ROVESCIO DI CRONACA

La Voce delle Voci, il giornale antimafia che cerca giustizia (e non la trova)

Riparte in attesa dei pronunciamenti dei tribunali. Quattro filoni aperti dopo la denuncia di Annita Zinni

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La Voce delle Voci, il giornale antimafia che cerca giustizia (e non la trova)

NAPOLI. Il mensile di inchiesta La Voce delle Voci è stata condannata nei mesi scorsi dal tribunale di Sulmona a 95 mila euro di danni per aver leso l'onore di una insegnante, Annita Zinni, in un articolo a firma del giornalista Rai Alberico Giostra.
Il giornale dopo un lungo periodo di stop è ripartito nella sola edizione on line. La redazione va avanti con contributi propri e tra qualche settimana saranno disponibili sul sito anche le vecchie inchieste degli anni 90 dove spiccano personaggi e ‘sistemi operativi’ ritornati alla ribalta delle cronache anche negli ultimi mesi.
Dunque si riparte dopo la sosta forzata dei mesi scorsi e nonostante la redazione sia impegnata ancora oggi su vari fronti giudiziari per la causa intentata da Zinni. L'articolo della Voce riguardava il figlio di Antonio Di Pietro, Cristiano, (alunno di Zinni) ed era stato dalla Voce rettificato - per una piccola imprecisione - nel numero successivo.
L’insegnante sulmonese ha citato in sede civile la Voce, ha battuto cassa per 40 mila euro, il giudice Massimo Marasca ha ritenuto la cifra modesta ed è andato oltre il raddoppio.
Kafkiano tutto l'iter che segue e che si svolge su 4 fronti, perchè il team legale messo su dalla Zinni band ha sparato una raffica di azioni esecutive, fra pignoramenti multipli e richieste di vendite all'asta - «degne d'un gruppo Berlusconi e di un colosso Murdoch. Ecco una rapida carrellata, fronte per fronte», le definisce il direttore de La Voce, Andrea Cinquegrani.

SUL FRONTE AQUILANO
Dopo la condanna in primo grado a 95 mila euro il giornale fa appello chiedendo un giudizio d'urgenza, visti i gravi danni che provoca una sentenza del genere con la quale vengono bloccate le pubblicazioni di una testata in vita da trenta anni esatti.
Motivi respinti: secondo l'Aquila non c'è alcuna urgenza. «Abbiamo aspettato, allora, la data prevista per l'udienza, lo scorso 7 aprile 2015», racconta Cinquegrani, «una data per noi fondamentale: ebbene, in 2 minuti 2 l'udienza viene spostata a settembre 2016. Un anno e mezzo. Quando noi avevamo chiesto “urgenza”. Perchè un giornale che non esce muore. Senza leggere una carta, senza muovere un foglio, tutto rinviato».

SUL FRONTE ROMANO
Al tribunale civile di Roma sono stati presentati atti esecutivi e pignoramenti presso tutte le banche italiane e filiali estere.
Lo stesso nei confronti del direttore Andrea Cinquegrani. Ma soprattutto, a Roma, è stato azionato un pignoramento presso la presidenza del consiglio dei ministri, dove vengono accantonate le somme che spettano alle cooperative che editano testate storiche: piccole cifre che però, in periodi di fortissima crisi della pubblicità, rappresentano l'ultimo ossigeno per una stampa sempre più accerchiata da mafie e lobbies. I legali della signora Zinni hanno perciò chiesto l'assegnazione - proprio in forza della sentenza sulmonese di primo grado - dei fondi “editoria (circa 20 mila euro per una annualità) più piccole somme trovate su un conto corrente di Banca Etica, poco più di mille euro (cui vanno aggiunte “10 azioni di banca Etica”, come recita il provvedimento del tribunale di Roma).
«Ci siamo opposti», racconta Cinquegrani, «sottolineando il fatto che quei fondi dell'editoria sono “pubblici”, e quindi hanno una ben precisa destinazione per sostenere - istituzionalmente - l'editoria minore e indipendente: e per questo “insequestrabili” e “impignorabili”. Il giudice ci ha chiesto di produrre una relazione in grado di documentare ciò: l'abbiamo fatto». 

Poi il provvedimento del 24 febbraio: le somme vengono automaticamente assegnate perchè “il giudice dell'esecuzione non ha il potere di intervenire sul titolo già formatosi innanzi ad altro giudice. Egli deve limitarsi ad accertare la efficacia e validità del titolo posto in esecuzione”.
E ancora: “la impignorabilità delle somme deve derivare espressamente da una disposizione normativa”.
«Continuiamo a sostenere», spiega il direttore, «che c'è una qualche differenza tra somme pubbliche e somme private, ad esempio derivanti da incassi per pubblicità, per vendite o per abbonamenti, quelli di prassi per i giornali, di natura commerciale. Qui si tratta di somme - ripetiamo - pubbliche, a precisa 'destinazione', la libertà di stampa».

SUL FRONTE NAPOLETANO
Napoli: anche qui raffica di pignoramenti verso tutte le banche: «abbiamo fatto presente, nelle nostre memorie», spiega Cinquegrani, «che forse l'impegno trentennale di una storica testata antimafia è un pelino diverso, che chiedere la messa all'asta - come imperterriti hanno fatto i legali romani della signora Zinni - della testata è qualcosa che va ben oltre e ben al di là di rivendicazioni da bottega di periferia».

SUL FRONTE CAMPOBASSANO
E' il quarto fronte. Perchè è in piedi un procedimento penale avviato dopo un esposto del giornale al Csm, al ministero della Giustizia, alla procura generale della Cassazione e inviato per competenza anche alla procura di Campobasso, per denunciare una serie di «macroscopiche anomalie» che si sarebbero verificate nel processo di primo grado.
«Siamo in attesa di notizie», dice il direttore, «tra errori, omissioni, complicità che non abbiamo esitato a mettere nero su bianco e che hanno prodotto, a Campobasso, l'apertura di un procedimento penale a carico del giudice di Sulmona (nel frattempo passato al tribunale di Civitavecchia) Marasca per abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio».