DOPO LA SENTENZA

Abruzzo. Del Turco: «non c’è nessuna prova». Affondo contro la giustizia: «commistioni tra magistrati»

L’ex governatore parla con i cronisti

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Abruzzo. Del Turco: «non c’è nessuna prova». Affondo contro la giustizia: «commistioni tra magistrati»




COLLELONGO. «Credo nella giustizia: la mia speranza era che si potesse dimostrare che un conto è il ruolo dell'accusa nel sistema penale italiano e un conto è la corte, che può decidere sulla base delle prove che ci sono e sulla base delle prove che non ravvede. Purtroppo così non è».
Ha commentato così Ottaviano Del Turco la notizia della sua condanna a nove anni e sei mesi che gli è stata inflitta lunedì mattina dal tribunale di Pescara.

Sono diversi i reati per i quali l'ex presidente e' stato condannato: associazione per delinquere e per alcuni episodi di corruzione, concussione, tentata concussione e falso. Del Turco e' stato invece assolto da un episodio di falso e da un abuso. E’ stato dichiarato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, in stato di interdizione legale durante la pena e incapace di contrattare con le pubbliche amministrazioni per la stessa durata della pena principale.

L’ATTESA A COLLELONGO
Lunedì mattina l’ex governatore ha scelto di aspettare la sentenza nella sua casa di Collelongo così come concordato «con il mio legale e con il mio medico».
Ed è lì, a Collelongo, che Del Turco ha ricevuto la notizia della sua condanna. Giornalisti fuori al portone di casa, un portone diventato famoso perché al centro del dibattimento e ‘protagonista’ delle foto prodotte dal grande accusatore Vincenzo Angelini per dimostrare che era a domicilio che portava le tangenti.
Dopo la sentenza via vai di amici, anche il sindaco Angelo Salucci, suo caro amico che lo ha sempre difeso a spada tratta. Salucci è andato a confortarlo, poi una volta uscito ha confessato ai giornalisti in attesa di averlo trovato «sconvolto». Dopo poco è uscito anche l’ex governatore per parlare con i cronisti nonostante il commento a caldo «devo prima riflettere e poi parlerò».
«Non c'è nessuna prova», ha insistito fuori casa. Ci sperava Del Turco nella sua assoluzione e non riusciva più a nasconderlo, voleva indietro, diceva alla vigilia del responso, la sua dignità e la sua storia.
Solo venerdì scorso si era detto rincuorato per l’arringa del suo difensore che in alcuni tratti lo ha anche commosso.

Pensava che il peggio fosse passato, che la sua pena fosse stata espiata. Era convinto, o almeno diceva di esserlo, che si fosse «smontato» il castello accusatorio. In questi anni lo ha ripetuto fino alla nausea nel corso di interviste televisive ma anche alla carta stampata. «Abbiamo smontato una per una ogni accusa». Una parte della stampa lo ha sempre sostenuto a prescindere, rimediando anche denunce per diffamazione dalla procura di Pescara (come il Tg5).
Secondo lui adesso «ha vinto solo la logica inquisitoria», e tra «accusa e giudizio non c'è nessuna differenza». «Penso di essere stato il primo bersaglio».
Per lui, che da cinque anni si definisce un nuovo Enzo Tortora, e sostiene di essere finito in un remake del più eclatante e grossolano episodio di malagiustizia, è arrivata la condanna in primo grado, proprio come per il famoso presentatore. Appena 6 i mesi di differenza tra i due dispositivi.
10 anni per il re di Portobello, 9 anni e 6 mesi per l’ex governatore. Tortora in appello venne assolto, Del Turco oggi ci spera.
«Non so quale spiegazione dare di tutto questo, so solo che sono stato arrestato con l'accusa di concussione che, in qualche modo, io prendevo provvedimenti perché gli industriali si mettessero paura e pagassero. Ora questo non c'è più, secondo i giudici - dice Del Turco - c'è la corruzione e la cosa cambia perché secondo loro uno prende soldi da un signore e gli fa del male. Per me questa non è corruzione. La corruzione ha dei grandissimi effetti purtroppo quando la gente paga e ottiene quello che vuole. In questo caso invece ha ottenuto dei provvedimenti che hanno cambiato il corso della sanità abruzzese».
Sentenza «ingiusta», prosegue ancora l'ex governatore, anche perché «le versioni di Angelini, mio grande accusatore, sono cambiate di volta in volta a seconda delle vicende processuali». 


«Non c'è nessuna prova. Neanche che abbia cambiato il mio sistema di vita. Io a Natale sono stato a Collelongo non a Rio, io passo le feste comandate in questo paese, e continuerò a farlo. Adesso vediamo, voglio essere sereno ma non patetico».
E annuncia che ricorrerà in appello. «Faremo appello. Un brillantissimo avvocato italiano di cui non faccio il nome mi ha detto di stare tranquillo: in primo grado succede sempre così. Sarà in secondo grado e in Cassazione che la gente scoprirà come stanno le cose».
«Nei confronti degli altri imputati - continua - provo una grande solidarietà e responsabilità. Una volta - racconta Del Turco - ho tolto da un consiglio di amministrazione un terzo dei membri che c'erano, e sono stato accusato dai dirigenti del Pd, dalla segretaria regionale del Pd, che io facevo in questo modo l'antipolitica. Ho cercato di spiegare che l'antipolitica l'hanno fatta quelli che hanno riempito i consigli di amministrazione di gente che non valeva niente e che prendeva un sacco di soldi. Credo di aver pagato per questa cosa e con me ha pagato gente che questa battaglia l' aveva combattuta con me per solidarietà»".
E poi l’affondo al sistema della magistratura: si «ripropone un eterno problema, e cioè il rapporto che c'è tra la magistratura inquirente e la magistratura giudicante. Troppa commistione, troppa confusione: molto spesso diventano presidenti di corte magistrati che hanno fatto i pubblici ministeri e si portano appresso anche quella cultura. La cosa non è un peccato e non è nemmeno frutto dell'intervento del diavolo, quando uno cresce in un modo è difficile che possa cambiare quando sta per andare in pensione. Così succede in questo paese», chiude Del Turco riferendosi alla separazione delle carriere e al fatto che il presidente del collegiale De Santis ha annunciato che il processo sulla Sanitopoli sarà l'ultimo da lui diretto in quanto prossimo a concludere la carriera in magistratura per raggiunti limiti di età.
a.l.