PETROLIO A CASA NOSTRA

Abruzzo/Ombrina Mare e petrolio: si mobilita il ‘partito’ del sì: «800 posti di lavoro»

Cinquanta aziende abruzzesi: «troppa disinformazione»

Redazione Pdn

Reporter:

Redazione Pdn

Letture:

2973

Abruzzo/Ombrina Mare e petrolio: si mobilita il ‘partito’ del sì: «800 posti di lavoro»

I relatori




ABRUZZO. Le aziende abruzzesi che operano nel settore Idrocarburi fanno squadra.
Nei prossimi giorni chiederanno di incontrare il sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico Claudio De Vincentis sulla questione di Ombrina Mare.
Ieri circa 50 società hanno aderito in massa all’invito di Confindustria Chieti di fare il punto sulla situazione relativa agli insediamenti industriali e alle polemiche di questi giorni e annunciano una campagna di informazione sulle attività in corso: una sfida basata «sullo sviluppo sostenibile e sulla convivenza fra attività di esplorazione e produzione di idrocarburi e ambiente».
«È arrivato il momento di far conoscere il reale valore del settore idrocarburi in Abruzzo – ha annunciato il presidente di Confindustria Chieti Paolo Primavera – e di ragionare in una logica di sviluppo sostenibile come siamo disposti da sempre a fare, usando le ricadute economiche degli investimenti a tutela dell’ambiente e a promozione delle attività turistiche».
E così è stato presentato lo studio compiuto dal Dipartimento di Ingegneria Industriale e dell’Informazione e di Economia dell’Università degli studi dell’Aquila per conto di Confindustria Chieti/Abruzzo. Lo studio ha rivelato le cifre e il potenziale economico e occupazionale (lavoro a cura del professor Luciano Fratocchi, associato di Ingegneria Economico Gestionale e Massimo Parisse, contrattista di ricerca).
Il settore rappresenta una presenza quasi storica che ad oggi interessa quasi 5.000 lavoratori, vede in Abruzzo circa 750 aziende (15 con titolo minerario, 50 dell’indotto diretto e circa 700 di quello indiretto) e le principali aziende coinvolte in modo diretto nella produzione, garantiscono salari per 73 milioni di euro l’anno (23 per le imprese con titolo minerario, circa 50 milioni l’anno per tutte le altre).
Una realtà economica radicata al territorio: oltre il 30 per cento del personale laureato impiegato nelle imprese della filiera si è formato nelle università abruzzesi.
Realtà che, «contrariamente a ciò che viene da più parti affermato usa il territorio in minima parte: solo lo 0,0141% della superficie della regione Abruzzo è infatti occupato da infrastrutture dedicate alla ricerca ed alla coltivazione degli idrocarburi (centrali di raccolta e trattamento, pozzi produttivi, non in produzione e di stoccaggio), si tratta di una superficie pari a circa il 75% dell’area complessiva dell’Aeroporto d’Abruzzo».
Un sistema che detiene «la più bassa incidenza di incidenti e infortuni sul lavoro dell’intero settore manifatturiero (in continua discesa: dal 2006 al 2011 si è ridotta del 2,2 per cento)».

IL FUTURO
Per il futuro? Le aziende sono pronte a generare nuovi investimenti pari 1,4 miliardi, che occuperà uno spazio complessivo di 1,18 kilometri quadrati di territorio («una superficie di poco superiore a quella dell’Aeroporto d’Abruzzo»). Tali investimenti produrranno occupazione aggiuntiva «per almeno 800 nuove unità» oltre «al consolidamento del tessuto produttivo già esistente, questo anche attraverso l’insediamento dell’impianto di estrazione Ombrina Mare».
La ricerca puntualizza inoltre il fatto che insediamenti petroliferi al largo delle regioni vicine, come Marche e Puglia (ce ne sono 120 in tutto il bacino Adriatico), non hanno avuto ripercussioni sui flussi turistici delle stesse, che continuano ad essere in crescita.
«In Abruzzo abbiamo radici profonde e abbiamo a cuore la nostra attività – ha assicurato il presidente di Assomineraria settore Idrocarburi, Pietro Cavanna - Come Assomineraria abbiamo da tempo avviato strategie per fare in modo che il territorio non ci rifiuti come sta facendo ora, il nostro sistema di approvvigionamento di energia è molto esposto e dimostra la sia fragilità e c’è la necessità di sviluppare le risorse nazionale, riducendo notevolmente il peso della bolletta energetica. Lavoriamo per pagarci l’energia. Abbiamo molte ostilità, molte dovute a una cattiva informazione», ha continuato Cavanna: «l’opinione pubblica ha una percezione errata di quello che stiamo facendo. Né è noto che chi opera nel settore lo fa con una sicurezza degli impianti e per i lavoratori e una competenza fra le più alte al mondo, investendo ingenti risorse sulla formazione e sulle tecnologie. Ci sono imprese pronte ad investire almeno 15 miliardi in Italia per andare oltre, con enormi ricadute sia in termini occupazionali che economiche sui territori regionali capaci di salvare l’economia del Paese. Dalla realtà abbiamo le prove tangibili che ciò che diciamo è vero e vogliamo operare in modo che i benefici della nostra attività ricadano sul territorio».

SI RISCHIA LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE
Il dibattito ha coinvolto anche i responsabili delle aziende presenti che hanno sottolineato il rilievo che ha il settore nel tessuto economico e produttivo regionale, evidenziando il rischio di deindustrializzazione progressiva già in atto e che sarà ulteriormente aggravato nel caso in cui gli investimenti attesi non potranno trovare realizzazione. E’ stato altresì evidenziato come il livello di professionalità delle maestranze impiegate sia garantito anche dal sistema formativo locale, in gran parte coinvolto e potrà generare ulteriori occasioni di occupazione e lavoro per i giovani abruzzesi.
Conoscenza che si traduce anche in ulteriore tutela per il territorio, hanno rimarcato le altre voci del settore, ricordando che il Mare Adriatico è fra i più monitorati dell’intero bacino mediterraneo per via della tecnologia di cui sono dotate le piattaforme e comparando anche altri fattori di rischio ambientale, provenienti da settori diversi da quello degli idrocarburi e lasciati liberi di produrre i propri effetti sul territorio protetto e da proteggere.