SANITA'

Abruzzo. Corte Costituzionale: inammissibile il ricorso sull’ospedale di Tagliacozzo

Deciderà il Consiglio di stato, criticata l’inerzia del Consiglio regionale

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Simone Dal Pozzo

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ABRUZZO. La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di costituzionalità sollevata dal Tar Abruzzo sul decreto del governo Berlusconi che ha salvato il Programma operativo Chiodi-Baraldi, quello che chiudeva l’ospedale di Tagliacozzo (e gli altri piccoli presìdi ospedalieri).
La decisione della Corte è molto complessa e articolata, ma in sostanza pare di capire che intanto il giudizio di costituzionalità deve aspettare la pronuncia del Consiglio di Stato sulle sentenze del Tar che fanno riaprire l’Ospedale (e soprattutto il Pronto soccorso) e che sono state appellate sia dal Comitato pro ospedale di Tagliacozzo e dal Comune sia dalla Regione.
Ma l’ordinanza appena pubblicata – ad una prima lettura – sembra far intravedere  anche una critica al Consiglio regionale che ben poteva riappropriarsi dei suoi poteri legislativi, modificare il Piano di rientro dai debiti e formulare un nuovo Programma operativo.
Il che non è stato fatto, tanto che l’Avvocatura di Stato ha avuto buon gioco a dimostrare che l’intervento del governo è stato reso necessario proprio per l’inerzia della Regione. 


Quindi il ricorso alla Corte costituzionale – argomenta l’Avvocatura - deve essere considerato «inammissibile o comunque infondato». Vincitori e vinti di questa battaglia in difesa del diritto alla salute?
Come detto, il vero sconfitto è il consiglio regionale, la cui inerzia viene stigmatizzata a chiare lettere. Allora ha vinto il commissario?
Non proprio, perché a farla da padrone in tutta questa storia complicata è «l’esigenza del contenimento della spesa pubblica» che ha ispirato il Programma operativo, come riconosce la Corte.
Un politico “normale” - e non un commissario - si sarebbe guardato bene dal raggiungere gli equilibri di bilancio in sanità con i tagli lineari che hanno ispirato i provvedimenti di chiusura dei piccoli ospedali. E avrebbe evitato le proteste e le polemiche, oggi riconosciute valide anche dall’attuale ministro della salute che ha dichiarato «mai più tagli lineari».


 Allora forse ha vinto politicamente la capacità dei comitati popolari e degli avvocati che hanno sfidato con le loro forze ridotte, come i barchini tipo Mas, la corazzata Regione-Governo, ottenendo un successo chiaro: la Corte Costituzionale infatti non sancisce la legittimità di quel provvedimento del governo e tanto meno del piano operativo, dice solo che non può decidere sull’illegittimità per due fondamentali motivi.
Il primo è l’attesa sentenza del Consiglio di Stato che deve decidere se le chiusure dei piccoli ospedali sono ok o no, il secondo è che il decreto legge 98/2011 ha sì approvato il piano operativo, ma ne ha approvato il contenuto che ne viene fuori anche a seguito dei giudizi amministrativi.
Detto in altri termini, il Governo ha approvato il programma operativo e a questo fa rinvio. Però il suo contenuto non è necessariamente quello originario, ma può essere quello che deriva da pronunce giurisdizionali che ben possono modificarlo.
«La Consulta – spiega l’avvocato Simone Dal Pozzo, una delle anime della protesta popolare contro il piano operativo - ha ritenuto che, al momento “la questione di legittimità costituzionale, nei termini entro i quali è stata sollevata e proposta, rinviene il suo indefettibile presupposto logico-giuridico nella definitività dell’accertamento dell’illegittimità degli atti del Commissario ad acta che, nella specie, è ancora controversa, poiché è ancora pendente il giudizio di impugnazione”. Insomma la Corte ha detto che ci sono giudici che possono ancora dirci che il piano operativo è illegittimo e in questa decisione nessun valore avrà il fatto che il decreto legge 98/2011 lo ha approvato. Se il Commissario e i direttori generali pensano di poter andare avanti nelle loro decisioni di chiusura e riduzione dei servizi, commettono un grave errore di valutazione poiché la partita non è ancora chiusa».
 Di qui segue anche la sua diffida al manager della Asl di Chieti perché non prenda ulteriori iniziative contro l’ospedale di Guardiagrele chiuso-non chiuso, ma in lenta eutanasia.


Sebastiano Calella