SANITA'

Abruzzo. Riabilitazione, la Regione riduce il budget alle cliniche e gli abruzzesi viaggiano

Cisl e Cgil: «no ai tagli lineari, incidere sull’inappropriatezza»

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Carlo Masci

Carlo Masci


ABRUZZO. Forse stanno tramontando sia l’irrefrenabile tentazione dei tagli tecnici alle prestazioni sanitarie sia l’acquiescenza politica e sindacale a queste decisioni. Ieri nel tavolo negoziale sulla riabilitazione che c’è stato alla Regione, i sindacati hanno dato battaglia ed ha fatto timidamente la sua ricomparsa la politica, che decide in modo diverso dai tecnici.
Era, infatti, presente l’assessore al bilancio Carlo Masci, insieme alle Asl (mancava L’Aquila), ai sindacati e a quasi tutti gli operatori privati, mentre il coordinamento dell’incontro era affidato ad Angelo Muraglia. Il risultato immediato della trattativa è stata la riduzione del budget dal 10 al 5% (trattandosi in effetti di una misura che riguarda solo il secondo semestre di attività).
Inoltre è stata decisa l’istituzione di due tavoli di concertazione al posto di uno, in quanto sono diverse le problematiche della residenzialità e delle prestazioni ambulatoriali e domiciliari. Se ne riparlerà comunque giovedì mattina.
Tutto qui, magari solo con l’aggiunta di alcune schermaglie che hanno preceduto i lavori veri e propri?
In effetti Davide Farina, Cisl Fp, ha chiesto di affrontare prima - tutti insieme - il taglio del 10% che colpisce uniformemente il settore e poi di dividere i tavoli di trattativa. Così come ha chiesto agli erogatori privati di attendere la fine di questa trattativa prima di mettere in campo iniziative unilaterali di cassa integrazione in deroga o di mobilità. La proposta Cisl non è piaciuta al rappresentante del SanStefar che l’ha interpretata come un tentativo del sindacato di imporre ai datori di lavoro modelli di comportamento che sono di assoluta pertinenza delle rispettive proprietà. Insomma una diversità di vedute “normale”, come spesso capita nelle vertenze sindacali.

SINDACATI E CLINICHE CHIEDONO UN CONFRONTO SUL PIANO DELLA RESIDENZIALITÀ
Ma l’attenzione a questo contrasto marginale ha distratto i protagonisti dell’incontro che hanno sottovalutato il fatto nuovo che si era verificato e cioè la presenza del politico Masci che ha favorito la riduzione del taglio percentuale. C’è stata, infine, la richiesta pressante dei sindacati – ma anche delle cliniche - di valutare insieme al sub commissario Giuseppe Zuccatelli il nuovo decreto sul fabbisogno della residenzialità e sui criteri di assegnazione dei nuovi setting assistenziali, soprattutto per le strutture che dovranno procedere ad una riconversione.
Insomma pare cambiato il clima di questi incontri: prima, di fronte ai tagli si stentava ad articolare una risposta politica coordinata e si subiva come ineluttabile l’iniziativa dei tecnici. Ieri invece sono andate in onda le prime prove di risposta politica e sindacale. E così, forse per merito delle proteste giudiziarie degli erogatori privati (cliniche, istituti di riabilitazione, strutture religiose) che hanno sempre contestato di fronte al Tar i tagli indiscriminati e tardivi, o per la maggiore consapevolezza del sindacato, ieri sono emersi alcuni aspetti ai quali la politica dovrà dare risposte. Il primo è «la contestazione assoluta dei tagli lineari – come ha rimarcato Carmine Ranieri, Cgil – che non vanno ad incidere sull’inappropriatezza delle prestazioni. Non ha senso tagliare dove si lavora bene, anzi è inutilmente punitivo».
 Il secondo – come ha spiegato bene Farina, Cisl – «è la critica totale dell’art. 14 del decreto che impone ai privati di ospitare a tariffa più bassa i ricoverati ai quali è stato cambiato il setting assistenziale. Malati che non vengono trasferiti perché la Regione non ha posti. Il che costringe il privato a supportare a sue spese il settore dell’assistenza pubblica».
 L’ultimo aspetto, che è poi la conseguenza dei primi due, è l’assenza di regole certe ed uniformi e di premialità in questo momento di passaggio dal vecchio sistema al nuovo. Senza dire che l’ansia di riconvertire le strutture sovra dimensionate rispetto al fabbisogno teorico abruzzese, fa dimenticare alla Regione che proprio queste cliniche potrebbero svolgere una funzione importante sul versante della mobilità attiva. Perché far chiudere infatti i posti letto che attirano pazienti dalle altre regioni? Villa Serena, Villa Pini, Spatocco, il Paolo VI, le strutture religiose Aris, ma forse anche il SanStefar, potrebbero comunque intercettare flussi di pazienti non abruzzesi. Il che consentirebbe di alleggerire anche il peso dei viaggi della speranza fuori regione. Perché mentre qui si taglia (posti di lavoro in meno), molti pazienti locali sono “costretti” alla riabilitazione nelle Marche o nell’Emilia, che comunque l’Abruzzo paga. Un controsenso, molto più di un autogol sul quale Masci ha chiesto un momento di riflessione.

Sebastiano Calella