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Sanità: eutanasia degli ospedali tagliando medici ed infermieri

Il decreto commissariale 5 riduce al 50% la spesa dei contratti flessibili

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Il sindaco Cicchitti

Il sindaco Cicchitti

ATESSA. «Chi comanda nella sanità abruzzese? E soprattutto quale sarà il destino degli ospedali?»
 Se lo chiede Nicola Cicchitti, sindaco di Atessa, di fronte all’impegno preso mercoledì mattina da Luciano D’Alfonso per un incontro allargato sulla temuta chiusura dell’ospedale di Atessa. La richiesta di un confronto era venuta da una delegazione di amministratori e sanitari di quel territorio, accompagnata da Mario Olivieri, consigliere regionale del Centro democratico.
Da questo faccia a faccia era emersa la disponibilità di D’Alfonso a discutere della tutela della sanità territoriale e quindi anche del locale ospedale, l’unico rimasto aperto a servizio delle zone del Sangro Aventino. Però mercoledì sera il sindaco ha ascoltato su una Tv locale che per l’assessore Silvio Paolucci questa chiusura era stata già decisa. Ma non finisce qui. Il sindaco ha poi saputo che sempre mercoledì, ma di pomeriggio, si è riunito il Collegio di direzione della Asl di Chieti per discutere «un doppio trasferimento di anestesisti, per l’esattezza tre, proprio quelli in servizio ad Atessa che si dovrebbero spostare a Lanciano per consentire ad altri tre colleghi di trasferirsi a Chieti».
Dal che si desume con certezza che la chirurgia di Atessa chiude e con lei muore anche l’ospedale. «Per fortuna il progetto non è stato approvato – spiega Cicchitti – per l’opposizione di uno dei direttori. Ma a questo punto chiedo di sapere che fine ha fatto la disponibilità a trattare su Atessa e chi comanda in sanità».

 I TAGLI IMPOSTI DAL GOVERNO ED IL PERICOLO DI DEPAUPERARE GLI OSPEDALI
 Sembra schizofrenico questo atteggiamento della Regione, che una volta sembra voler tagliare solo se costretta, un’altra taglia perché c’è l’imposizione del Governo e un’altra ancora vede i dg preoccupati di tagliare comunque, perché le norme ora in vigore prevedono che il manager paga di persona se non raggiunge gli obiettivi.
Il rischio che si avverte è però di essere di fronte ad un gigantesco gioco a chi resta con il cerino in mano e “chi esce per ultimo spenga la luce”, cioè chiude l’ospedale assumendosi le responsabilità che prima altri non hanno voluto accollarsi. Si tratta allora di capire quali sono i margini di autonomia nella politica sanitaria regionale di fronte alle scelte nazionali e non solo al Piano di rientro dai debiti. Infatti l’Abruzzo è stretto a tenaglia tra i nuovi standard approvati con il decreto Lorenzin e le richieste pressanti del Mef sugli inadempimenti rispetto al Piano di rientro. Di qui a inizio febbraio nasce infatti il terremoto che sta investendo la sanità regionale: è il decreto commissariale n. 5 che taglia al 50% la spesa per il personale a contratto o interinale. Questo documento costringe tutte le Asl a fare a meno di decine di medici e infermieri, tra cui i 3 anestesisti di Atessa di cui sopra. E così chiude non solo questa chirurgia, ma ben altro, con buona pace di chi - senza tener conto di questi paletti - fa la guerra a favore di un Punto nascita o di un altro reparto.
Con una conseguenza quasi ovvia, ma che rivela il gigantesco scaricabarile in atto: il governo o la Regione non chiudono direttamente gli ospedali, ma li svenano progressivamente. E così, depauperati di personale sanitario, diventano insicuri, per cui vanno chiusi e la colpa viene data all’ultimo dg. Troppo comodo.
Tant’è che mercoledì il Comitato di direzione della Asl di Chieti non ha deciso tagli e sta preparando un documento in cui sottolinea le sue perplessità, rifiuta di fare il killer di Atessa o di altri reparti e chiede chiarezza nelle scelte e nella loro finalizzazione.

 L’ALLARME DELL’INTERSINDACALE PER IL TAGLIO TROPPO RAPIDO DEI CONTRATTI FLESSIBILI
Ma in generale non si è ancora metabolizzato che tutto quello che sta succedendo per gli ospedali è nulla in confronto di quello che sta per accadere. Infatti il decreto Lorenzin e l’accordo Stato-Regioni hanno già disegnato la sanità dei prossimi anni, basata su due concetti: gli ospedali sono esclusivamente un concentrato di tecnologie a disposizione di bacini di utenza molto più grandi di quelli attuali e sono destinati solo ai malati acuti. E con ciò si cancellano tutti i piccoli ospedali. Il resto è a carico all’assistenza territoriale. Però di questo cambiamento ormai deciso pochi si preoccupano e si informano, anche se tutto è già chiaro. Tant’è che l’Isa (intersindacale sanitaria) ha già lanciato l’allarme per il taglio del decreto 5 al “lavoro flessibile del personale sanitario della nostra Regione, in riferimento al costo del 2009. Questa riduzione secca degli organici potrebbe peggiorare modi e tempi di erogazione dei Lea, già attualmente erogati con difficoltà, visto l’allungamento delle liste di attesa e l’aumento dell’indice di emigrazione per ricoveri in altre Regioni. Di fronte a queste difficoltà chiediamo di nuovo la convocazione degli Stati generali della sanità (peraltro già promessi) per tagliare gli sprechi e migliorare i servizi”.

SANITÀ RAPIDA PER CHIUDERE GLI OSPEDALI, LENTA PER DARE I SERVIZI SUL TERRITORIO
 Il fatto è che le proteste per questi tagli dipendono dalle velocità diverse con cui viaggiano le riforme della sanità (non solo abruzzese). Procede rapida la concentrazione delle attività ospedaliere (chiusure e accorpamenti di reparti per aumentare la casistica e per ottimizzare il lavoro di medici ed infermieri), vanno a rilento i nuovi servizi sul territorio. E così mentre la chirurgia di Atessa chiude per concentrare interventi e personale negli ospedali più grandi, quei territori non sono ancora attrezzati. Infatti le contestazioni sarebbero meno feroci se in Abruzzo fossero attive e funzionanti le reti Infarto-Traumi-Ictus, le Case della salute, le Rsa, le associazioni dei medici di famiglia e dei pediatri. E se fossero più attrezzati i Distretti sanitari, così come la rete dell’emergenza urgenza e tutto quello che serve – anche psicologicamente – ai cittadini per non sentirsi abbandonati anche nelle piccole emergenze quotidiane (vedi i disagi e i viaggi per ritirare i farmaci dispensati solo di mattina e solo nelle farmacie ospedaliere, che spesso ne sono sprovviste). Eppure negli anni scorsi tutti gli Atti aziendali delle Asl hanno magnificato lo spostamento dell’assistenza sanitaria dall’ospedale sul territorio, che c’è stata però sulla carta e non nella realtà. Per questo appaiono giustificate le rivendicazioni dei cittadini e degli amministratori locali che si battono contro la desertificazione del territorio per mancanza di servizi sanitari alternativi e funzionanti.

Allora lo sforzo chiesto alla politica regionale non è solo controllare i conti.
 Si tratta di programmare e realizzare in sanità le risposte giuste, compatibili con le risorse a disposizione e dopo un confronto con il territorio. Tenendo presente che il diritto alla salute non è un optional, ma è per tutti e non solo per chi può pagare.
Sebastiano Calella