LA RELAZIONE SEGRETA

Bussi 1993, nello studio segreto della Montedison le ragioni per non costruire oggi una nuova discarica

Il terreno equiparato a rifiuto tossico e troppo permeabile ha favorito la contaminazione

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

6773

AREA INDUSTRIALE DI BUSSI



 
ABRUZZO. Passato, presente e futuro come in ogni storia e in ogni vita si intrecciano indissolubilmente. Anche nell’intricata vicenda storico-giudiziaria della devastazione ambientale di Bussi dal passato arriva il monito da ascoltare oggi per non sbagliare ancora domani.
Così è proprio in uno dei documenti centrali del processo in corso a Chieti in Corte d’Assise, una lunga consulenza commissionata da Ausimont (la vecchia Montedison), che si può leggere nero su bianco come già nel 1992 l’inquinamento fosse conosciuto. Inoltre il colosso della chimica era a conoscenza dei danni già perpetrati all’ambiente, le analisi sull’acqua potabile testimoniavano un irreversibile inquinamento e nello stesso studio si possono trovare anche le ragioni di tutto questo.
L’attività industriale iniziata nel 1901, e andata avanti in varie fasi fino a ben oltre il 2000, prevedeva chiaramente e senza troppi scandali l’interramento degli scarti di lavorazione nelle zone circostanti lo stabilimento di Bussi Officine. Nelle discariche 2A e 2B, dal 1987 formalmente autorizzate dalla Regione Abruzzo, veniva scaricato di tutto persino sostanze tossiche e velenose. Lo studio certifica in maniera chiara e non smentibile l’inquinamento di suolo e acqua.
E in una decina di pagine si spiega come è stato possibile che dalle discariche i veleni siano passati agevolmente alle falde acquifere superficiali e poi anche a quelle profonde.
Le stesse ragioni  valgono a maggior ragione oggi dove a distanza di decenni l’attuale classe politica, per concedere un ulteriore beneficio a chi ha inquinato, ha deciso di creare una nuova discarica “legale” sempre in quella zona per risparmiare sui costi della bonifica che sarebbe comunque a totale carico della Montedison.
Ma c’è la partita del processo ancora da giocare e che non vede la fine tra mille ostacoli e tentativi di farlo deragliare dai binari che la legge ha imposto. E non è detto che nel caso in cui si arrivi alla fine vi sia una condanna.
Bonificare Bussi, però, significherebbe di fatto investire forse oltre 500-800 milioni di euro che nessuno vuole cacciare. E questo sarà il problema dell’immediato futuro.

COSA C’E’ NELLE DISCARICHE
Lo studio viene commissionato da Ausimont a marzo del 1993  alla società Erl Italia srl (Environmental Resources Limited di via Morgagni 4 a Milano) e lo scopo è proprio quello di tracciare un quadro della situazione ambientale di Bussi. Lo studio è assolutamente «ad uso interno» dunque segreto ed, infatti, nessuno ma proprio nessuno delle centinaia di persone che ne hanno avuto conoscenza negli anni ha mai sentito il dovere di farlo conoscere o farlo arrivare ai media. Fino ad oggi, dopo 21 anni. 
A pagina 3 si inizia subito a chiarire cosa c’è nelle discariche.
Nella 2A  «discarica autorizzata per inerti» ci sono rifiuti «tossici e nocivi (Mercurio, Piombo, Clorometani)». Dunque appare chiaro come l’autorizzazione formale ottenuta fosse diversa (per inerti) e non per rifiuti tossici nocivi. Le analisi effettuate nel 1992 e 1993 evidenziarono superamenti del limite imposto dalla legge 319/76 per il Mercurio (30 mg/l) mentre i clorometani superavano i livelli di tre volte.
Lo studio parla di almeno 15mila metri cubi di capienza riempiti dal 1960 al 1990. Nel 1987 la parte non utilizzata della discarica fu impermeabilizzata con argilla.
C’è poi la discarica 2B di circa 4mila metri cubi, autorizzata dalla Regione ed in esercizio dal 1988; è stata impermeabilizzata con telo in polietilene ad alta densità e sono stati installati due pozzetti attraverso i quali era possibile effettuare analisi alle acque che secondo il rapporto del 1993 (dunque solo 5 anni dopo l’apertura) non presentava livelli di inquinamento superiori alle soglie minime.
C’è poi quella che viene definita “vecchia discarica” tra la 2A e lo stabilimento Montedison utilizzata in passato per rifiuti tossici e nocivi. E’ questa la primissima discarica e il rapporto, senza troppi fronzoli, riesce a dire che «i dati dei nuovi sei carotaggi del gennaio 1993 hanno evidenziato come in alcune zone nei primi 2 metri di profondità la composizione del terreno sia tale da classificarlo come rifiuto tossico nocivo per l’elevato contenuto di piombo». Insomma una manciata di terreno presa dal suolo era talmente contaminata da essere considerato rifiuto speciale tossico.
E’ lo stesso piombo che poi è finito nelle falde ed è stato trasportato dal fiume fino alla foce dove ha contaminato sponde e fauna…
E ci sono poi le aree interne allo stabilimento contaminate da piombo poiché la lavorazione prevedeva fanghi di scarico contenente appunto questo metallo.
«Non sono note», si legge nel documento, «zone che in passato siano state utilizzate in particolare per lo stoccaggio di scarti di lavorazione contenente piombo anche se si può presumere che i terreni nelle zone contigue agli attuali impianti Siac e le sponde del Tirino possano essere contaminati da piombo». Insomma come dire ‘noi non lo sappiamo con certezza ma lo si può presumere che negli anni gli scarti sono stati sversati un po’ qua e un po’ là’.

