GIUSTIZIA CONTRO

Abruzzo. Diffamazione, «giornalisti come criminali». Parte l’Appello per il mensile di inchieste

Maxi condanna in primo grado e pignoramenti in corso

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Abruzzo. Diffamazione, «giornalisti come criminali». Parte l’Appello per il mensile di inchieste




L’AQUILA. E iniziato oggi dinanzi la corte d'appello dell'Aquila la prima udienza del giudizio d'appello promosso dal mensile ‘La Voce delle Voci’ contro la sentenza di primo grado operato del tribunale di Sulmona che ha condannato la cooperativa di giornalisti editrice del mensile e il direttore Andrea Cinquegrani a risarcire con circa 90.000 euro l’ex insegnante di Montenero di Bisaccia residente a Sulmona, Annita Zinni.
Esponente locale dell'Italia dei Valori, nonché amica di famiglia e compaesana di Antonio Di Pietro, la Zinni si era ritenuta diffamata e turbata per l'articolo pubblicato da un giornalista della Rai sulla Voce nel novembre del 2008. Nell'articolo il giornalista Alberico Giostra, che si firmava con lo pseudonimo Giulio Sansevero, aveva ricostruito le vicende legate all'esame di maturità di Cristiano Di Pietro, figlio dell'ex magistrato ed attuale consigliere regionale in Molise per l'Italia dei Valori.
A novembre 2013 il mensile aveva chiesto alla Corte d'appello dell'Aquila, sede del giudizio di secondo grado, la sospensione della provvisoria esecuzione in attesa della sentenza d'appello.
«Ciò anche in considerazione», spiega il direttore Cinquegrani, «dell'estrema difficoltà economiche in cui versa la piccola cooperativa editrice della voce, fondata sul volontariato dei suoi giornalisti. La Corte d'appello ha ritenuto di dover rigettare la richiesta. Ciò ha consentito alla Zinni e ai suoi avvocati di incalzare, notificando nuovi pignoramenti che hanno ormai raggiunto l'intero panorama bancario nazionale, col quale peraltro nella piccola editrice, né io abbiamo rapporti. Tutto questo, creando grave pregiudizio di un cittadino italiano rispetto alle passività future di esercitare i propri diritti anche rispetto ad una qualunque istituto bancario, dove ormai risulta al pari di un pregiudicato a causa dei pignoramenti spediti a raffica sparando nel mucchio, dagli avvocati della Zinni».
Nelle ultime ore, infatti, gli ufficiali giudiziari hanno notificato decreti di pignoramento presso 16 banche italiane contro l’editrice del mensile la ‘Voce delle voci’ e contro il direttore del giornale.

L'ex insegnante di Sulmona era stata eletta per acclamazione presidente provinciale di Italia dei valori all'Aquila nel luglio 2010 quindi dopo la pubblicazione dell'articolo. L'articolo invece secondo il giudice di Sulmona Massimo Marasca che ha firmato la pesante condanna in primo grado, avrebbe causato alla insegnante un " turbamento" quantificato in circa 90.000 euro.
Questa situazione, che è stata sottolineata in tutta la sua gravità anche in un recente articolo di Ossigeno per l'informazione, l'osservatorio sulla libertà di stampa creato dalla federazione nazionale della stampa italiana e diretto da Alberto Spampinato, «mette a nudo», commenta il direttore del mensile, «l'assurda anomalia tutta italiana di trasformare un articolo in denaro sonante, mercificando il diritto all'informazione dei cittadini già in una sentenza di primo grado, frutto in questo caso di un giudizio condotto e celebrato "sotto casa" dalla presunta parte offesa, la quale può contare sull'ambiente favorevole in loco e costringere i giornalisti appagare, se ne hanno i mezzi, gravose trasferte agli avvocati per seguire le numerose udienze».
Non avendo grosse risorse economiche anche la difesa del mensile si è ridotta alla presentazione di una memoria senza poter controbattere.
«Chiediamo ai colleghi della stampa locale di sensibilizzare l'opinione pubblica su quanto sta accadendo alla Voce», dice ancora il direttore, «specialmente perché questi fatti avvengono mentre ancora una volta procede faticosamente l'iter di quella riforma del testo sulla diffamazione che resta da decenni un miraggio, pur essendo lo strumento legislativo unico per condurre il paese fuori dall'abisso della intimidazione da parte dei potenti che, potendo contare su mezzi economici consistenti per le parcelle degli studi legali, stanno cancellando nelle sedi civili dei tribunali il diritto degli italiani ad essere informati».