SECONDO GRADO

Piscina di Francavilla: condanne della Corte dei Conti confermate in appello

Respinto il ricorso dell’ex sindaco Roberto Angelucci

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Piscina di Francavilla: condanne della Corte dei Conti confermate in appello





FRANCAVILLA. Termina dopo alcuni anni il contenzioso giudiziario che riguarda l’affidamento della piscina di Francavilla al Mare avvenuto nel 2000 durante la giunta di Roberto Angelucci.
Erano stati condannati dalla sezione Abruzzo della Corte dei Conti a restituire alle Casse del Comune di Francavilla 110 mila l’ex sindaco Roberto Angelucci, gli ex assessori Di Muzio, De Felice, D’Amario e Chiementa ed i funzionari Carmela Equizi e Giorgio Pattara.
Di questi 60.000 euro, da ripartire in parti uguali tra Angelucci ed Equizi, e 50.000 tra gli altri, in parti uguali.
In pratica ai soccombenti era stata riconosciuta la colpa grave di aver prodotto un danno erariale per il fatto che nel bando e nell’affidamento della piscina comunale non era stato previsto un canone di affitto mensile, producendo così un ingiusto vantaggio al privato ed un mancato introito nelle casse comunali.
Nell’appello proposto, la sezione nazionale della Corte dei Conti prende atto del pagamento di Daniele D’Amario che ha potuto beneficiare di uno sconto del 70%, pagando 3mila euro, sfruttando una norma di legge. Vengono definite anche le altre parti in causa che non hanno proposto appello mentre è stato rigettato il ricorso dell’ex sindaco Angelucci.

Nella sua memoria difensiva l’ex sindaco ha contestato la decorrenza della prescrizione poiché la data della aggiudicazione risaliva al 5 maggio 2000. Ha poi fatto notare che non poteva essere ritenuto responsabile oltre il termine del suo mandato avvenuto nell’aprile del 2008, dunque chiedeva una eventuale riduzione del danno causato solo nell’arco del proprio mandato.
Inoltre è stata evidenziata la mancanza di colpa o del nesso di causalità oltre al fatto che non sarebbero stati calcolati nel “danno” i lavori di manutenzione effettuati dal gestore pari a 150mila euro.

L’appello di Angelucci però è stato rigettato confermando di fatto la sentenza di primo grado.
«Dall’analisi della complessiva vicenda emerge un dato essenziale», scrivono i giudici della Corte dei Conti, «è mancata la definizione degli obblighi del gestore, sotto il profilo della determinazione delle tariffe e degli standard di esercizio, volti a conformare l'espletamento dell'attività a regole di continuità, regolarità, capacità tecnico professionale e qualità (succitata giurisprudenza), perché ciò che connota in modo rilevante la natura di servizio pubblico è il conseguimento di fini sociali a favore della collettività, e perché il concessionario è investito di un’attività di interesse pubblico. Detta previsione poteva essere contenuta in un qualsiasi atto, anche non tipizzato, della procedura, nella cosiddetta concessione-contratto, nel contratto di servizio, o comunque, in una convenzione. Invece la precisa determinazione di tali aspetti è stata lasciata alla libera determinazione del gestore, ed alle sue scelte aziendali e imprenditoriali».
Insomma gli obblighi del gestore andavano definiti, in accordo con l’Amministrazione, in un atto vincolante ma questo non è stato fatto producendo di fatto un danno.
«Dunque», scrivono ancora i giudici, «è corretto ritenere che la Giunta avrebbe dovuto stabilire il compenso e le modalità dello stesso». Un’ultima remota speranza di ribaltare le cose risiederebbe nel ricorso per Cassazione.