L'INCHIESTA

Sequestro bis discarica Bussi, 6 anni di inerzia nonostante le richieste del Ministero

Inchiesta partita dalla denuncia della edison

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Sequestro bis discarica Bussi, 6 anni di inerzia nonostante le richieste del Ministero

 


 


BUSSI. Cinquantacinquemila metri quadrati posti sotto sequestro per la seconda volta in sei anni e tanti dubbi sul passato e sul futuro dell’area.
 
Era stata definita la “discarica più grande d’Europa” e fu uno scandalo che scosse l’Abruzzo nel 2007 ma da allora la vicenda si è complicata ed arricchita di nuovi capitoli. Dopo 43 udienze preliminari il processo contro la Montedison è iniziato a Chieti in Corte D’Assise e proprio ieri i legali degli imputati hanno presentato richiesta di ricusazione del giudice Geremia Spiniello.
Mente quel processo rischia l’ennesimo colpo le nuove indagini hanno acclarato la pericolosa inerzia sulla messa in sicurezza dell’area.
L’inchiesta, che conta 8 indagati tra i vertici della Solvay, ai quali si contesta a vario titolo anche il disastro ambientale, mira a far luce sulla mancata messa in sicurezza delle tre discariche. Una messa in sicurezza imposta dal Ministero dell’Ambiente e volta ad impedire il contatto fra le discariche inquinanti con le falde freatiche e le acque fluviali.
Tale omissione potrebbe comportare, come specificato nell’ordinanza del gip, «il perseverare degli effetti di precipitazione e di percolamento dei rifiuti già interrati nelle suddette discariche con conseguente pericolo per l’ambiente e la salute pubblica». 
Oltre ai sopralluoghi e le diverse relazioni tecniche sia della Forestale che della Finanza, ad avvalorare la tesi accusatoria dei pm Bellelli e Mantini (gli stessi del processo già avviato) c'è anche una corposa consulenza tecnica affidata dalla procura al professor Alberto Bellini.
L'inchiesta bis sullo scandalo di Bussi sarebbe nata da un esposto presentato dalla società Edison spa il 17 aprile 2012 in riferimento al coinvolgimento presunto della società del gruppo Solvay circa la contaminazione dei pozzi Aca ubicati in località colle Sant'Angelo di Castiglione a Casauria per effetto dell'immissione delle acque di scarico industriale nelle acque del fiume Pescara.
Le fondamenta profonde dell'inchiesta, però, si poggiano sui dati delle analisi effettuate da Arta nel 2004 e poi anche dai monitoraggi effettuati dalla Edison nel 2010 e da una serie di monitoraggi forniti  anche dalla stessa Solvay.

GLI OBBLIGHI VIOLATI DEL MINISTERO
Nell'ordinanza di sequestro si ripercorrono ben 13 anni di incontri istituzionali, di dibattiti e di relazioni sull'inquinamento sempre più preoccupante dell'area. Per molto tempo la vicenda è rimasta nascosta all’opinione pubblica: è emersa solo dopo il clamoroso sequestro del 2007. Da quel momento si è iniziato a parlare pubblicamente dell'inquinamento anche delle falde acquifere.
E’ spuntata fuori anche la questione della messa in sicurezza dell'area fino a quando il ministero dell'ambiente ha ordinato il da farsi.
In una riunione, per esempio, del 28 ottobre 2008 veniva evidenziato che all’interno del Sito di interesse nazionale di Bussi vi erano due discariche di proprietà Solvay ubicate proprio nell'area di pertinenza del sito industriale.
Si sollecitava l'avvio dell'attività di messa in sicurezza, disposta (nota numero 28930 del 23 dicembre 2008) dal Ministero dell'Ambiente e ribadita qualche mese dopo (nota 3284 del 17 febbraio 2010) con le linee guida della messa in sicurezza.
Nelle note indicate si sollecitava la proprietaria dell'area ad attuare significativi interventi di messa in sicurezza delle aree ed ogni accorgimento utile ad evitare che le stesse, già contaminate, causassero l'inquinamento ulteriore delle falde acquifere sotterranee.
In particolare nella prima nota del 2008 si chiedeva «l'immediata implementazione di misure di messa in sicurezza d'emergenza delle discariche poste a monte del sito attraverso la impermeabilizzazione superficiale»; si doveva inoltre dare il via ad «idonee misure per la messa in sicurezza e la rimozione dei rifiuti sparsi» oltre che la sospensione di «qualsiasi attività di scavo non legata alla messa in sicurezza».
Infine, dopo aver ottemperato ai punti precedenti, la stessa Solvay avrebbe dovuto «valutare l'efficacia delle eventuali barriere idrauliche costruite» e dunque l'interruzione dell'inquinamento».
Tutte queste cose secondo la procura non sarebbero state effettuate mentre la società sostiene il contrario e si dice pronta a provarlo.
Intanto le relazioni della Forestale parlano di luoghi abbandonati al  9 ottobre 2013:  «L'intera area si presenta ricoperta da fitta vegetazione; allo stato attuale non risulta posta in essere nessuna attività di messa in sicurezza dell'area, in particolare non vi è alcuna impermeabilizzazione superficiale nè sono state realizzate canalizzazioni necessarie alla regimentazione delle acque meteoriche al fine di evitare l'eventuale sversamento di sostanze contaminanti».

LA PALLA PASSA AL MINISTERO
«Infine», scrive ancora il gip, «appare opportuna la richiesta di affidamento dell'area sottoposta a vincolo reale al Ministero dell'Ambiente già direttamente interessato anche a seguito dell'istituzione del sito di interesse nazionale di Bussi sul Tirino, affinché assuma le determinazioni che riterrà più adeguate secondo la normativa di settore, coinvolgendo, ove del caso, gli enti territoriali interessati e la stessa società proprietaria dell'area».

Alessandro Biancardi