NO AL PETROLIO

‘Sblocca Trivelle’, «la Regione Abruzzo ricorra alla Corte Costituzionale»

La richiesta dei No Triv: «agire concretamente»

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NO TRIV PETROLIO ABRUZZO

ABRUZZO. «C’è una sola strada da percorrere: adire la Corte Costituzionale contro la legge di conversione dello Sblocca-Italia».
E’ questa la richiesta che proviene dal coordinamento abruzzese No Triv per bloccare la deriva petrolifera. La politica regionale è compatta come non mai per bloccare le nuove concessioni ma a decidere sarà il governo centrale che a quanto pare non sembra intenzionato ad assecondare le richieste del territorio.
Del territorio della Regione Abruzzo, oltre 4.200 chilometri quadrati sono interessati da istanze di permessi di ricerca; quasi 36 chilometri quadrati da richieste di estrazione di idrocarburi; oltre 1.000 kmq da istanze di concessione di stoccaggio, per complessivi 10.763 kmq.
«In realtà il conto potrebbe essere più salato», avvertono i No Triv. «Le compagnie che oggi detengono un titolo per la sola ricerca su terra ferma potrebbero richiedere la concessione del titolo unico previsto nello Sblocca-Italia, con tutte le ricadute del caso».

E a mare? Sono in dirittura d’arrivo Ombrina Mare 2, Elsa 2, Rospo Mare 2 (procedimenti in corso per la coltivazione). Senza contare le numerose altre istanze di ricerca pronte per essere trasformate in altrettanti permessi di estrazione. E poi il TAP, il grande "tubo" con annessa centrale di compressione gas a Sulmona.

Intanto lo Sblocca-Italia viaggia a vele spiegate verso la conversione in legge. «Oltre agli appelli, alle dichiarazioni di guerra (ma solo verbali) ed alla moral suasion, cosa intende fare in concreto la Regione Abruzzo?», chiedono gli ambientalisti. «Alla legge manca poco: Renzi è una scheggia e non perde tempo in dialoghi e trattative».
Anche il professor Enzo Di Salvatore, docente di Diritto costituzionale a Teramo in una intervista ad Altra Economia parla di illegittimà del decreto Sblocca Trivelle: «i dubbi sono molti: la previsione di un “titolo concessorio unico” in luogo di due titoli distinti (permesso di ricerca e concessione di coltivazione); l’estromissione degli Enti locali dal procedimento amministrativo che porta al rilascio del “titolo concessorio unico”; il fatto che l’intesa della Regione sia considerata dal decreto – più di quanto non sia accaduto finora – come un atto interno al procedimento amministrativo. I dubbi che la previsione del titolo concessorio unico solleva riguardano il diritto di proprietà dei privati (art. 42 Cost.). La disciplina dei beni del sottosuolo si è sempre informata alla concezione fondiaria della proprietà. Già il codice civile del 1865 stabiliva che chi ha la proprietà del suolo ha pure quella dello spazio sovrastante e di tutto ciò che si trovi sopra e sotto la superficie».

«Secondo questa concezione, confermata dal codice civile del 1942 tuttora vigente», spiega Di Salvatore, «il sottosuolo appartiene al proprietario del fondo fino a quando il giacimento minerario non sia scoperto (e ne sia dichiarata la coltivabilità). Solo a partire da questo momento si ha l’acquisizione del giacimento al patrimonio indisponibile dello Stato. È a quel punto che lo Stato può dare il giacimento in concessione. In questa prospettiva, il permesso di ricerca si configura come un limite al godimento della proprietà, mentre la concessione è costitutiva di nuove capacità, poteri e diritti che altrimenti non si avrebbero. Vero è che la Costituzione, all’art. 42, ammette che la proprietà privata possa essere espropriata, ma solo per motivi di interesse generale e salvo indennizzo.
Nel caso del rilascio del titolo unico, mancherebbe la dimostrazione dell’utilità generale, non essendo ancora stato scoperto il giacimento. Per questo, nonostante si cerchi di mantenere distinta la fase della ricerca da quella dell’estrazione, la previsione di un titolo unico, che entrambi i “momenti” riunisce, getta un’ombra sulla legittimità di una scelta siffatta. Tra l’altro, il titolo unico dovrà contenere sin dalla fase della ricerca persino il vincolo preordinato all’esproprio. Una follia se dovessimo prendere sul serio quanto scritto sul decreto».
Di Salvatore esprime dubbio anche sulla compatibilità del decreto con il diritto dell’Unione europea, «non solo in relazione alle norme sulla concorrenza, ma anche in relazione al fatto che la normativa dell’Unione mantiene distinte le due fasi».

Un altro problema riguarda la partecipazione degli Enti locali al procedimento.