 LO STUDIO SEGRETO: «TERRENO POROSO E SOTTILE»
Lo studio ad oggi appare un documento storico di enorme importanza perché riporta informazioni che si sono perse nel tempo e difficili da reperire altrove. Per esempio nella parte dedicata alla geologia e idrogeologia si ricorda come nel 1900 per costruire lo stabilimento  Montedison venne addirittura deviato il Tirino per utilizzare meglio il terreno pianeggiante  circostante. E forse è anche per questo che l’intera area appare caratterizzata da “terreno di riporto” (il terreno del fondo valle è costituito da «terrazzi alluvionali e da terreni lacustri»).
«I depositi alluvionali sono sede di un modesto acquifero freatico che ha per letto formazioni impermeabili lacustri, le acqua di questa falda sono in equilibrio coni lfiume tirino», si legge nella relazione segreta.
Insomma un terreno molto fragile quasi per nulla argilloso (dunque non impermeabile) caratterizzato da una enorme presenza di acqua («numerose sorgenti utilizzate per irrigazione» facile immaginare la contaminazione anche sulle colture).
Nello stabilimento sono stati eseguiti carotaggi che hanno evidenziato nei primi 2-3 metri la presenza di terreno di riporto, tra i 3-7 metri sabbie e ghiaie di origine fluviale da 7 a 20-50 metri limi argillosi con presenza a volte di livelletti torbosi e sabbiosi.
Tra i vari strati scorrono numerosi falde che sono in diretto collegamento con il fiume. Lo studio certifica anche il diretto collegamento tra fiume Tirino e dunque fiume Pescara con le falde superiori e poi quelle più profonde che vanno ad alimentare i pozzi di acqua potabile che vennero costruiti proprio negli anni ’90 per la distribuzione nella rete acquedottistica. Quell’acqua arrivò nei rubinetti dei pescaresi fino al 2008 quando i pozzi vennero chiusi oltre sei mesi dopo lo scandalo della scoperta delle mega discariche.
Dunque un terreno di spessore modesto, molto permeabile e intriso di acqua. Un ambiente ideale per la propagazione di tutto quel campionario di veleni che in un secolo la Montedison è riuscita a spargere per quel fazzoletto di terra immerso nel verde e tra le montagne.
Se questa è la morfologia del territorio e queste sono le caratteristiche del terreno sarà interessante leggere le relazioni del commissario straordinario al risanamento Adriano Goio che rendono di fatto possibile la creazione di una nuova mega discarica, questa volta legale, non troppo distante da ground zero.
Intanto i documenti rimangono segreti come nelle peggiori tradizioni nostrane.

Alessandro Biancardi