IL PUNTO

Punti nascita da chiudere: la rivolta di Atri, Ortona, Penne e Sulmona

Ma la politica distratta dimentica che forse arriveranno altri tagli

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

5296

Punti nascita da chiudere: la rivolta di Atri, Ortona, Penne e Sulmona
CHIETI. C’è un errore di fondo nelle polemiche di questi giorni per la proposta del Comitato tecnico regionale di chiudere quattro Punti nascita dei dodici presenti in Abruzzo.
L’errore è quello di trasformare “il parto in sicurezza” del neonato nel pretesto per un attacco senza senso alla proposta tecnica del Comitato perché sarebbe arroccato a difendere la chiusura a prescindere dai disagi che ci potranno essere. Non è così: non c’è nessun arroccamento. Basta leggere il documento tecnico finale (che PrimaDaNoi.it ha pubblicato) per avere chiari due concetti: che la riduzione ad 8 dei Punti nascita in Abruzzo è il punto di arrivo di un processo di riorganizzazione della sanità perinatale e che la modernizzazione dell’assistenza al parto è ormai inevitabile, se si vuole – parafrasando - trasformare un Punto nascita italiano in un Punto nascita. Se non sono chiari questi due aspetti, non si può nemmeno passare allo step successivo e cioè che la politica – prima di accogliere acriticamente la proposta dei tecnici - deve tenere presente la situazione orografica dell’Abruzzo, la viabilità delle zone interne, l’isolamento della montagna e tutto quello che ostacola la concreta realizzazione del diritto costituzionale alla salute, come aveva proposto il sub commissario Giuseppe Zuccatelli, quando aveva aggiunto il Punto nascita di Sulmona agli otto salvati (gli stessi di oggi) dalla precedente commissione nominata da Chiodi. Scelta che fu contestata politicamente come oggi, tanto che allora si preferì non farne nulla fornendo un classico esempio di politica che non decide e che produsse e aggiunse questa inadempienza alle altre che oggi ostacolano la fine del commissariamento in sanità.

LA DIFESA DEI PUNTI NASCITA DI ATRI, PENNE, SULMONA ED ORTONA
Che ci azzecca perciò in questo contesto il 500° nato di Atri, come annuncia il consigliere regionale Luciano Monticelli, se in questo ospedale di notte il personale della sala operatoria non è in servizio attivo? E’ evidente che nella decisione del Comitato di chiudere Atri questa carenza ha avuto un peso maggiore degli altri aspetti positivi che pur sono presenti in questo ospedale: otto ginecologi in servizio (più un dirigente), sette ostetriche, un medico di guardia la notte più uno reperibile, insomma quasi un reparto al top con qualche defaillance che avrebbe avuto un peso negativo anche se i parti fossero stati molti di più. Quindi da ex sindaco fa bene Monticelli a protestare, ma come consigliere regionale dovrebbe avere un ruolo diverso e cioè cercare di rimuovere gli ostacoli che rendono impraticabili i diritti: infatti – per la sua sicurezza - chi nasce deve trovare una sala parto attiva, con personale in servizio e non solo reperibile. Più politica è invece la difesa del Punto nascita di Sulmona da parte di chi rileva la contraddizione – come scrive in una nota Aldo Ronci – tra la scelta di incentivare lo sviluppo nelle zone interne svantaggiate e quella di privare il locale ospedale di un servizio essenziale per la qualità della vita di queste zone interne isolate. Il problema della viabilità difficile viene ripreso anche da Francesca Ciafardini, segretario del Pd di Pescara, che in difesa del Punto nascita di Penne chiede alla Regione «di valutare la difficoltà viaria dell’area Vestina e dare tempo per potenziare servizi di emergenza».
 Il problema però non è la viabilità tortuosa come in altre zone, ma la funzionalità di questo reparto dove si registrano circa 340 parti l’anno. Ci sono cinque ginecologi (quattro più un responsabile), di notte nessuna presenza medica, ma solo pronta disponibilità, quattro pediatri di giorno e reperibili di notte, il che non è in linea con i requisiti del parto in sicurezza per il neonato.

ORTONA
Più tecnico l’intervento di Manuela Mucci, responsabile del reparto di Ginecologia di Ortona, che rivendica i 554 parti finora registrati nel suo reparto e che aggiunge: «proprio perché da sempre ci battiamo per la sicurezza in sala parto e per il benessere  della madre, del bambino e degli operatori, la difesa del Punto nascita di Ortona non è la difesa del nulla,  ma - a voce alta e con dati oggettivi – è la difesa di una struttura che nel corso degli ultimi anni ha saputo reinvestire su se stessa e delle professionalità presenti, raggiungendo risultati positivi in quasi tutti i requisiti richiesti per restare aperta».
 Segue l’elenco di tutto quello che Ortona offre come assistenza al parto ed alla nascita.  «Siamo uno di quei pochissimi punti nascita regionali con sala operatoria dedicata all’emergenza ostetrica, sempre pronta e disponibile H/24 all’interno del blocco parto, adiacente e limitrofa alla sala parto senza l’utilizzo di corridoi o ascensori non dedicati che, quelli sì, mettono a rischio la sicurezza della madre e del neonato».
«Insomma – conclude la dottoressa Mucci – non siamo secondi a nessuno per la sicurezza. Anche volendo considerare a tutti costi come eccessivo il numero dei Punti nascita sia della Regione che della provincia di Chieti, non si vede per quale motivo debba essere Ortona la soccombente.  Parlo naturalmente degli aspetti tecnico-sanitari: se sono altri i motivi perché Ortona muoia perché qualcun altro viva,  lo si dica chiaramente senza nascondersi dietro il dito di numeri non corretti e tenendo anche conto sia dei nostri requisiti sia del rischio sismico-strutturale  di  altri ospedali».
 Il riferimento è evidentemente al SS. Annunziata di Chieti, che dunque andrebbe chiuso. Ma se Ortona ha ragioni da vendere, quello che pare difficile giustificare in questi tempi di magra è che in un piccolo territorio attorno a Chieti, aggiungendo Lanciano, ci sono tre Punti nascita a 30 km di distanza tra di loro.

MA C’E’ IL DECRETO LORENZIN
E mentre sui Punti nascita si discute un pò superficialmente, la politica distratta dimentica che il decreto Lorenzin – il futuro prossimo della sanità italiana – già ora prevede tagli ancora più sostanziosi. Ci vuole infatti un bacino di utenza da 600 mila-1,2 mln di abitanti per la Neonatologia (oggi in Abruzzo ce ne sono 3 di secondo livello e 5 di primo livello), mentre ci sarà un reparto di Ostetricia e Ginecologia ogni 150-300 mila abitanti, cioè 5-6 reparti in tutta la Regione: la metà di quelli in funzione attualmente. Forse una riorganizzazione dell’offerta sanitaria serve veramente. Senza polemiche da ultras.
Sebastiano Calella