SALUTE E COSTITUZIONE

Sanità abruzzese ok? La Corte costituzionale decide l’8 maggio

Camera di consiglio sul programma operativo che chiuse i piccoli ospedali

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CHIODI E BERLUSCONI

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ABRUZZO. Tra poco più di un mese si saprà se le scelte di politica sanitaria adottate in Abruzzo sotto la gestione commissariale – e promosse al rango di legge dal governo Berlusconi - sono rispettose della Costituzione o no.

Infatti è stata fissata al prossimo 8 maggio la camera di consiglio che dovrà decidere la legittimità del decreto del consiglio dei ministri che salvò il Programma operativo del commissario Gianni Chiodi (e del suo vice Giovanna Baraldi), più volte bocciato da varie sentenze del Tar Abruzzo.
In sostanza il piano operativo era stato annullato in diverse parti (la chiusura dei piccoli ospedali soprattutto) e rischiava di essere completamente vanificato. In realtà, dal punto di vista tecnico, il caso che sarà affrontato l’8 maggio riguarda solo la vicenda dell’ospedale di Tagliacozzo, per la decisione del Tar Abruzzo di rimettere gli atti alla Consulta quando fu chiesta l’ottemperanza alla sentenza di riapertura che la Asl dell’Aquila non voleva applicare.
Questo braccio di ferro è proseguito anche successivamente ed ancora è in corso, nonostante l’ultima ordinanza del Tar che ha imposto la riapertura del Pronto soccorso, fissando tempi e attrezzature per la sua funzionalità. 


Questa decisione della Corte costituzionale è forse l’atto finale della guerra scatenata da tutti i cinque piccoli ospedali chiusi dal piano operativo regionale (Casoli, Gissi, Guardiagrele, Pescina e Tagliacozzo) e la cui difesa ha mobilitato più i singoli comitati spontanei cittadini sorti a presidio del territorio che la politica regionale: il centrodestra si è appiattito sulle scelte del commissario Chiodi, il centrosinistra ne ha fatto più un problema di opposizione politica che di difesa dei diritti. E così la guerra dei piccoli ospedali è stata dichiarata e condotta dal “fortino” di Guardiagrele (l’unico dei piccoli ospedali che formalmente è ancora aperto per la difesa della lista di opposizione “Guardiagrele il Bene in Comune”), dagli avamposti di Tagliacozzo e Pescina e dall’amministrazione comunale di Casoli. A dar manforte ai “ribelli” solo la magistratura amministrativa, visto che Tar e Consiglio di Stato hanno più volte bocciato queste chiusure con motivazioni che si sono spinte al di là del giudizio di merito e che sono sembrate di supplenza politica.
Infatti la linea seguita dai giudici è stata semplice e chiara: “volete chiudere gli ospedali? Fate pure, ma prima attrezzate il territorio per dare le risposte alla domanda di salute dei cittadini”. Oppure: “il Pronto soccorso dell’ospedale di Tagliacozzo costa troppo e quindi lo sostituite con il Pta, presidio territoriale di assistenza? Non scherziamo: quello è un surrogato di Pronto soccorso, serve un servizio attrezzato per l’emergenza, con macchinari, personale e apertura h24”.


 Di fatto - a ben guardare – la Corte costituzionale è chiamata a decidere su un conflitto tra potere centrale (Governo) e potere locale (Regione) sulla potestà legislativa in materia di sanità, che è un settore delegato al territorio. Quindi la sua pronuncia potrebbe anche essere negativa per le attese di chi spera di avere giustizia (rectius: la riapertura) sui piccoli ospedali: le superiori ragioni dell’equilibrio del bilancio dello Stato impongono le scelte di chiusura, ancorché impopolari. Ma il problema è forse un altro e ben più sostanziale: riguarda “l’anima” della politica sanitaria, cioè il principio fondante del nostro sistema sanitario nazionale. Non si tratta insomma di uno scontro tra chi tifa per l’apertura e chi è per la chiusura. Si tratta invece di sapere se è ancora valido il principio costituzionale del diritto alla salute o se invece sono prevalenti le nuove mode della razionalizzazione a tutti i costi dell’assistenza ospedaliera, per cui decide tutto il piano regionale. Non è proprio così. La Costituzione non dice infatti: ok ai debiti. Dice esattamente il contrario, quando impone che ogni spesa sia “coperta”. Ma dice pure che ci sono diritti inviolabili, come quello alla salute. Quindi chiudere i piccoli ospedali (tutti di montagna) equivale a negare questo diritto ai cittadini delle zone interne. Il che non è accettabile. Ma non è nemmeno semplice. Si tratta infatti di ribaltare il principio che ha ispirato la riorganizzazione commissariale della sanità e che vede prevalente l’aspetto ragionieristico “dei conti a posto”: al centro della sanità dovrebbe invece tornare il diritto del cittadino ad essere assistito, senza con ciò giustificare i debiti. E’ possibile? «Insieme per Guardiagrele – spiega l’avvocato Simone Dal Pozzo, che è stato l’anima legale di questa difesa dei piccoli ospedali - fa due appelli: al governo di chiedere che quella norma venga dichiarata incostituzionale e ai neo-eletti in Parlamento perché promuovano, parallelamente, un’iniziativa legislativa per l’abrogazione di quell’articolo di legge che due anni fa salvò Chiodi stravolgendo le fondamentali regole del gioco democratico. Infatti si legiferò in materia di competenza regionale, dando valore di fonte primaria ad un atto appena abrogato da un Tribunale. Se ci fosse un emendamento all’ultimo decreto legge in materia di sanità approvato qualche giorno fa dal governo, il giudizio della Corte Costituzionale sarebbe addirittura inutile».
Sebastiano Calella