POLITICA

Una campagna per cacciare Silvio Berlusconi dal Parlamento italiano

«Il cavaliere non è eleggibile»

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Una campagna per cacciare Silvio Berlusconi dal Parlamento italiano




INTERNET. Una petizione per cacciare Silvio Berlusconi dal Parlamento italiano.
E’ Micromega, rivista del gruppo L’Espresso, che la lancia chiedendo una firma on line sul sito. L’appello al momento ha superato le 140 mila firme, tra le quali anche quelle di personaggi noti come Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Dario Fo, Margherita Hack, Franca Rame, Barbara Spinelli.
Secondo quanto si spiega nella petizione «Berlusconi non era e non è eleggibile» stando alla legge 361 del 1957, che è «stata sistematicamente violata dalla Giunta delle elezioni della Camera dei deputati».
Nel 1994 (maggioranza di centrodestra) e nel 1996 (maggioranza di centrosinistra, primo governo Prodi), un comitato animato da Vittorio Cimiotta (“Giustizia e libertà”), e sostenuto da una campagna stampa del settimanale “l’Espresso”, organizzò i ricorsi dei cittadini elettori, ricorsi che vennero respinti dalla Giunta delle elezioni della Camera (con l’unico voto in dissenso dell’on. Luigi Saraceni, che il centrosinistra non confermerà nella Giunta del 1996).
In pratica la legge sul conflitto di interessi c’era già: all’articolo 10 comma 1 della legge si dichiara in effetti che non sono eleggibili «coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica».
Ma allora la Giunta delle elezioni della Camera ritenne che «l'inciso 'in proprio' doveva intendersi 'in nome proprio', e quindi non applicabile all'onorevole Berlusconi, atteso che questi non era titolare di concessioni televisive in nome proprio».


«Palese interpretazione da azzeccagarbugli», si legge nella petizione, «poiché come scrisse il presidente emerito della Corte Costituzionale Ettore Gallo ‘ciò che conta è la concreta effettiva presenza dell’interesse privato e personale nei rapporti con lo Stato’. Tanto è vero che la “legge Mammì” del 6 agosto 1990, n° 223 sulla disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato stabiliva all’art. 12 il “Registro nazionale delle imprese radiotelevisive” e all’art. 17 comma 2 precisava che “qualora i concessionari privati siano costituiti in forma di società per azioni ecc. … la maggioranza delle azioni aventi diritto di voto e delle quote devono essere intestate a persone fisiche, o a società ecc. … purché siano comunque individuabili le persone fisiche che detengono o controllano le azioni aventi diritto al voto».
MicroMega decide perciò di «riprendere quella battaglia di legalità ormai ventennale attraverso due iniziative: un appello di un gruppo di personalità della società civile, sui cui raccogliere on line le adesioni di tutti i cittadini (con l’obiettivo di migliaia e migliaia di firme), e il fac-simile del ricorso, che potrà essere attivato da ogni elettore del collegio senatoriale per il quale opterà Berlusconi». Nell’ultimo giorno valido (20 giorni a partire dalla proclamazione degli eletti), MicroMega organizzerà la consegna di massa dei ricorsi alla Presidenza e alla Giunta delle elezioni del Senato.
«Se fosse coerente», scrive il direttore della rivista Paolo Flores d’Arcais , «questa petizione la firmerebbe anche Massimo D’Alema: questa legge il Pd (prima Pds, Ds, eccetera) l’ha calpestata in tutte le precedenti legislature, in combutta con Berlusconi e dimostrando perciò che il “complesso dell’inciucio” di cui D’Alema dice che il Pd debba ora liberarsi non lo ha mai avuto»