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Acqua avvelenata, ecco perché Di Matteo è uscito dall’inchiesta

Rc continua ad insistere: «responsabilità politica dei vertici»

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Acqua avvelenata, ecco perché Di Matteo è uscito dall’inchiesta

D'Alfonso e Di Matteo



ABRUZZO. Rifondazione Comunista non molla Donato Di Matteo e Giorgio D’Ambrosio e li ritiene politicamente responsabili dell’erogazione dell'acqua contaminata.
 Ma Di Matteo (presidente dell’Aca da aprile 2003 a febbraio del 2005) protesta, ribadisce che non c’entra nulla e dopo l’ennesimo attacco di Rc mostra anche la richiesta di archiviazione avanzata per lui dal pm Anna Rita Mantini, titolare dell’inchiesta, e poi sposata dal gip.
«Prima della responsabilità giudiziaria c'è la responsabilità politica», attacca Marco Fars parlando di «amministratori che sapevano e non hanno detto e fatto nulla o erano così “distratti” da non accorgersi di quello che accadevano nelle aziende ed enti che amministravano, dovrebbero avere il buon gusto di non riproporsi a cariche pubbliche. Invece pervicacemente insistono nel fare finta di nulla».
 Sia Di Matteo che D’Ambrosio saranno candidati in Consiglio regionale al fianco di Luciano D’Alfonso e queste nuove polemiche entrano prepotentemente nella campagna elettorale dei due esponenti del Pd.
Fars ritira fuori dal cassetto  la lettera dell’Arta all’AcA S.p.A. del 13 agosto 2004 e la lettera dell’USL di Pescara all’ACA del settembre 2004 nel quale si denunciava la contaminazione delle acque.

La missiva era stata inviata all’Aca ma il pm Anna Rita Mantini ha trovato plausibile la difesa di Di Matteo ovvero che non fosse lui ad occuparsi delle questioni tecniche e così l’ex presidente è uscito dal processo.
Insomma per l’accusa quando Di Matteo diceva «nel periodo della mia presidenza Aca, anno 2004, non mi sono pervenute, da chicchessia, comunicazioni o informative relative ad inquinamenti di acque», stava dicendo la verità nel senso che lui quelle lettere non le ha mai viste, stando alla verità giudiziaria emersa.
 
«E’ stato chiarito», scrive il pm Mantini nella sua richiesta di archiviazione, «che le scelte tecniche pertinenti la qualità chimica ed organolettica delle acque distribuite veniva affidata al controllo istituzionale di altri organi Aca, diversi quindi dal presidente, quali il direttore generale e il direttore tecnico».
«Il carteggio relativo ai superamenti dei limiti tabellari», scrive ancora Mantini, «venne conosciuto, curato nel merito e gestito solo dagli organi tecnici dell’Aca».
Il magistrato inquirente parla di dato acclarato anche attraverso le testimonianze dell’ingegner Di Giovanni «che ha confermato il dato per cui tutta la corrispondenza pur formalmente indirizzata al presidente Di Matteo venisse comunque destinata e vagliata dagli organi di gestione dell’ordinaria amministrazione  per direttive espressamente impartite dal legale rappresentate della società che voleva sapere solo le cose di chiara connotazione politica e istituzionale».
Pertanto, insiste il pm, «tutte le questioni afferenti alla qualità delle acque, almeno fino a gennaio 2005, venivano affrontate senza la condivisione anche solo consultiva di Di Matteo». Solo in un caso, ricostruisce l’accusa, «l’ex presidente venne investito del caso della riapertura dei pozzi di San Rocco di Bussi ma solo perché era attinente ad un problema sugli usi civici ovvero «una questione che solo l’organo politico era in grado di affrontare».
Dunque dalle carte processuali e dalle dichiarazione dei testimoni la verità che emerge è quella che Di Matteo non fosse realmente a conoscenza della gravità della situazione. Allo stato dunque in mancanza di prove contrarie o sufficienti ad integrare il reato contestato l’archiviazione è stata la strada obbligata.

ACQUA AVVELENATA. RICHIESTA ARCHIVIAZIONE PER DONATO DI MATTEO