LA SENTENZA

Villa Pini, respinto ricorso di De Nicola: condanna da 500mila euro

Si sbloccano i soldi per i creditori? Policlinico de Criptis a rischio

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Villa Pini, respinto ricorso di De Nicola: condanna da 500mila euro

Ivone e Iachini

CHIETI. Il Tribunale di Chieti ha completamente respinto la domanda proposta dal Policlinico dell’eccellenza “de Criptis” (Carmine De Nicola) contro la curatela di Villa Pini, che gli avrebbe illegittimamente impedito di acquistare la Clinica.
Infatti la sua richiesta  per il subentro nella proprietà della casa di cura e per il risarcimento danni per il suo mancato acquisto – come scrive in sentenza il giudice monocratico Alberto Iachini Bellisarii – era del tutto «infondata nel merito».
 Bocciata dunque la pretesa del suo rappresentante legale pro tempore Antonio Di Ianni di vedersi riconosciuto un risarcimento da oltre 39 mln, comprensivo del milione della cauzione incamerata dalla curatela per il mancato acquisto della clinica, del costo di aggiudicazione all’asta di 31.050.000 euro e del lucro cessante calcolato sui 20 anni di utile di esercizio.
Inoltre il Policlinico è stato condannato non solo alle spese (circa 400mila euro), ma anche ad un risarcimento di 150 mila euro di danno per «iniziativa processuale temeraria».
 Una botta da oltre mezzo milione di euro che si abbatte su una società che ha un capitale sociale versato di poche migliaia di euro e che in caso di mancato pagamento potrebbe essere a rischio fallimento.

La sentenza, che ha accolto invece tutte le motivazioni degli avvocati della curatela, è molto importante perché - quando sarà passata in giudicato e salvo ricorsi in appello - sbloccherà il pagamento dei creditori, dipendenti compresi.
I quali ultimi da tempo premevano per essere pagati e incomprensibilmente contestavano alla curatela i ritardi nel riparto delle somme introitate con la vendita della clinica e accantonate in attesa della definizione di questo contenzioso giudiziario.
Infatti i 31 mln pagati da Santa Camilla Spa (Petruzzi Concetta, Luigi Pierangeli e Lorenzo Spatocco) per acquistare Villa Pini erano stati bloccati sul conto del fallimento proprio su richiesta dei nuovi acquirenti che, pur fidandosi delle modalità dell’acquisto, si erano cautelati con la clausola che i soldi sarebbero stati liberati solo al termine del contenzioso giudiziario.

RICORSO RESPINTO PERCHÉ DEL TUTTO INFONDATO NEL MERITO
Il giudice monocratico ha usato la mano pesante nel bocciare la richiesta, giudicata del tutto infondata sia per una serie di illogicità nelle richieste, sia perché indirizzata contro la curatela, invece che contro il Giudice delegato che aveva adottato il provvedimento di esclusione del Policlinico dall’acquisto.
La società che fa capo a De Nicola non si era presentata dal notaio per la stipula dell’atto di acquisto, il giudice ne aveva preso atto con il suo provvedimento di esclusione che aveva spianato la strada al subentro di Santa Camilla spa.
Infine nelle ultime pagine della sentenza viene chiarita con molta chiarezza la giurisprudenza sul danno e sul risarcimento a favore della curatela per questa iniziativa «temeraria» del Policlinico.
Grande soddisfazione per l’esito di questo contenzioso è stata espressa dal curatore avvocato Giuseppina Ivone, che «ha ringraziato il giudice per aver inquadrato in modo ineccepibile la vicenda, scavando in tutti i profili della domanda del Policlinico e delle difese della Curatela. Questa sentenza esemplare – ha concluso – spiana la strada verso il riparto atteso con giusta impazienza dai dipendenti, ma che avverrà solo a sentenza passata in giudicato e nel rispetto della normativa, che è stringente e non aggirabile in nessun modo».

I MOTIVI DELLA BOCCIATURA E L’AUTOGOL DEL POLICLINICO
In sostanza la domanda aveva vissuto più fasi. Prima il Policlinico aveva chiesto di subentrare nel possesso di Villa Pini, con la richiesta di 15 mln di danni al curatore. Poi successivamente aveva integrato la richiesta arrivando a 39 mln di risarcimento ed iscrivendo un’ipoteca sulla casa di cura. Si erano opposti gli avvocati Carlo Fimiani (che ha espresso «la sua soddisfazione per l’accoglimento delle argomentazioni difensive spese in giudizio») e Remo Di Giacomo, sostenendo l’inammissibilità del ricorso per molti profili e per l’infondatezza delle presunte inadempienze lamentate dal Policlinico.
In sostanza l’accusa mossa dal Policlinico era di non aver potuto completare l’inventario della clinica e di aver rilevato che - tra l’aggiudicazione all’asta e la stipula dal notaio - Villa Pini era stata depauperata di reparti ed attrezzature, il che aveva ridotto il valore della clinica.
Il giudice, dalla documentazione analizzata, ha invece rilevato che nulla di tutto questo si era verificato, che il disciplinare di vendita era ben noto al Policlinico con tutte le clausole che avvisavano sulla situazione reale della casa di cura e che – in conclusione - «era stato assolto diligentemente l’obbligo di informativa, tanto che il Policlinico non solo sapeva, ma avrebbe potuto accertare per tempo le criticità poi lamentate».

Ma soprattutto, conclude la sentenza, «non è stato provato che la clinica avesse perso le qualità essenziali» per funzionare come casa di cura.
Quindi non si trattava di un acquisto “aliud pro alio” (corretto a pag. 9, refuso “aluid” a pag. 10), cioè di una cosa per un’altra: infatti – con un clamoroso autogol – il Policlinico con la domanda giudiziale chiedeva di acquistare una clinica, anche se sosteneva che non fosse più tale.
Né era stato provato che l’inventario non fosse stato concluso per  responsabilità della curatela: dai documenti era emerso infatti un improvviso stop proprio da parte del Policlinico.
Insomma una azione immotivata ed infondata per tutte queste contraddizioni, ma anche perché un’eventuale condanna della curatela, che avrebbe generato un debito per la procedura, doveva percorrere un’altra strada e cioè la normale procedura concorsuale, che invece non è stata chiesta, così come non è stata chiesta al giudice la restituzione della cauzione da 1 mln, incamerata per un suo provvedimento.
Ma al di là di questi aspetti procedurali, la “causa petendi” era il diritto alla stipula e non gli eventuali vizi del bene all’asta. Diritto che era venuto meno quando era stato dichiarato decaduto dallo stesso giudice.
 Insomma il Policlinico non aveva più titolo ad inoltrare né ricorsi né richieste risarcitorie.

Sebastiano Calella