LA SPADA DI DAMOCLE

Fuori i condannati dalla Regione: la direttiva shock di D’Alfonso

Il primo a saltare è il segretario generale dell’Ato Fabrizio Bernardini

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Fuori i condannati dalla Regione: la direttiva shock di D’Alfonso

Luciano D'Alfonso



 ABRUZZO. Tempi duri per i condannati in primo grado che svolgono funzioni di amministratori negli enti in cui la Regione ha potere commissariale e di controllo.
 Così il numero 13 della nuova direttiva regionale porterà male a chi dovesse essere incappato in inciampi giudiziari che hanno prodotto una sentenza negativa di condanna anche solo in primo grado.
Lo ha deciso il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, che aveva in serbo il documento firmato questa mattina già da un po’ e che non mancherà di produrre effetti che vanno nella direzione della trasparenza e soprattutto di una amministrazione dove i condannati (persino in primo grado) non potranno più assumere decisioni.
E gli effetti sono arrivati in tempi record perché il primo a recepire la direttiva è stato il commissario Pierluigi Caputi che in tre righe invita il segretario dell’Ente d’ambito Pescarese (l’Ato che controlla le spa del servizio idrico), Fabrizio Bernardini, a presentare quanto prima le proprie dimissioni.
Così la storia racconterà che l’ex sindaco “quasi Pd” ha contribuito a far fuori un anello importante di quel partito dell’acqua che tra l’Ato e l’Aca hanno governato nel modo in cui le inchieste giudiziarie stanno evidenziando.
«I direttori pro tempore della Regione Abruzzo sono invitati ad assumere i necessari ed immediati provvedimenti», scrive D’Alfonso, «(invito urgente di dimissioni ed in caso di inadempienza, revoca tempestiva) nei confronti degli amministratori degli enti nelle società partecipate e di ogni altra realtà ove la Regione Abruzzo possa esercitare potere di nomina commissariale che abbiano riportato sentenze penali di condanna non definitiva per reati nei confronti della pubblica amministrazione (reati previsti dal capo I del titolo II del libro secondo del codice penale), secondo quanto prescritto dall’art. 3 del decreto legislativo 39/ 2013».
Ora i direttori della Regione dovranno (ma i più solerti lo hanno già fatto stamattina) inviare per conoscenza a tutti i soggetti individuati la direttiva dalfonsiana per produrre immediati effetti.
Difficile che qualcuno temporeggi anche perché la stessa direttiva individua in capo ai direttori stessi le eventuali responsabilità di inottemperanza.
Detto fatto: il commissario Caputi ha scritto a Fabrizio Bernardini ed ora si attendono le dimissioni del segretario generale dell’Ato che ha superato indenne le stagioni del partito dell’acqua sino ad incappare lo scorso anno in una sentenza sfavorevole che non ha prodotto effetti per l’appoggio politico bipartisan che ha saputo coagulare intorno a sé.
 

‘L’IMPREVISTO’ D’ALFONSO
Questa volta l’imprevisto si chiama “D’Alfonso” e sembra all’apparenza una folata di ‘pulizia’ con l’intento di estendere  e metter in pratica il controllo generale e particolare della Regione su ogni ambito di sua competenza, anche inserendo uomini nuovi e magari di sua stretta fiducia. Si intravede in trasparenza una Regione che davvero vuole “impicciarsi” degli affari… suoi.
Il risultato sperato (ma i tempi diranno se sarà così) è quello di realizzare davvero un controllo della Regione nei confronti di piccoli e grandi “sviste” e mancati controlli che da sempre sembrano la causa primaria degli sperperi e degli scandali enormi che hanno flagellato l’Abruzzo.
Ora l’illusione di questa nuova direttiva sembra essere questa e di sicuro chi è inciampato momentaneamente nella giustizia dovrà lasciare fino ad eventuale riabilitazione.
Un provvedimento di certo anomalo per i tempi che corrono.  
E nel frattempo si cercano altri casi simili a quello di Bernardini, incarichi anche fiduciari e amministrativi nei tanti enti controllati dalla Regione.
La direttiva, tuttavia, parla di sentenze penali e non comprende quelle della Corte dei Conti che certificano lo sperpero di denaro pubblico.
Per i dipendenti regionali invece già vige la legge Severino (che è richiamata anche nella direttiva) e che prevede tra l’altro che il responsabile anticorruzione sia tenuto a segnalare i casi di implicazioni penali dei dipendenti.

