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Abruzzo. Quando Toto voleva il “segreto di Stato” sul cementificio a Bussi

La richiesta era volta a limitare le informazioni ambientali anche rispetto alle varie valutazioni sul progetto

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Abruzzo. Quando Toto voleva il “segreto di Stato” sul cementificio a Bussi

 

 



BUSSI. Secretare atti e informazioni che riguardano una procedura amministrativa di primaria grandezza.
Siamo nel 2011, la richiesta arriva dal gruppo Toto: solo da poche settimane si parlava di un possibile spostamento da Sulmona a Bussi di un cementificio che era nei progetti della holding abruzzese del cemento e dei trasporti.
La Toto per mano del direttore Giampiero Leombroni scrisse al commissario Goio e al sindaco di Bussi che allora era Marcello Chella (Pd) significando tutto l’interesse del gruppo ad una sinergia utile alla realizzazione del progetto, «al fine di salvaguardare la legalità, i livelli occupazionali e la protezione ambientale».
Leombroni, ex dirigente della Provincia di Pescara e poi del Comune di Pescara, uscito assolto insieme all’ex sindaco Luciano D’Alfonso dall’inchiesta Housework, stava parlando di un progetto che aveva già fatto capolino e propagandato da Toto come un grande impianto di produzione di cemento con annessa cava, quella che però doveva sorgere molto vicino ai pozzi dai quali si emunge acqua potabile.

Si tratta di un progetto da «400 milioni di euro e da 300 posti» di lavoro spiegava al tempo la Toto che prevedeva anche una rimessa per i treni di famiglia (Railone).
Si nota -nella missiva che PrimaDaNoi.it pubblica- come fin da subito Toto decise di cambiare sito (Sulmona non piaceva più anche perché lì il clima si era già surriscaldato e la politica non aveva dato una grande mano) e di puntare su Bussi. E’ chiaro fin da subito che la società puntava diretto verso il sito industriale della Solvay che da pochissimo tempo iniziava ad avere qualche problema di commesse, nonostante i numerosi aiuti pubblici.
Leombroni, infatti, chiarì che di mezzo c’è la bonifica e che gli opifici e le strutture da edificare si vedranno «solo dopo che gli enti preposti avranno certificato la regolarità della bonifica e la idoneità del sito».

La bonifica che normalmente dovrebbe essere considerata un intralcio, un problema in più, venne accettata di buona lena anche perché il Governo aveva da poco stanziato 50 mln di euro per la reindustrializzazione di quel sito. Erano i tempi del governo Monti ma l’idea venne appoggiata da diversi nomi illustri di deputati di allora.
I soldi però non bastano e al momento è difficile dire chi e quando procederà alla bonifica. Inoltre di recente la Edison è stata obbligata dal Ministero a provvedere alla messa in sicurezza e alla bonifica anche delle altre aree inquinate in quanto erede della Montedison che inquinò materialmente.

La Toto avanzò un progetto ambizioso per i successivi 60 anni e propose un cementificio collegato alla linea ferroviaria dove correranno i treni della società Railone e trasporteranno il prodotto finito ricavato dalla montagna vicina, dove sarà istallata la cava per una durata di circa 40 anni.
«Con l’occasione si desidera significare il carattere di estrema riservatezza dei dati e della documentazione che eventualmente verrà acquisita da codesta autorità», scrisse allora Leombroni, «nel corso dei rapporti che verranno intrattenuti, dati e documentazione che afferiscono ai delicati e preliminari rapporti con la Solvay per l’acquisizione del sedime in parola –rapporti tuttora in corso e segnati da strettissimo “patto di riservatezza” anche per finalità riguardanti il livello di tranquillità sociale connessa delicatezza dei rapporti sindacali per cui è indispensabile che essi on vengano divulgati se non dopo espresso consenso di Toto spa e di Solvay Chimica Bussi»

Dunque intanto si apprende che già nel 2011 i due gruppi industriali erano in trattativa per la cessione dell’area industriale, peraltro oggetto di inchiesta penale poiché pesantemente inquinata. Inoltre si nota come sia il privato a “dettare legge” alla pubblica amministrazione che in questo caso sono Goio e il Comune di Bussi. Niente documenti, allora, se non dopo il loro benestare.
Le motivazioni sono chiare: meglio non agitare troppo le acque.
Leombroni che bene conosce i meandri della burocrazia fece riferimento all’articolo 24 della nota legge sulla trasparenza che prevede come deroga all’accesso agli atti il ”segreto di Stato”, la “difesa nazionale”, “la privacy di terzi e dei gruppi industriali”.

Le amministrazioni erano poi tenute a stilare un regolamento che indicasse le regole e le tipologie dei documenti da escludere dall’eventuale accesso pubblico. E a questo che faceva riferimento il manager della Toto spa al termine della missiva.
Perché il gruppo Toto chiedeva il segreto su un progetto così vasto, importante e impattante (nelle diverse a varie accezione del termine)? E le pubbliche amministrazioni non sono tenute ad un obbligo di chiarezza ed informazione se non anche alla concertazione quando si tratta di iniziative così importanti?
Ad oggi non risulta che la Toto abbia acquistato l’area Solvay e non si è più parlato nemmeno di quella soluzione alternativa di costruire il cementificio in altra zona vicina alla cava (dove non c’è bisogno di bonificare). Per quanto riguarda la cava il Wwf nei mesi scorsi ha lanciato l’allarme per un possibile inquinamento delle falde (quelle stesse già inquinate dai veleni più a valle).
Secondo il progetto tuttavia dovrebbe essere utilizzato un sistema che prevede lo scavo del materiale dalla cima della collina e non dal fianco e una camera sotterranea di frantumazione dei materiali.
La collina sarebbe frantumata in alto e l'argilla trasportata a valle attraverso una galleria sotterranea.
a.b.

Insediamento Industriale Toto Bussi (2011)