuni di Ofena e Capestrano, un vecchio ma straordinario borgo abbandonato e disabitato da oltre un secolo, utilizzato dai pastori pugliesi durante la transumanza estiva per il ricovero proprio e delle greggi».
E’ il Borgo Le Pagliare del Colle, nel comune di Ofena, all’interno del territorio protetto del Parco del Gran Sasso. Una sorta di piccolo paradiso da trasformare e da far crescere per attirare turisti.
Circa 25 piccole casette, per lo più a due piani, composte da una stalla al piano terreno, ed un vano al piano superiore che fungeva da camera e cucina, alcune delle quali dotate di grotta sotterranea per la conservazioni dei formaggi. In tutto circa 3000 mq di immobili adagiati su una superfice verde di 20mila mt di terra.
Innamorati della bellezza del luogo, del contesto, della sua storia, ricorda oggi l’imprenditrice, è maturata l’idea di realizzare un progetto di recupero per il riuso a fini ricettivi del borgo. Dall’idea, quindi, di comprare una piccola casetta di campagna, si è passati al progetto di fare rivivere un pezzo d’Abruzzo.

«NON SIAMO COME SANTO STEFANO DI SESSANIO»
«Diversamente dal più e meglio noto borgo di Santo Stefano di Sessanio», ricorda Foglia, «anche per la nostra modesta disponibilità economica personale da mettere in campo, rispetto alla prima, abbiamo costituito (con mio marito, entrambi non abruzzesi), senza mai fare rumore mediatico, un’impresa, e mettendo in gioco tutte le economie nostre e delle nostre famiglie, abbiamo avviato dapprima l’acquisizione e successivamente il recupero del sito (da maggio 2008), esclusivamente puntando al riuso attento delle tecniche e dei materiali dell’epoca senza tralasciare le innovazioni progettuali e tecnologiche più avanzate e moderne».
Così per realizzare il loro progetto hanno sottoscritto, nel 2007, un apposito accordo quadro col Comune di Ofena ed il Parco Nazionale del Gran Sasso, attraverso il quale, l’amministrazione Comunale si impegnava entro 12 mesi a garantire la necessaria strumentazione urbanistica, il Parco ad aiutarli a mantenere l’integrità naturalistica dell’area, e la società ad eseguire l’intervento conformemente alla naturalità del luogo, ed a realizzare le opere di urbanizzazione necessarie»

Il progetto ha convinto anche un noto Istituto Bancario Nazionale che ha supportato la società finanziariamente per alcuni anni, ritenendo tuttavia ad un certo punto di sospendere e revocare ogni forma di aiuto. Perché?

TUTTO VA A ROTOLI
«Il comune che dapprima (gennaio 2008) ci ha rilasciato le concessioni edilizie per il recupero, in attesa di una variante al piano», racconta Foglia, «ci ha bloccato i lavori dopo soli tre mesi dal primo rilascio (marzo 2008) su richiesta del Parco (per il quale mancando il Piano non si poteva intervenire), per poi riconcedere le autorizzazioni parziali dopo 3 mesi; il Parco, ci ha bloccato subito dopo una parte dei lavori sostenendo che in attesa delle varianti, quelle case non potevano essere dotate di impianti e servizi igienici».
Infine il comune ha approvato il piano con la ridestinazione d’uso, ma “solamente” dopo 6, infiniti e stremanti, anni di attesa che ben presto si è trasformata in agonia.
Risultato?
« La banca che nel frattempo aveva dapprima bloccato, ha poi revocato definitivamente i mutui concessi, per mancanza del Piano», racconta l’imprenditrice che ammette «6 anni sono impossibili per chiunque, anche per una grande Banca. Ma la stessa Banca aveva dapprima e per ben due volte concesso quanto richiesto, anche in assenza di quel piano. Troppa fiducia nel Comune? O errore iniziale di valutazione?»
Nella vicenda entra anche la Regione, che nel frattempo aveva concesso un contributo tramite la partecipazione ad un avviso per interventi di recupero e ridestinazione d’uso nell’area del cratere del sisma del 2009,.
«Dopo lunghe attese di un risultato mai arrivato (il completamento dei lavori) ci ha revocato il finanziamento concesso, che se pur modesto, rispetto all’insieme, sarebbe stato di grande aiuto.
I fornitori, che pazientemente hanno atteso anni per ottenere il dovuto sui lavori realizzati, non sono più in grado di attendere e minacciano le conseguenti azioni per il recupero».
Conclusioni? Oggi il sogno si è trasformato in un incubo: «la banca ha avviato in questi giorni le azioni giudiziarie per il recupero, i fornitori lo faranno a brevissimo, il Comune ha ora il suo splendido PRE, il Parco tace, i lavori, già realizzati per circa il 70% del complessivo previsto, sono fermi da oramai più di tre anni e forse per sempre, e noi siamo in attesa che suoni il citofono di casa per la notifica degli atti di pignoramento dei nostri beni personali. Magari andremo a vivere in uno dei casali semi-ristrutturati (almeno una parte del nostro sogno sarà realizzato), almeno fino a quando, anche da li non ci sfratteranno, dopo la vendita giudiziaria degli stessi».