INVASIONI BARBARICHE

Antimafia: «in Abruzzo dna della 'ndrangheta ma anche dei Casalesi e Cosa Nostra»

La radiografia del procuratore antimafia Olga Capasso

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6 aprile 2013: fiaccolata in ricordo delle vittime del terremoto





L’AQUILA. «In Abruzzo non esistono le cosiddette 'locali' o 'ndrine ancora ancorate agli organi centrali, ma associazioni criminali autonome che hanno lo stesso dna della 'ndrangheta, come in un rapporto tra genitori e figli, con il ricordo del vecchio rito delle affiliazioni che continuano a praticare sia pure fuori dell'ortodossia 'ndraghetista».

Lo scrive nella sua relazione annuale (giugno 2012-luglio 2013) sulla criminalità in Abruzzo il sostituto procuratore nazionale antimafia, Olga Capasso. Tuttavia il magistrato osserva che «L'Abruzzo, con tutta la sua microcriminalità, la corruzione, i reati contro il patrimonio e la malavita stanziale costituita da gruppi di famiglie rom, non è territorio in cui la criminalità di stampo mafioso si sia radicata. Questa regione - si legge nella relazione - ancora non presenta le problematiche dell'Italia settentrionale - Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna - dove la 'ndrangheta e la camorra hanno ormai messo le loro basi famigliari ed affaristiche. L'Abruzzo è territorio dove il commercio di droga, che arriva principalmente dal Sud America e dalla vicina Campania, trova un suo naturale sbocco, come nel resto del paese, ma le centrali mafiose dell'illecito traffico sono altrove. E' pur vero che negli ultimi due anni sono state scoperte due cellule criminali - sempre dedite al traffico di stupefacenti - che facevano riferimento a un capo clan della 'ndrangheta e ad uno scissionista del clan camorristico Vollaro, Lorenzo Cozzolino, ma si è trattato in entrambi i casi di presenze in Abruzzo dovute a fattori esterni. Il capo 'ndrangheta, Eugenio Ferrazzo aveva il padre Felice - allora collaboratore di giustizia - soggiornante in Abruzzo, e lì anche lui si era riparato per sfuggire ai suoi nemici in quanto capo di un clan perdente di Mesoraca. Il camorrista, dal canto suo, aveva soggiornato per anni nelle carceri abruzzesi ed in seguito a tale vicenda aveva finito per rimanere in zona e da li' riprendere i suoi traffici di droga. In ogni caso - spiega la relatrice - avvalendosi di manovalanza locale, o di cittadini dominicani per l'importazione della droga dal Sud America, quindi estranei al concetto di famiglia mafiosa che vede tra i suoi membri solo persone provenienti dalla stessa regione, Campania o Calabria, e spesso legate da vincoli di sangue. Gli affari gestiti dal Ferrazzo con il provento dello spaccio di droga si sono rivolti a diversi settori, tanto che nei confronti di terze persone si è formato autonomo fascicolo per il reato di riciclaggio»

«MUTAZIONE GENETICA»
«Comunque - rileva il magistrato inquirente - l'evoluzione della struttura criminale è avvertita dagli investigatori più preparati ed è caratterizzata da mutamenti interni prodotti dall'impianto in nuove realtà geografiche ed economiche lontane da quelle calabresi. Questa 'mutazione genetica' si denota, oltre che per la mancata partecipazione agli utili della 'casa madre', anche per la compartecipazione di soggetti di diversa estrazione criminale. Peraltro, a favore della tesi dell'unitarietà della 'ndrangheta, è comunque da rilevare che un collaboratore della zona di Catanzaro, riferendo le parole di altro ex collaboratore presente come lui in Abruzzo e in affari con Ferrazzo, afferma che 'la zona in cui noi ci trovavamo protetti era un vero e proprio 'mandamento' della 'ndrangheta'. In ogni caso - sottolinea Capasso - si tratta, come si è detto, di eventi sporadici e prodotti da circostanze particolari. L'unica vera intrusione della 'ndrangheta e della camorra si è avuta in seguito al terremoto. Cosa ovvia, perchè la criminalità organizzata si porta dove girano i soldi, e gli appalti per la ricostruzione hanno costituito, almeno per i primi anni dopo il sisma, un'occasione da non perdere».

