NUMERI E CUORE

Sanità abruzzese: i dati del ministero sui livelli assistenziali e la “sanità percepita”

I Lea sono in aumento, ma il traguardo è lontano

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ABRUZZO. Gli ultimi dati sui Lea (livelli essenziali di assistenza) - pubblicati dal Ministero della salute – confermano che dal 2009 al 2012 in Abruzzo si è registrato un progresso, ma questo non è bastato per raggiungere il livello-soglia ritenuto “adempiente”.
 La sanità regionale è, infatti, partita dal livello 120 del 2009 ed è passata l’anno dopo al 133, quindi al 145 per poi scendere di poco al 143 nel 2012. Dunque perde vigore il cambiamento o almeno è rallentato il processo di riforma della sanità abruzzese impostato nella prima parte del Piano di rientro sotto la gestione Baraldi?
O ci sono troppe resistenze dell’apparato burocratico e delle singole categorie che popolano il pianeta sanità? Probabilmente si tratta solo del normale “pit stop” di un processo irreversibile, che però ha bisogno di alcune modifiche mentre è ancora in corsa, visto che imporre un Piano dall’alto ha incontrato difficoltà sul territorio e questo per  l’assenza della politica nella gestione del consenso al cambiamento. 

In realtà, a ben leggere i dati, i progressi “numerici” ci sono stati: i posti letto risultano in linea con quelli ritenuti ottimali, visto che siamo al 3,69 rispetto al 3,7 per mille, anche se all’interno del dato ci sono ancora troppi pl per acuti (3,17) e pochi per le post acuzie (0,52).
Ci sono, invece, ritardi per l’assistenza domiciliare, per quella residenziale e semiresidenziale e c’è infine l’assoluta inadeguatezza del dato sulla prevenzione: gli screening oncologici infatti sono a zero.
In chiusura ci sono criticità, peraltro incomprensibili, sull’assistenza farmaceutica, dove non è chiaro se lo sforamento della spesa è determinato dai costi delle medicine in farmacia o da quelli ospedalieri: il dato infatti viene presentato in forma  accorpata e questo nasconde il peso di ciascuna delle due voci (territoriale e ospedaliera). Quello che i dati ministeriali non dicono è la sanità “percepita” dai cittadini-utenti o meglio la “sanità reale”: questa non gode di buona salute, stando almeno alle kilometriche liste di attesa, alla mobilità passiva ed alla compartecipazione (ticket) troppo elevata dei cittadini. Perché è vero che un sistema sanitario efficiente richiede ospedali attrezzati e tecnologicamente evoluti, ma normalmente sono più frequenti gli interventi chirurgici di appendicite o per le tonsille che i trapianti di cuore e le influenze di stagione. Cioè le richieste della routine quotidiana per i disturbi e le malattie più ricorrenti non sempre vengono soddisfatte in modo adeguato: una mammografia si prenota ad un anno o due di distanza, così una visita dermatologica oppure oculistica o un doppler, che tra l’altro sono pure aggravati da un ticket pesante più 10 euro fissi. E così per un ricovero da polmonite. Di qui la sensazione che questa sanità così organizzata manchi di qualcosa: c’è poca “anima” nelle mani abili di chi riesce ad ottenere risultati di questo tipo. Si tratta allora di fare un passo avanti e realizzare il diritto costituzionale alla salute, che non è solo il numero dei posti letto, ma l’assistenza a 360 gradi.

Sebastiano Calella

*** LA TABELLA RIASSUNTIVA