SPUNTI DI VISTA

Abruzzo. Sblocca Italia. La politica schizofrenica e incoerente non ferma le trivelle

Il Pd locale si dice contrario alla deriva petrolifera ma i parlamentari votano a favore

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Abruzzo. Sblocca Italia. La politica schizofrenica e incoerente non ferma le trivelle

La giunta regionale

L'OPINIONE. ABRUZZO. Le speranze di cambiare lo Sblocca Italia erano ridotte al lumicino ormai da settimane. Con l’ennesimo ricorso alla fiducia ieri in Senato è stato approvato definitivamente ed è diventato legge.
La situazione politica in Italia è scivolata in pochissime settimane in una pericolosissima situazione di forte “tensione” delle norme che stanno di fatto mettendo a rischio la democrazia vessata e stalkerata dalla politica. L’utilizzo strumentale di certe possibilità chela legge concede ma solo in situazioni eccezionali, l’utilizzo smodato e vacuo degli slogan, l’abbandono totale di attenzione verso le istanze del popolo, dei suoi bisogni, delle sue critiche, hanno allontanato il governo dell’inciucio dalla gente comune e avvicinatolo paurosamente agli interessi delle lobbies.
 Con il Governo Renzi il tasso di Fiducia per leggi approvate è schizzato allo stelle. Se prima il record era di Monti (45,13%), con l’ex sindaco di Firenze arriviamo al 77%.
Ieri in Senato il concetto è stato ribadito più volte da alcuni senatori contrari allo Sblocca Italia. La parola più pronunciata è stata “lobbies”…
Di norme positive ce ne sono in questo decreto e per quanto riguarda l’Abruzzo due sono gli elementi fondamentali (uno positivo, l’altro meno): i 250 milioni per la ricostruzione de L’Aquila e l’arrivo delle trivelle in mare e sulla terra ferma.
Sui miliardi per la ricostruzione dopo 5 anni e mezzo c’è  chi nutre dubbi persino sul fatto che i soldi ci siano davvero; nessun dubbio, invece, sulla proliferazione dei pozzi petroliferi nell’Adriatico «verde come i pascoli dei monti» e tra i vigneti.  Tutto è contenuto nell’articolo 38 votato nel pacchetto omnicomprensivo della fiducia.
 La Regione Abruzzo (a maggioranza Pd) ha già annunciato che presenterà ricorso alla Corte Costituzionale per impugnare la norma che sarebbe appunto contraria alla Costituzione.
Così hanno promesso di fare anche altre regioni italiane.
Il presidente D'Alfonso  lo ha confermato anche due giorni fa nel corso di un incontro con gli ambientalisti.
Per fermare quella che da più parti viene chiamata «deriva petrolifera» ci si affiderebbe, dunque, alle carte bollate, ad un ricorso giudiziario tra i più ostici e particolari perché si contesta l’essenza stessa della norma che sarebbe in contrasto con i principi più alti e supremi.
Una scelta per certi versi obbligata visto come sono andate le cose. Una scelta che segna il passo di una sconfitta della politica (vista dall’Abruzzo) che non ha saputo essere coerente con se stessa e dialogare con i propri colleghi e delegati in parlamento.
Ora il governo regionale deve ricorrere alla magistratura avendo esaurito tutte le armi della politica.

