SANITA'

Abruzzo/ Punti nascita, i documenti spiegano perché ne restano nove

Sulla chiusura di Ortona il dissenso boomerang di Chiodi e Febbo

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Abruzzo/ Punti nascita, i documenti spiegano perché ne restano nove

 

ABRUZZO. Ecco i documenti che chiariscono perché il Cpnr (Comitato percorso nascite regionale) ha deciso che in Abruzzo restano aperti solo nove punti nascita. 

Il primo è il report dell’Asr (l’agenzia sanitaria) che prima in 10 pagine fotografa il funzionamento dei dodici reparti oggi in attività e poi li ridistribuisce sul territorio. Il secondo è il verbale finale del Comitato, composto dai primari di pediatria e di neonatologia di tutta la Regione e dai direttori sanitari delle quattro Asl. Proprio dal verbale si apprende che il Cpnr ha aggiunto all’elenco originario di 8 punti nascita, anche quello di Sulmona perché «non sopprimibile per ragioni logistiche e orografiche legate alla particolarità del territorio».

Si apprende pure che questo nuovo elenco (L’Aquila, Avezzano, Sulmona, Chieti, Lanciano, Vasto, Pescara, Teramo e Sant’Omero) è stato approvato all’unanimità, su proposta dell’Asr dopo un approfondita revisione del precedente elenco – senza Sulmona - che era infatti del 30 luglio 2012. Il documento, firmato a margine da tutti i componenti del Cpnr e così articolato, «costituirà l’allegato parte integrante del successivo provvedimento di riordino dei punti nascita».

Il professor Francesco Chiarelli, primario pediatra di Chieti e membro del Cpnr, chiarisce questo elenco e questa decisione: «Il Comitato ha applicato le linee guida nazionali del Piano Fazio, nella versione più morbida. Prima infatti per un punto nascita era richiesto un numero minimo di 1000 parti/anno, poi il numero è sceso ad un più modesto “da 500 a 1000 parti», spiega Chiarelli, «intanto alcune regioni, come il Friuli, hanno deciso di far rimanere aperti in montagna punti nascita con 300 parti proprio per la difficoltà dei collegamenti e li hanno attrezzati adeguatamente. Così noi abbiamo salvato Sulmona che registra 343 parti. Su Ortona abbiamo discusso a lungo, anche con il manager Asl Francesco Zavattaro, perché la sua chiusura avrebbe congestionato Chieti. Ma nessuno era pregiudizialmente contro Ortona e voleva chiuderlo: semplicemente lì non ci sono i requisiti richiesti, manca il personale ed anche oggi sono stati istituiti turni aggiuntivi notturni dirottando medici da altri reparti. Ortona è un polmone importante per l’ospedale di Chieti, ma i criteri per la scelta sono stati altri». E cioè la sicurezza di un parto senza rischi per il nascituro e per la madre (terapia intensiva neonatale, guardia medica h24 ecc. ecc.).

La programmata chiusura di questo punto nascita ha però provocato la reazione del presidente Chiodi, che minaccia di non firmare il decreto già pronto, e dell’assessore Mauro Febbo, sicuro che «Ortona resterà aperto» e che non ha gradito il commento di essersi mosso solo per questo ospedale e non per altri, come Guardiagrele e Tagliacozzo (ed ora anche Atri, Penne, Giulianova che reclameranno come Ortona il recupero dei rispettivi punti nascita soppressi). L’assessore rivendica invece di «essere intervenuto più volte sulle sorti dell’ospedale di Guardiagrele, rispondendo alle numerose polemiche strumentali... come strumentale del resto appare il passaggio che mi chiama in causa nell’articolo (di PrimaDaNoi.it). Non solo: anche precedentemente, avevo più volte dichiarato che gli ospedali di Casoli, Gissi o Guardiagrele hanno un ruolo fondamentale per i cittadini che vivono in questi territori. Come la sicurezza dei punti nascita e dei reparti di ostetricia per la tutela di neonati che è uno dei punti chiave del piano di riordino della rete ospedaliera abruzzese».

Quindi nessun caso politico – conclude Febbo – perché Chiodi «ha sempre condiviso con il sottoscritto il progetto Punto nascita di Ortona e, come ha dichiarato, non firmerà alcun decreto senza la condivisione con le strategie politiche di rilancio della sanità in Abruzzo».

«Non è proprio così», replica l’avvocato Simone Dal Pozzo, della lista civica “Guardiagrele il bene in comune”: «l’assessore Febbo sembra avere memoria corta perché dimentica che nel dicembre 2010 fu lui, unico esponente della giunta regionale, ad esprimere soddisfazione quando il Tar rigettò la nostra richiesta di sospensiva contro la chiusura dell’ospedale, poi ribaltata dal Consiglio di Stato.

Se riteneva fondamentale questo ospedale doveva tenere un atteggiamento diverso impedendo, anche in quel caso, a Chiodi di firmare i decreti che hanno letteralmente ucciso la sanità delle zone interne. Perciò oggi non può venirci a parlare di difesa di Guardiagrele dove la sua parte politica affisse manifesti per presentare come manna dal cielo la chiusura dell’ospedale e la sua riconversione in Pta, un presidio generico di assistenza. Però Febbo può recuperare: chieda a Chiodi di revocare quelle decisioni che per stessa ammissione del presidente non hanno prodotto nessun risparmio. Se può imporgli di non firmare un decreto, potrà anche chiedergli di revocarne altri». 

Sebastiano Calella