L'INTERVENTO

Ospedale Chieti, lettera al manager Zavattaro: «mio padre abbandonato su un lettino per 6 ore»

«Restituiamo l’umanità agli ospedali, tutti insieme»

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OSPEDALE CHIETI

CHIETI.  La signora Daniela Esposito ha perso suo padre, morto all’ospedale di Chieti.
In una lettera aperta al manager Francesco Zavattaro racconta ciò che ha vissuto in prima persona. Chiede che venga restituita «umanità agli ospedali» ma ringrazia anche quanti in questi giorni sono stati vicini a suo padre.
Pubblichiamo integralmente la missiva.

Egregio Direttore Generale Francesco Zavattaro,
Le scrivo perché mio padre è morto.
A Chieti, a casa Sua, nel Suo ospedale. Per questo Lei ha il diritto di conoscerne la storia.
Non voglio parlarLe delle sei ore di attesa al pronto soccorso e della prima notte abbandonato su un lettino per il corridoio di un reparto d'appoggio, senza una flebo né un'alimentazione di qualsiasi tipo, nonostante mio padre sia arrivato disidratato e stremato da 3 giorni di vomito continuo.
So bene, Egregio Direttore, che la situazione della Sanità è difficile, eufemisticamente parlando, e che Lei certamente è molto impegnato e non sa quale problema affrontare prima; il mio scritto vuole esserLe di aiuto in quanto testimonianza, potrà forse suggeriLe qualche idea per controllare e organizzare meglio la struttura che dirige: in questo senso lo sento come dovere di cittadina e di assistita dal SSN.
Già, l'assistenza. Cosa si intende? Assistere un malato è solo inserirgli l'ago nel braccio, portarlo ad effettuare un rx o cambiargli il contenitore dell'urina? No, Egregio Direttore, assistere una Persona Malata è molto di più: è mettersi nei suoi panni e compiere quei gesti "tecnici" con la delicatezza e con il rispetto più profondi per la sua condizione e per la posizione di dipendenza e di debolezza in cui si trova.

«SORRISI E INDIFFERENZA»
Il malato dipende dagli infermieri e dai dottori, risponde sempre con un grazie quando gli si aggiusta il cuscino o quando gli si rimbocca la coperta, anche solo con lo sguardo esprime la sua gratitudine. Io ho visto questi sorrisi e questi sguardi, ma dall'altra parte troppo spesso ho visto troppa indifferenza, troppi modi bruschi, tanta mancanza di rispetto.
Le sembra normale che tutti gli operatori, a tutte le ore, lascino sbattere pesantemente le porte dei reparti quando potrebbero accompagnarle con la mano? Ah già, ma forse si perde troppo tempo.
Le sembra normale che gli infermieri si chiamino a voce alta da una stanza al corridoio e viceversa? "Tizia, mi porti la garzaaa??" Non potrebbero avvicinarsi, percorrendo pochi metri, e parlare con un tono più rispettoso? Ah già, ma forse si perde troppo tempo.
Mio padre è stato in una condizione generale abbastanza grave già dai primi giorni: sondino, maschera dell'ossigeno e catetere; nella sua camera erano in tre e lui era sistemato accanto alla finestra, che ogni tanto bisognava aprire per cambiare aria. Ma a Lei sembra normale che la si lasciasse aperta per ore senza preoccuparsi che fosse accanto ad una persona con la broncopolmonite? Quanto tempo si perde a richiuderla dopo pochi minuti, facendo attenzione a non far arrivare lo spiffero al malato accanto?
Quanto tempo si perde a dare una pulita alla maschera dell'ossigeno SE si ha tempo per notare che è sporca? Quanta preziosa concentrazione si perde SE si sente che il paziente affoga nel catarro e si decide di aspirarlo senza aspettare che sia un parente a chiedere l'intervento?
Egregio Direttore, io sono di Bucchianico, paese natale di S. Camillo De' Lellis, patrono dei malati. Quante volte l'ho pensato e l'ho pregato e mi è tornato in mente il suo insegnamento più grande, che non si stancava mai di ripetere ai sui seguaci: usate Carità, abbiate cura del malato come farebbe una madre col suo unico figlio malato.