DOVE VA IL PD E COSA VUOLE?
Una sconfitta per il Pd locale che alla Regione ha la maggioranza ma “politicamente” non è riuscita nemmeno a farsi ascoltare dai  propri deputati che qualche giorno fa in massa hanno votato la fiducia al decreto Sblocca Italia, capitolo trivelle compreso.
Nessun esponente del Pd finora ha commentato, né sentito l’obbligo morale di spiegare questa frattura interna al partito politico più grande d’Italia, nemmeno alla luce delle roboanti e nette dichiarazioni della lunga vigilia della approvazione dello Sblocca Italia e che hanno scomodato «ufo» e «creato».
Da mesi il neo presidente D’Alfonso, che solo formalmente non ha la tessera del Pd, lancia promesse ma nei fatti quelle stesse parole non sono arrivate in Parlamento e men che meno al Governo perché i rappresentanti del Partito Democratico alla Camera, e ieri la senatrice Pezzopane, hanno tirato dritto e seguito gli ordini di scuderia del segretario-presidente del consiglio Matteo Renzi.
Hanno tirato dritto come la linea immaginaria ma netta che ora divide quei parlamentari abruzzesi e gli ambientalisti, i cittadini comuni ma anche moltissimi politici locali che pubblicamente dicono di pensarla diversamente.
Ora il sospetto pesante che gli italiani e gli abruzzesi in particolare siano stati tirati dentro una commedia dell’arte dove i politici recitano ruoli di facciata pubblicamente, dando luogo a schermaglie solo virtuali mentre in realtà il disegno è preciso, vasto e mette d’accordo tutti.
Il difetto di rappresentanza oggi è lampante e se pure l’Abruzzo fosse inondato di miliardi bisognerebbe comunque fare i conti con il petrolio e le sue conseguenze.  
Ora è certo che l’Adriatico sarà popolato da pozzi e bucherellato in tutta la sua lunghezza. Ora bisognerà essere coerenti e dire addio agli investimenti milionari che da sempre la Regione ha distribuito a pioggia nel turismo.
Lo si dica a tutti gli imprenditori che negli anni hanno creduto alle promesse dei politici di risollevare il turismo e che ora si troveranno a lavorare gomito a gomito con i petrolieri.

MILLE DOMANDE, UNA SOLA INCOERENZA
Rimangono i dubbi sulla vera essenza del Pd: i gli esponenti di questo partito si parlano tra loro? Si confrontano? D’Alfonso ha parlato con i suoi 7 deputati abruzzesi? Che pensa del voto della “sua” senatrice Pezzopane?
Perché non si è dissociato pubblicamente dalla loro scelta a favore della deriva petrolifera?
La condivide in quanto il capitolo petrolio è solo una parte di un decreto che giudica nel complesso positivo?
La ricostruzione aquilana e i 250 milioni di euro sono stati ritenuti una voce più importante rispetto al pericolo trivelle che investe l’intera regione?
Si è ragionato sull’opportunità di dare un segnale al governo Renzi per fermare la deriva petrolifera?
Perché D’Alfonso ha annunciato che avrebbe ribadito la posizione anti petrolio alla Leopolda, di fronte a Matteo Renzi, e poi i deputati, quelli con diritto di voto in aula, hanno fatto finta di niente? Chi rappresentano quei 6 deputati?
Perché così sembrano solo l’espressione di un partito che pubblicamente si schiera contro il petrolio ma che poi al momento del voto non dimostra coerenza con proclami e annunci. 

E’ palese che i 6 voti contrari alla Camera e quello della Pezzopane al Senato non sarebbero serviti a nulla tecnicamente ma sarebbero stati il segnale che l’Abruzzo e il suo maggior partito ha una posizione chiara e decisa sull’argomento. Magari avrebbero potuto dare una lezione di dignità anche agli altri colleghi di altre regioni che sono nelle stesse condizioni dell’Abruzzo e rischiano grosso.
Così invece è stata certificata solo una schizofrenia imbarazzante che toglie credibilità alla battaglia territoriale guidata da D’Alfonso e Mazzocca (ex Pd e oggi Sel).  E francamente si inizia a sentire anche un po’ il sentore di fregatura così come appare chiaro che il ricorso alla Corte Costituzionale è una sconfitta per la politica locale che non ha saputo produrre altri risultati ma anche una foglia di fico che non ripara dagli schizzi di petrolio.
E poi che senso hanno le parole di Giovanni Legnini, ormai al Csm ma sempre con un occhio al suo Abruzzo, che dichiara che la battaglia contro il petrolio non è finita quando la battaglia più importante anti petrolio, quella politica, del suo Pd abruzzese è stata persa 7 a 0.
Dunque se nulla cambierà si andrà alla Corte Costituzionale e la Regione dovrà sborsare pure i soldi per cancellare quello che anche i deputati del Pd hanno votato.
Soldi spesi male da una politica che fa male il proprio mestiere ed ha la colpa più grave di non ascoltare i cittadini che li hanno votati.