VIENE E POI VA VIA
«La criminalità organizzata si sposta dunque in questa regione per partecipare a qualche affare lucroso, come appunto gli appalti per la ricostruzione, ma poi torna da dove era venuta. Tranne i casi segnalati, e puramente occasionali, non si può parlare di una colonizzazione della mafia in Abruzzo. Tuttavia la capacità di infiltrazione dei clan campani nella regione, sia pure solo per immobilizzare e reinvestire il loro denaro in una zona generalmente lontana dalle grandi inchieste, non va sottaciuta. A questo proposito particolare menzione merita l'operazione "Fulcro" culminata con ordinanze di custodia cautelare eseguite il 18 dicembre 2012 dalla Dia di Napoli, nell'ambito della quale sono stati colpiti gli interessi del clan Fabbrocino mediante l'esecuzione di un decreto di sequestro di urgenza avente ad oggetto supermercati alimentari presenti in Abruzzo, in particolare nella zona di Tagliacozzo».

COSA NOSTRA
Quanto a Cosa Nostra, «le ben note attività di Massimo Ciancimino nella zona, che hanno dato luogo a processi e a misure di prevenzione patrimoniale, presentano le stesse caratteristiche. Ciancimino - spiega il magistrato - aveva bisogno di occultare i beni accumulati dal padre per sottrarli alla confisca, e si è mosso dove aveva possibilità di farlo. I patrimoni delle società del gas e della Sirco spa sono stati reimpiegati in Abruzzo perchè lì aveva conoscenze che lo avrebbero aiutato a riciclare quel denaro sporco, e così ha fatto costituendo in terra d'Abruzzo la Alba d'Oro srl ed altre società a lui in buona parte riconducibili. Ma Ciancimino non si e' mai stabilizzato in Abruzzo, e Cosa Nostra, tramite lui e pochi altri, non ha mai messo radici in questa terra. Ancora in corso presso la Dda di L'Aquila un nuovo procedimento che riguarda altre società del Ciancimino create in Abruzzo e fittiziamente intestate ad altre persone compiacenti, in pratica le stesse che fungevano da prestanome nella Alba d'Oro srl. Indicativa in tal senso la confisca di beni eseguita dalla Guardia di Finanza per un valore dichiarato di 2,5 milioni di euro nei confronti di Nino Zangari, Achille e Augusto Ricci, già tratti in arresto nel marzo del 2009 a conclusione sempre dell'indagine 'Alba d'Oro' in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare del Gip di L'Aquila per reimpiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita. La richiamata attività aveva consentito di accertare come il 50% del capitale della Alba d'Oro s.r.l. era detenuto dalla Sirco S.p.a., gestita da Gianni Lapis, coimputato con Massimo Ciancimino nel procedimento penale relativo l'individuazione del patrimonio occulto del padre Vito».

ABRUZZO COME LOCALITA’ PROTETTA
La concentrazione in Abruzzo, come località protetta, di numerosi ex criminali, anche di diversa estrazione, ha comportato come conseguenza che tali personaggi «si dessero ai più svariati affari, soprattutto all'imprenditoria edilizia e commerciale, aprendo bar, ristoranti e luoghi di ritrovo. La libertà così conquistata, la vicinanza di altri soggetti nelle loro stesse condizioni, a volte la disponibilità di ingenti somme di denaro, rendono sospetta la liceità dei loro affari sui quali converge l'attenzione degli investigatori. O a volte si rendono responsabili di gravi reati, per cui il loro passato unito alla presenza in Abruzzo fa convergere l'attenzione su di loro, nel dubbio che dietro il fatto occasionale vi sia una ripresa della loro trascorsa attività delinquenziale. Tali indagini, allo stato, non hanno portato a risultati concreti, ma resta il sospetto che le condizioni in cui si trovano ad operare questi personaggi possano favorire il formarsi di nuovi nuclei criminali».

PRESENTI IMPRENDITORI VICINI AL CLAN ZAGARIA
Presenti in Abruzzo, da anni, «anche imprenditori vicini al clan camorristico di Michele Zagaria (al quale passerebbero segretamente parte dei loro guadagni), per i quali vi è la fondata presunzione di riciclaggio nel campo dell'edilizia. Altra società con sede in Emilia - viene osservato nella relazione - è finita sotto la lente di ingrandimento degli investigatori perchè probabilmente riconducibile agli interessi del clan dei Casalesi attraverso partecipazioni di quote in altre imprese gestite da personaggi con precedenti per associazione mafiosa di tipo camorristico. Per Olga Capasso "bisogna ora evitare che questa situazione fluida possa degenerare, perchè avvisaglie di infiltrazioni mafiose ci sono. Facendo opera di prevenzione, soprattutto accendendo i riflettori su tutte le società che ancora parteciperanno agli appalti, quando la ricostruzione post sisma finalmente riprenderà».