SANITA'

Decreto Lorenzin: «meno ospedali e più assistenza sul territorio»

Questo progetto era noto da tempo, ma c’è stata poca attenzione

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Decreto Lorenzin: «meno ospedali e più assistenza sul territorio»




ABRUZZO. Ma di che stiamo parlando quando si scatena la guerra santa contro la chiusura di un Punto nascita o di un piccolo ospedale?  
Basterebbero le recenti notizie di neonati morti per assistenza insufficiente per classificare come un pò tardive queste battaglie di campanile. Come basterebbe leggere i documenti preparatori della riformulazione della rete assistenziale per discutere meglio e nel merito se è ok cambiare o se è meglio lasciare tutto come sta. Infatti incombe il decreto Lorenzin che imporrà di dimezzare – se va bene – l’attuale dotazione ospedaliera abruzzese.
Si tratta di applicare, come si legge nel decreto, «i significativi cambiamenti registrati in questi anni nell’assistenza sanitaria, partendo da alcune tematiche prioritarie: l’implementazione della Clinical governance e la sicurezza delle cure, la ricerca e l’innovazione e la necessaria riorganizzazione della rete ospedaliera in base a standard di dotazione strutturale e tecnologia, bacino di utenza, complessità delle prestazioni erogate».
 E non basta, c’è anche: «il riequilibrio dei ruoli tra ospedale e territorio ed una più adeguata attenzione alle cure graduate». In questa logica, «per promuovere la qualità dell’assistenza, la sicurezza delle cure, l’uso appropriato delle risorse» bisogna aumentare «forme alternative al ricovero» e recuperare così risorse per attrezzare l’assistenza territoriale.

IL PROGETTO «MENO OSPEDALI E PIÙ TERRITORIO» ERA NOTO DA TEMPO
Non è proprio una novità se è vero che sotto la Giunta Chiodi più volte ci sono stati convegni sul tema, organizzati per spiegare l’evoluzione del sistema sanitario nazionale e quindi abruzzese. Il riferimento è – ad esempio – alla relazione di Fulvio Moirano, direttore Agenas (l’agenzia nazionale per i servizi sanitari), tenuta a Chieti nel dicembre 2012. In effetti i politici distratti polemizzano perché sembrano ignorare che da anni si parla di deospedalizzazione dell’assistenza e si critica il concetto ospedalocentrico della sanità abruzzese in favore di uno spostamento sul territorio dell’assistenza sanitaria (vedi l’Atto aziendale 2013 della Asl di Chieti).
Il fatto è che questi impegni degli Atti aziendali delle singole Asl in pratica non sono stati realizzati.
Perché il problema che scatena le polemiche localistiche e i ricorsi alla giustizia amministrativa è solo uno: la desertificazione delle zone interne dell’Abruzzo dal punto di vista dell’assistenza medica con la conseguente concentrazione verso la costa di ospedali ed eccellenze sanitarie ma questo provoca il collasso degli ospedali e le difficoltà dell’assistenza nelle zone di montagna.
 
L’OSPEDALE È SOLO PER MALATI ACUTI, L’ASSISTENZA QUOTIDIANA SI FA ALTROVE
Ebbene proprio il nuovo decreto Lorenzin va nella direzione di realizzare ospedali tecnicamente attrezzati e ad un buon livello di eccellenza e di potenziare concretamente il territorio, anche con la telemedicina. Questa manovra a tenaglia consentirà di dare sollievo agli ospedali e di offrire una risposta immediata alle emergenze sanitarie che insorgono tra le montagne e che vanno stabilizzate prima di arrivare al livello più alto di assistenza.
Questo dovrebbe essere un filtro efficace contro i ricoveri ospedalieri inappropriati che disperdono risorse e vanno ad intasare i posti letto per acuti. Perché due sono i concetti su cui si basa il decreto: l’ospedale è da considerare solo come un concentrato di tecnologie a disposizione dei malati acuti, ma questo non significa che si debbano togliere risorse al territorio, che invece va potenziato. Però siamo al livello di chiacchiere da bar se non si realizzano condizioni di normalità nei distretti sanitari – non solo delle zone interne - che debbono erogare servizi e non solo visite specialistiche.
Serve cioè attrezzarli con ecografi, elettrocardiografi, macchinari per le analisi del sangue e così via, tutti collegati con l’ospedale e con la possibilità di un controllo e di una diagnosi a distanza. Serve cioè tutto quello che è necessario a fronteggiare una richiesta di assistenza che non sia la sola visita del medico o della Guardia medica o dell’intervento dell’auto medicalizzata o dell’ambulanza. A questo obbligo in effetti fanno riferimento tutte le sentenze del Tar che hanno sconfitto le iniziative del commissario Chiodi sulle chiusure dei piccoli ospedali (e probabilmente anche le prossime decisioni del Commissario D’Alfonso sui Punti nascita da sopprimere): si può chiudere tutto, ma prima si deve rispettare il diritto costituzionale alla salute. Dicono i giudici: se il territorio non viene attrezzato – e questo è il compito del politico – io boccio la chiusura (cioè il politico che chiacchiera soltanto) e difendo il cittadino.

Sebastiano Calella