D’Alfonso, la macchina da voti e il silenzio assenso di Renzi

Big Luciano in corsa per le elezioni del prossimo 25 maggio

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D’Alfonso, la macchina da voti e il silenzio assenso di Renzi




FLESSIONI E RIFLESSONI. ABRUZZO. Esiste o non esiste un ‘caso D’Alfonso’ da sottoporre al segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi?
Ne parlano da giorni i quotidiani nazionali che d’improvviso si sono appassionati alle vicende giudiziarie dell’ex sindaco di Pescara, in passato snobbato dalla stampa che conta e che invece ha acceso più volte i riflettori sul maxi processo dell’ex governatore Ottaviano Del Turco.
Con «53 assoluzioni» nel taschino, come ripete da settimane, D’Alfonso domenica ha vinto le primarie: oltre 30 mila abruzzesi gli hanno dato il proprio appoggio e la questione, secondo il partito locale, può dirsi conclusa e la corsa verso la Regione può partire.
La vincita schiacciante contro due candidati che non avevano alcuna chance di vittoria viene utilizzata come una sorta di coccarda da puntare sul petto di big ‘Luciano’: la gente lo vuole, gli crede, è dalla sua parte, lo ha assolto. L’abbraccio del suo elettorato di ferro ha legittimato la sua fretta di tornare a far politica e ora D’Alfonso ha in mano una sorta di mappa per capire quali sono i territori più diffidenti, dove andare a battere per i prossimi due mesi. Crede di potercela fare con le sue doti ammaliatorie, il suo sorriso ritrovato e un linguaggio ancora troppo ancorato ad un vecchio modo di far politica, distante anni luci anche dalla semplicità adottata dal ‘premier’ Renzi.
Il Pd, secondo quanto ricostruito ieri in un articolo di Repubblica, avrebbe deciso di candidarlo ugualmente nonostante la partita in sospeso con la Giustizia per scongiurare l’ipotesi che sgusciasse via, creandosi una lista civica, e si trascinasse dietro un pacchetto di consensi importantissimi.

IL ROTTAMATORE NON ROTTAMA PIU'
Ecco, la verità in fondo è che il partito, oggi guidato dal rottamatore di ferro, Matteo Renzi, non ha saputo rinunciare al D’Alfonso ‘macchina da voti’ a costo di imbarcarsi su una via pericolosissmia: vincere le elezioni e in caso di condanna in secondo grado trascinare nuovamente la Regione in uno scandalo nazionale.
E questa volta non si potrà usare nemmeno la carta del «non potevamo proprio immaginarlo» usato negli ultimi anni dal centrosinistra almeno tre volte con gli arresti di Cantagallo, D’Alfonso stesso e Del Turco.
Nell’attesa della sentenza gli avversari politici continueranno a tirare in ballo i suoi processi: uno stillicidio che andrà avanti per almeno un anno e mezzo, considerando solo l’appello Housework. Continueranno a definirlo «un impresentabile», cercheranno di delegittimarlo, in caso di elezione. I precedenti sono fin troppo noti per immaginare che non avvenga considerando anche che il linguaggio politico si è fatto più aggressivo e immediato con l’arrivo non solo dei grillini ma anche dei social network. A chi gioverà questo clima ostile? Non ad una regione che non ne può più di parlare di processi e inchieste ma chiede interventi veri e concreti.
D’Alfonso da parte sua è certo che vincerà, «verrò assolto tranquillamente» perché «non c’è possibilità che tecnicamente l’accusa resti in piedi».

LA DIFESA PESA PIU' DELL'ACCUSA
L’assoluzione potrebbe anche arrivare, ha ragione D’Alfonso, che però attaccato forse ad un modello imbalsamato di politica non ha compreso che proprio la sua linea difensiva sarà un masso legato al collo che i suoi avversari si sentiranno sempre in diritto di ‘sfruculiare’.
Perché viveva a spese della zia e dei nonni…? Perché per acquistare la macchina un sindaco, già presidente di Provincia, doveva chiedere un prestito ai genitori e fare affidamento sui loro Tfr? Perché le bollette di luce e gas le pagavano i suoceri? Perché le vacanze le pagava l’amico imprenditore? Perché non prelevava mai? E queste non sono le ipotesi accusatorie ma sono i suoi racconti.
Oggi la tiritera è già partita e sarà il leit motiv della campagna elettorale: chi paga il camion che lo porta in giro? Chi paga la benzina? Chi sono i nuovi benefattori? D’Alfonso promette che sarà tutto trasparente, che on line metterà tutti i dettagli, come fosse un grillino qualunque. E intanto su Facebook pubblica la foto dei 30 volontari che per lui impacchettano buste con promesse elettorali: gente qualunque, assicura, mossa dall’entusiasmo.
La stampa nazionale pungola Renzi ma non candidare D’Alfonso oggi rasenterebbe la truffa per tutti gli elettori di centrosinistra che sono andati a votare alle primarie, pure pagando.
Una beffa multipla. E allora quali sono le pesanti responsabilità del centrosinistra?
Quelle di essersi messi coscientemente su questa strada tortuosa, piena di buche e a rischio crollo, se non si voleva candidare  D'Alfonso bisognava pensarci prima e da questo punto di vista il Pd -in primis quello locale- ha sbagliato tutto. Ora il dado è tratto, la strada è segnata e tornare indietro per la credibilità del partito, forse, sarebbe pure peggio.  
E’ vero che Renzi ha bloccato in Sardegna la candidatura della Barracciu (soltanto per un avviso di garanzia) alle regionali della Sardegna ma è anche vero che poi l’ha poi subito promossa sottosegretaria. Coerenza da Oscar. 

Alessandro Biancardi