DIRITTI UMANI

Irak. Tarek Aziz, l’appello del figlio: «sta morendo in prigione»

La lettera tradotta dall’associazione Aiutiamoli a vivere

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Irak. Tarek Aziz, l’appello del figlio: «sta morendo in prigione»

Tarek Aziz in tribunale




BAGHDAD. Il figlio di Tark Aziz, Ziad, era stato a Spoltore nell’estate del 2008, ospite di un evento dell’associazione Aiutiamoli a Vivere, di Tusio De Iuliis.
Oggi proprio l’associazione raccoglie l’appello dell’uomo che chiede aiuto per il padre malato ex ministro degli esteri e vice-primo ministro dell'Iraq sotto il governo dittatoriale di Saddam Hussein.
È stato accusato di aver preso parte alla decisione di uccidere 42 persone da parte di un blitz della polizia irachena avvenuto nel 1999.
La sua odissea giudiziaria ha vissuto fasi altalenanti: il 2 marzo 2009 è stato assolto dalle accuse mosse nei suoi confronti e liberato, ma pochi giorni dopo venne ritenuto colpevole di crimini contro l'umanità e condannato a 15 anni di carcere. Il 2 agosto dello stesso anno Aziz è stato condannato a sette anni di carcere per aver contribuito a pianificare la deportazione dei Curdi dal nord Iraq.
Sottoposto a più capi d'imputazione in relazione con la repressione delle rivolte sciite del 1991, il 26 ottobre 2010 viene condannato a morte, mediante impiccagione, per il ruolo che egli ha avuto nelle persecuzioni alla comunità sciita; la condanna è tuttavia attualmente sospesa a seguito delle proteste dell'Unione Europea.
A gennaio ha scritto una lettera al papa chiedendo di essere giustiziato.
«Sono circa 10 anni che mio padre è in custodia presso le forze militari americane», scrive il figlio, «in questi giorni ricorre anche l'anniversario del tentato assassinio del 1980, al quale è sopravvissuto. Tale attentato alla sua vita, che ha portato alla morte dei civili passanti, è stato progettato ed eseguito dalle stesse persone che stanno governando l'Iraq oggi, e che stanno progettando di ucciderlo di nuovo, lentamente e questa volta con nessuno che possa vedere».

All'ultima visita in prigione (è detenuto a Baghdad) «mia madre e le mie sorelle», racconta Ziad, «l'hanno trovato sofferente a causa del quarto ictus dal 2003; è caduto sul pavimento nel mezzo della notte ed è stato lasciato in cella per tutto il tempo fino alla mattina. Non è stato visitato dal dottore, nè è stato portato in ospedale, nè gli sono state fornite cure mediche di nessun genere dal momento in cui ha avuto l'ictus.
E' stato il suo compagno di cella che ha provato a prendersi cura di lui al meglio delle sue capacità, e per la grazia di dio, non posso pensare a ciò che poteva succedere. La sua capacità nel parlare coerentemente è diminuita; mia madre e le mie sorelle hanno potuto a stento capire quello che stava dicendo loro.
Hanno trovato anche infiammazioni e ulcere diabetiche sui suoi piedi e sulle gambe, che potrebbero portare alla cancrena e, se non curata subito, all'amputazione degli arti».
«Non ha mai avuto queste ulcere prima», assicura il figlio. «Le ha ora a causa della negligenza con cui viene trattato. Io e la mia famiglia abbiamo urgente bisogno di informare la comunità internazionale e la stampa mondiale attraverso i vostri canali di informazione, in merito alla situazione di mio padre.
Le condizioni di mio padre stanno degenerando giorno per giorno e sono davvero preoccupato per ciò che il futuro potrebbe riservargli se non viene curato adeguatamente con i trattamenti di cui ha disperatamente bisogno nell'immediato. Vi ringrazio in anticipo per tutto l'aiuto che potrete fornirci, sono fiducioso che proverete a fare del vostro meglio