CHIACCHIERE E DISTINTIVI

Bugie alla polizia giudiziaria per difendersi? Pm:«niente calunnia per Pettinari, D’Andrea e Di Remigio»

Chiesta però la riapertura delle indagini per l’ex esponente della associazione Codici oggi consigliere grillino

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D'Andrea e Pettinari

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PESCARA. Domenico Pettinari non può essere rinviato a giudizio per il reato di false dichiarazioni al pm e nemmeno per calunnia perché le sue affermazioni «anche se suppostamente false» sono servite a difendersi dalle accuse di diffamazione mosse contro di lui dalla attuale dirigente della Regione Abruzzo, Sebastiana Parlavecchio.
Gli elementi emersi tuttavia sono sufficienti per richiedere la riapertura delle indagini già archiviate dalla procura di Pescara in tutta fretta il 27 gennaio 2014.
Il pm Andrea Papalia ha chiesto dunque l’archiviazione per il procedimento penale a carico dei vertici dell’associazione Codici, Domenico Pettinari ex referente provinciale ed oggi consigliere regionale M5s, Giovanni D’Andrea, responsabile regionale, e Fabio Di Remigio collaboratore di Pettinari ai tempi di Codici ed oggi suo portaborse in Consiglio regionale. Contestualmente ha rimandato gli atti al pm titolare del filone principale per la riapertura dell’indagine.
Tutto nasce da una denuncia firmata dal direttore di PrimaDaNoi.it, Alessandro Biancardi, il quale ha chiesto di verificare la veridicità delle affermazioni rese alla polizia giudiziaria dai tre esponenti della associazione che si batte per la legalità fornendo una serie di prove e riscontri che li smentirebbero.
Le affermazioni di Pettinari, D’Andrea e Di Remigio di fatto hanno permesso allo stesso Pettinari di uscire dal processo che lo vedeva indagato per diffamazione, una uscita di scena appena in tempo per potersi candidare alle elezioni regionali, scaricando così ogni responsabilità su Biancardi. I reati contestati erano calunnia e false dichiarazioni al pm.

I fatti hanno inizio nel 2011 quando PrimaDaNoi.it pubblica un lungo articolo sugli sperperi dell’Ato che riportava gli esiti di una indagine della associazione Codici. La consulente legale Sebastiana Parlavecchio si sentì diffamata perché Pettinari nell’articolo sosteneva che non fosse avvocato perchè nella banca dati nazionale degli avvocati il suo nome non c’era.
Partita la querela contro Pettinari e Biancardi, il primo ritrattò le dichiarazioni solo in sede di interrogatorio in procura affermando di non aver mai detto le frasi incriminate eppure mai chiedendo una smentita al giornale (sostenne di non averlo mai nemmeno letto ma lo pubblicò sulla sua pagina Facebook) e di conseguenza scaricò la colpa della presunta diffamazione interamente su Biancardi.
Il direttore del quotidiano però, dopo le dichiarazioni parziali e fuorvianti rese dall’attuale grillino, in una memoria difensiva aveva indicato una serie di prove e circostanze taciute in un primo momento da Pettinari il quale fu costretto poi a spiegare e confutare –grazie anche all’aiuto dei suoi colleghi- i nuovi elementi emersi.
Il pm Campochiaro di fatto prese per buone le affermazioni di Codici e giudicò non credibili quelle del giornalista: salvi i tre e processo (ancora in corso) per Biancardi.

Solo con un accesso agli atti il direttore di PrimaDaNoi.it scoprì le ulteriori dichiarazioni di Pettinari, Di Remigio e D’Andrea finite nel frattempo in uno stralcio e ritenendole false e calunniose avanzò una denuncia.
Nonostante la richiesta di archiviazione, tuttavia, oggi è emerso che vi sarebbero sufficienti elementi per dubitare della veridicità di quanto detto dall’attuale consigliere del Movimento 5 stelle da qui la richiesta del pm di riaprire l’altra indagine.
Infatti il pm Papalia chiarisce che l’archiviazione scatta in automatico per Pettinari poiché è stato sentito dalla polizia giudiziaria in qualità di indagato per diffamazione e per questo «poteva mentire per difendersi».
Le affermazioni di Pettinari «dettate da elementari esigenze difensive» sono volte ad «elidere le conseguenze della “chiamata in correità”», scrive il pm, «senza travalicare i limiti imposti dalla sua difesa e senza accusare altri e in particolare il Biancardi di comportamenti penalmente rilevanti pur conoscendone l’innocenza».
Eppure nella memoria che Codici fa firmare dall’avvocato della associazione, Gaetano Di Tommaso, si legge «appare evidente che nell’articolo pubblicato da PrimaDaNo.it ci siano una serie di inesattezze e vengano attribuite frasi al Pettinari e al D’Andrea senza che le stesse siano effettivamente dette ma a piacimento ed arbitrio del giornalista».

Insomma un lavoro giornalistico sommario, approssimativo ma soprattutto le accuse pesanti di falso nei confronti di un solo rigo del lungo articolo pubblicato nel 2011 e del direttore che evidentemente anche nelle memorie difensive aveva detto tutte falsità.
Diverse, invece, le motivazioni per la richiesta di archiviazione per quanto riguarda invece D’Andrea e Di Remigio chiamati a testimoniare da Pettinari per avvalorare la sua “verità”. Il pm ritiene che «va esclusa la sussistenza del reato di “false informazioni al pm” di cui all’art. 371-bis cp essendo pacifico che entrambi hanno reso dichiarazioni alla polizia giudiziaria e non al pubblico ministero e per questo non può integrarsi il reato».
Dunque se ne deduce che mentire quando si è ascoltati dalla pg non è reato anche perché -spiega la cassazione- il reato di false dichiarazioni al pm non è configurabile nemmeno se la stessa pg è stata delegata dal pubblico ministero stesso come nel caso di cui si tratta.
Inoltre il pm non ravvisa vi siano prove certe e solide circa il reato di favoreggiamento personale contestato al responsabile regionale di Codici, D’Andrea e a Fabio di Remigio.

«Non si può allo stato sostenere che le dichiarazioni rese da D’Andrea e Di Remigio siano effettivamente false e/o reticenti essendo del tutto carenti in atti elementi che consentano di ravvisare un’effettiva difformità tra ciò che le persone hanno dichiarato e ciò che effettivamente conoscono. Una eventuale valutazione di inattendibilità delle loro deposizioni, potenzialmente scaturenti anche dalla loro vicinanza all’indagato, essendo suoi stretti collaboratori non sarebbe comunque sufficiente per desumere l’effettiva falsità e/o reticenza».
Per queste ragioni «si impone la richiesta di archiviazione».
I fatti avvengono tra il 2012 e la fine di gennaio 2014 con l’archiviazione per il procedimento per diffamazione per Pettinari, in tempo per poter richiedere il certificato di carichi pendenti necessario per candidarsi alle elezioni. Certificato che, infatti, era immacolato essendo riuscito a chiudere in tempo anche un altro procedimento a suo carico.

 

Atti Fascicolo Pettinari