«NON ERA UN OGGETTO CHE SI STAVA ROMPENDO»
Non ho mai preteso che i dottori e gli infermieri fossero santi, ma mio padre - come tutti gli altri ricoverati - aveva il Diritto di non essere trattato come un oggetto che si sta rompendo.
Per due mattine ho trovato mio padre con il tubo del catetere avvolto alla gamba; in quel momento c'era anche un dottore specializzando che si è girato verso l'infermiere con aria interrogativa. "Si sarà girato lui - ha commentato l'infermiere di turno, con un'espressione un po' imbarazzata - stamattina era a posto". Non ha mai fatto l'acrobata, mio padre, ed in quei giorni non riusciva neanche a girarsi di lato. Prova ne sono state le piaghe da decubito che ha dovuto sopportare per tutto il periodo della degenza. Lo avevano semplicemente rimesso nel letto come si sistema un indumento nel cassetto quando si va' di fretta.
Un pomeriggio, intorno alle 18, abbiamo notato una siringa sul comodino accanto a mio padre: c'era il suo nome insieme ad un orario: ore 16:00.
Dovevano iniettargliela? O avevano cambiato terapia? Si erano dimenticati? Un'infermiera non sapeva, un'altra aveva appena preso servizio, una terza si è informata e abbiamo saputo che se n'erano dimenticati. Le sembra normale tutto questo?
Egregio Direttore, i miei erano della generazione che insegnava ai propri figli la buona educazione, quella che ti fa' salutare quando entri in un ambiente nuovo, che ti obbliga a rispondere a chi ti saluta e che te lo fa fare con un sorriso, che ti fa' tacere quando non sei interrogato, che ti fa' sempre dire Grazie e Per Favore.
Lei sa meglio di me che le informazioni sulle condizioni dei degenti si danno solo dalle 13 alle 14; può capitare che ci sia un piccolo affollamento di parenti impazienti ed ansiosi. Ma le sembra normale che una dottoressa, al sentire "Mi scusi dottoressa..." sbotti con un "Oooohhh!!! Che scocciatura!" stizzito e se ne vada voltandoti le spalle e sbraitando "Ma se ho un'emergenza!"?. Lungi da me intralciare l'intervento d'urgenza ma ci sono mille modi per dire tutto, soprattutto in certe situazioni, e l'educazione suggerisce sempre il migliore. A chi la possiede.

«LA NOTTE, I REPARTI DESERTI»
Infine, Egregio Direttore, vorrei che Lei mi chiarisse un dubbio: è prevista nel contratto di lavoro degli operatori sanitari la possibilità di dormire durante il turno di notte? Sa, il dubbio viene quando cominci a notare il deserto dall'una circa fino alle 6 del mattino. Non si vede più nessuno e non si sente più nulla. Ogni tanto qualcuno suona il campanello e lì puoi cominciare a fare scommesse su quanto tempo passerà prima che si affacci qualcuno. Una notte ho contato 22 squilli - con intervallo di 10 secondi tra l'uno e l'altro - prima che arrivasse l'infermiera addetta. Espressione assonnata, sbadiglio e "Chi ha suonato?" con contemporanea accensione di luci a giorno.
Una notte di assistenza a papà sono stata poco bene anch'io: la stanchezza e la tensione mi hanno provocato un brusco calo di pressione e mi hanno portato al pronto soccorso. Finita l'urgenza, mia sorella è dovuta tornare in reparto a riprendere ciò che avevamo lasciato per poter tornare a casa. Ecco, Egregio Dottore, nel tragitto dal pronto soccorso al reparto di Clinica Medica, non ha incontrato NESSUNO. Erano circa le 3 di notte: le porte del reparto erano spalancate e non c'era anima viva. Chiunque sarebbe potuto entrare (mia sorella è passata dall'esterno, quindi uscita e rientrata) e fare qualsiasi cosa. La lascio immaginare ciò che vuole ma glielo dico io: non è normale.
Per completezza di informazione, preciso che la mia esperienza è riferita ai reparti di semeiotica e clinica medica, ma temo di essere portavoce di tante persone e di tanti casi. Come sempre succede, non tutti sono uguali e generalizzare sarebbe un errore gravissimo: ho anche incontrato dottori gentili e delicati ed infermieri premurosi e solleciti; queste persone meritano un GRAZIE di cuore per tutta la cura che hanno avuto per mio padre e per gli altri degenti.
Mi permetta di fare un'ulteriore considerazione da profana, di esprimere un pensiero forse retrogrado e banale che parte da una convinzione profonda: la professione medica, come quella infermieristica, per me non è un semplice lavoro. Va' oltre, entra nella sfera delicata dei rapporti umani ed in quella, ancora più delicata e spirituale, del rapporto con la sofferenza. Non si potrà mai essere un buon dottore, neanche con 10 lauree, se non si possiede la Carità di cui parlava S. Camillo: amore, cura, delicatezza e rispetto.
Nessuno può restituire una persona cara che se ne va', ma possiamo restituire l'Umanità agli ospedali tutti insieme. Se queste parole le sente anche Lei nel cuore, allora questa lettera non sarà stata inutile.
Grazie


Daniela Esposito