POLITICA E SPESE

M5S contro Fratelli d’Italia, «per colpa loro 400 mila euro nel cesso»

Ma Meloni attacca: «colpa dei grillini e della loro ingordigia»

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

3030

M5S contro Fratelli d’Italia, «per colpa loro 400 mila euro nel cesso»

Giorgia Meloni




ROMA. Il 27 marzo si è riunito l’ufficio di Presidenza della Camera dei deputati e tra le cose da discutere c’era “la costituzione di un gruppo parlamentare in deroga al regolamento della Camera”.
Il nuovo gruppo è quello di “Fratelli d’ Italia”, quello di La Russa, Crosetto Meloni. Il regolamento della Camera dice che un gruppo di deputati inferiore al numero di 20 non può formare un gruppo parlamentare autonomo ma deve andare a comporre il gruppo misto. I componenti di “Fratelli d’Italia” sono 9. Durante la riunione dell’ufficio di presidenza il MoVimento 5 Stelle ha chiesto quanto costa la costituzione di questo gruppo, la risposta del questore è stata questa: «400.000 euro all’anno in più».
Dato che la costituzione di questo nuovo gruppo parlamentare aveva bisogno del voto dell’ufficio di presidenza andando in deroga al regolamento si è proceduto al voto. Tutti i partiti, dal Pd al Pdl hanno votato a favore. Solo il M5S ha votato contro.
Il risultato è che in deroga al regolamento della camera dei deputati si forma un nuovo gruppo parlamentare denominato “Fratelli d’Italia” composto da 9 deputati e che costerà 400.000 euro all’anno in più.
«Soprattutto in questo periodo», commenta Roberto Fico, deputato del M5S, «ci sembra una spesa davvero inutile e assurda, degna della casta, lo abbiamo detto in tutti i modi durante la riunione di presidenza, ma niente. Questi sono i nostri cari partiti responsabili che chiedono la fiducia al M5S e quindi ai cittadini».
«Peccato che la verità sia molto diversa», replica Giorgia Meloni dalle pagine del suo blog. «Il Regolamento prevede, giustamente, che un partito che abbia ottenuto un sufficiente consenso da parte degli italiani, presentandosi con un proprio simbolo alle elezioni, abbia il diritto di essere pienamente rappresentato all’interno della Camera, anche se non raggiunge il numero di 20 deputati. Semplicemente una questione di democrazia. Nessun favore a noi, quindi, ma solo l’applicazione di un articolo del Regolamento».


Sui costi, secondo Meloni, l’aggravio è tutto da imputare al Movimento 5 stelle: «L’articolo 5 del Regolamento stabilisce che l’ufficio di presidenza è composto da Presidente, quattro Vicepresidenti, tre Questori e otto Segretari. In totale Presidente + 15. E stabilisce pure che “Nell'Ufficio di Presidenza devono essere rappresentati tutti i Gruppi parlamentari esistenti all'atto della sua elezione”».
I gruppi presenti alla Camera erano inizialmente 7: PD, PDL, M5S, SEL, Lega, Scelta Civica e Gruppo Misto (del quale faceva parte FDI), ai quali si sarebbe aggiunto il gruppo FDI. Quindi nel complesso 15 posizioni dell’ufficio di presidenza (il Presidente non appartiene a nessun gruppo) per 7+1 gruppi che devono necessariamente essere rappresentati. Tutto facile, si direbbe: 1 posto ad ogni gruppo più piccolo e 2 o più posti ai gruppi più numerosi. In attesa della costituzione del gruppo di FDI si assegnano 2 posti al gruppo misto che dopo l’applicazione dell’art 14 del regolamento diventano 1 del gruppo misto e 1 di FDI. «Ma poi le cose vanno diversamente», spiega Meloni. «Alla fine del valzer delle nomine nell’ufficio di presidenza, restano fuori SEL, Lega e Misto (oltre al futuro FDI). Il M5S si prende tre posizioni: un vice presidente e 2 segretari. A questo punto si è costretti ad applicare il comma 4 dell’articolo 5 del Regolamento: “Qualora (…) uno o più Gruppi non risultino rappresentati, si procede all'elezione di un corrispondente numero di Segretari”. Quindi, già da subito, 3 segretari in più, per SEL, Lega e Misto, per un costo complessivo di 1.200.000 euro. Per colpa dell’ingordigia di chi ha preteso più posti del dovuto. Solo successivamente si è creato l’analogo caso per il gruppo di FDI, per ulteriori 400 mila euro. Ma serve veramente una spregiudicatezza alla quale nemmeno la politica più consumata è mai arrivata per affermare che la colpa di questi costi aggiuntivi è da imputarsi a chi è rimasto fuori dall’ufficio di presidenza».