CHI E’ FABRIZIO BERNARDINI
Bernardini è stato condannato a febbraio 2013 ad un anno di reclusione ed un anno di interdizione dai pubblici uffici comminata con il rito abbreviato. I suoi legali hanno fatto appello.
Bernardini era accusato insieme a Giorgio D’Ambrosio, Roberto Angelucci, Pasquale Cordoma, Gabriele Pasqualone, Nino Pagano, Alessandro Antonacci e Sergio Franci di aver formato un atto falso e precisamente la delibera numero 62, solo in apparenza emessa il 29 ottobre 2007 (in realtà successiva di almeno un mese) dal Consiglio di amministrazione dell’ente d’ambito. Il suo oggetto era: «provvedimenti di natura amministrativa».
In realtà la delibera numero 62 originale aveva un altro oggetto e un altro testo e riguardava l’affidamento di una fornitura del servizio di telefonia.
La ‘nuova’ delibera 62 in sostanza, facendo riferimento a decisioni precedenti, prolungava di fatto la scadenza degli incarichi conferiti a Nino Pagano, già nominato dirigente del servizio amministrativo, Alessandro Antonacci, dirigente dell’area tecnica dell’Ato, Sergio Franci, consulente dell’ente, Fabrizio Bernardini, segretario dell’Ato.
Bernardini giudicato con il rito abbreviato è stato riconosciuto colpevole anche per il fatto di non essersi astenuto e «per aver procurato intenzionalmente un ingiusto vantaggio patrimoniale ai soggetti i cui incarichi erano stati prorogati, tutti legati da rapporti di amicizia e di militanza politica e vicini ai componenti del consiglio di amministrazione dello stesso ente d’abito».

Altro fatto contestato a Bernardini in concorso con Silvia Robusto (autrice materiale della delibera e che sarà invece assolta) è quello di aver alterato il registro delle delibere dell’Ato. Secondo la ricostruzione sarebbe stato lo stesso Bernardini a cancellare il brogliaccio con specifico riferimento alla delibera numero 62 indicando, a penna, accanto tale numero un oggetto diverso da quello scritto in precedenza.
Silvia Robusto, poi, su indicazione dei soggetti autori della delibera avrebbe materialmente redatto il documento amministrativo.
Il terzo capo di imputazione riguardava invece la materiale soppressione della delibera 62 sull’affidamento della fornitura del servizio di telefonia mobile. Su questo capo il giudice ha assolto Bernardini e gli altri perché l’accusa non sembrava adeguatamente provata.
Il capo N delle imputazioni invece riguardava gli imputati Bernardini, D’Ambrosio, Franco Feliciani, Nino Pagano e Ercole Cauti accusati di aver favorito la ditta Metron srl con un affidamento diretto.

 L’incarico da 25.000 euro affidato alla ditta prevedeva la gestione di risorse previste dal budget di un progetto europeo e attività di supporto dello stesso progetto il cui importo totale era di 88.936 euro.
D’Ambrosio avrebbe permesso la rimodulazione degli importi elevandolo fino a euro 53.000.
Secondo l’accusa poi gli indagati avrebbero anche falsificato la rendicontazione finale del progetto traendo in errore i controllori del progetto stesso.
Il capo P delle imputazioni elevate a carico di Bernardini riguarda inoltre l’aver affidato «collaborazioni esterne senza alcuna forma di pubblicità in assenza di procedura di selezione comparativa e in mancanza dei presupposti di legge».
Bernardini si è sempre detto innocente, ha mantenuto il suo posto sia all’Ato che alla Provincia di Pescara dove ricopre l’incarico di segretario generale.
«Ho piena fiducia personale e professionale in lui», commentò dopo la condanna il presidente Guerino Testa, «con il quale collaboro da anni. E altrettanto posso sostenere per ciò che concerne gli altri organi dell’ente che non hanno mai avuto problemi con lui». Testà spiegò anche: «Bernardini gode della fiducia di tutti. Voglio precisare che non esiste alcun obbligo normativo di sospensione e comunque il segretario, da un punto di vista normativo, dipende dal Ministero degli Interni e non dalla presidenza della Provincia».