DISUMANITA'

Vuole continuare a lavorare vicino al figlio bisognoso ma la Regione dice no

La supplica del papà che chiede di non essere discriminato

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Vuole continuare a lavorare vicino al figlio bisognoso ma la Regione dice no

Sede di via Conte di Ruvo




PESCARA. «Aiutatemi perché io non posso smettere di combattere per mio figlio».
E’ disperato l’appello di Luigi Di Rino, dipendente della Regione, che oggi si scontra con la burocrazia ma anche con l’insensibilità di quanti non raccolgono il suo appello.
E al calvario personale si aggiunge così il muro di gomma dove vanno a sbattere e tornano indietro le sue richieste di aiuto.
Di Rino è un dipendente della ASL Lanciano-Vasto-Chieti e lavora da circa tre anni in Regione Abruzzo, a Pescara presso la Direzione Politiche della Salute. E’ arrivato in via Conte di Ruvo riuscendo ad usufruire di un “comando” che gli ha permesso in questi tre anni di stare il più vicino possibile a casa, così da potersi occupare al meglio di suo figlio, 6 anni ad aprile.
Un bimbo disabile, paraplegico che non riesce a muovere gli arti inferiori: «si muove su una carrozzina elettrica», racconta l’uomo, «ha problemi vescicali per cui ogni 4/5 ore deve effettuare cateterismi per svuotare la vescica e ha frequenti problemi respiratori, soprattutto in inverno».
La storia del piccolo nasce subito in salita perché ad appena 6 mesi nel novembre 2008 d’urgenza viene trasportato all’Ospedale “Salesi” di Ancona e gli viene diagnosticato un tumore maligno “neuroblastoma”.
I primi 45 giorni li passa in Rianimazione, racconta ancora il padre, attaccato alle macchine che gli permettono di respirare. Riesce con grande coraggio e forza ad arrivare nel reparto di Oncologia dove affronta 4 cicli di chemioterapia. Poi due interventi chirurgici: il primo al polmone per eliminare la massa tumorale ed il secondo al canale midollare.
Una tragedia per tutta la famiglia.
«Sono passati ben sette mesi ma il 31 maggio 2009 finalmente torniamo tutti a casa», ricorda Di Rino.

LA SCADENZA DEL COMANDO
Ora però il comando che permette al dipendente della Regione di restare a Pescara e dunque vicino casa per tre anni scade il 31 marzo 2014 e la situazione si fa drammatica per l’uomo e sua moglie che stanno crescendo anche altri due figli.
Di Rino chiede di poter restare a Pescara perché questo agevolerebbe la vita quotidiana della sua famiglia già provata da difficoltà e sofferenze: «la Legge Regionale n.11 del maggio 2013», fa notare Di Rino, «ha abrogato il vincolo temporale dei tre anni riconducendo il tutto al dettato del comma I :” a specifiche esigenze connesse alle attività di programmazione e controllo Della Direzione Politiche della Salute e anche in relazione agli adempimenti connessi all’attuazione del Piano di Rientro e dei Programmi Operativi”».

LA REGIONE DICE NO
Ma dalla Regione non arriva il via libera.
La Direzione del Personale il 30 gennaio scorso scrive a chiare lettere che non ci sono le condizioni per attivare un’ulteriore proroga.
Il 6 febbraio 2014 il dirigente del Servizio assistenza sanitaria, Nicola Allegrini, ha scritto alla Direzione del personale oltre che al commissario Chiodi e al sub commissario Zuccatelli chiedendo che Di Rino resti al suo posto. Al momento non è arrivata nessuna risposta.
Otto giorni dopo, il 14 febbraio, anche il direttore della Direzione Politiche della salute Maria Crocco ha scritto alla Direzione del personale per il caso in questione ma anche in quel caso nessuna risposta è arrivata.

«PERCHE’ A ME NO?»
«La Direzione del Personale», racconta ancora Di Rino, «ha già applicato con Delibera n. 954 del 16.12. 2013 questa Legge Regionale prorogando oltre il terzo anno il comando di un dirigente della mia stessa Direzione Politiche della Salute mentre per me non è possibile. A me sembra una bella e buona discriminazione e negligenza perché non è scritto da nessuna parte che questa Legge Regionale si applica solo per i dirigenti. Come sempre a rimetterci sono i più deboli: le madri, le famiglie, i bambini e in questo caso i disabili».
Perché questo silenzio? La Regione sta attendendo un parere per verificare se la proroga sia applicabile solo ai dirigenti o questo silenzio significa che il trasferimento è già deciso?
«Io non voglio smettere di combattere per mio figlio e la mia famiglia», racconta ancora Di Rino, «Come potrebbe fare mia moglie da sola a sistemare tutti i bimbi ogni mattina, sistemare gli altri tre, accompagnarlo a scuola, andare a riprenderlo (tutte cose di cui mi occupo soprattutto io attualmente) se io dovrò uscire presto recarmi a Chieti presso il Policlinico “SS. Annunziata” farmi 15 km di macchina con tutto il traffico dell’asse attrezzato. Ce la farà i primi giorni, la prima settimana ma poi rischierà da sola di crollare. E io dietro lei».

E l'assessore al personale Federica Carpineta che cosa ne pensa?