LA SENTENZA

ABRUZZO. AMMAZZATI DALLA GIUSTIZIA, CONDANNATI ANCORA PER AVER TENUTO ON LINE UN ARTICOLO CORRETTO

Il diritto di cronaca soccombe ancora di fronte alla privacy. La Redazione dichiara sciopero a tempo indeterminato

Redazione Pdn

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ABRUZZO. AMMAZZATI DALLA GIUSTIZIA, CONDANNATI ANCORA PER AVER TENUTO ON LINE UN ARTICOLO CORRETTO
PESCARA. Colpevoli. Per aver tenuto on line un articolo vero e corretto.

 


La notizia era relativa ad un fatto di cronaca avvenuto all’interno di un locale pescarese che ha avuto anche un risvolto penale. I personaggi coinvolti, titolari dell’impresa, avevano chiesto la rimozione dell’articolo.
Il giudice unico del Tribunale di Ortona, Rita Di Donato, con una sentenza fotocopia rispetto a quella firmata dalla collega dello stesso tribunale di Ortona, Rita Carosella a marzo del 2011 condanna PrimaDaNoi.it al pagamento di oltre 17mila euro (tra risarcimento danni e spese legali) riconoscendo il diritto all’oblio (non regolamentato da nessuna legge) e la prevalenza della legge sulla privacy sul diritto di cronaca.
Il giudice ha accolto dunque la domanda dei ricorrenti sostenendo che la notizia (vera e corretta, si ribadisce) andava cancellata a differenza di quanto sostenuto dal giornale che ne ha sempre riconosciuto l’interesse pubblico, anche a distanza di tempo dai fatti.

«Il persistere del trattamento dei dati personali dei titolari del ristorante e il nome dell’esercizio» scrive il giudice, «ha determinato una lesione al diritto alla riservatezza e della reputazione in relazione alla peculiarità dell’operazione di trattamento, caratterizzata da sistematicità e capillarità della divulgazione dei dati e alla natura degli stessi dati trattati, particolarmente sensibili attenendo a vicenda».

È stata accolta la domanda di risarcimento danni poiché secondo il giudice «il trattamento dei dati personali si è protratto per un periodo di tempo superiore a quello necessario agli scopi».
Viene così confermata con una sentenza fotocopia l’incredibile principio della scadenza delle notizie. Particolare non secondario è che tale scadenza non è stabilita da alcuna legge in vigore nello Stato italiano e non è dunque chiaro quale sia il tempo entro il quale eventualmente rimuovere articoli corretti.
Viene inoltre riconfermato che la privacy prevale sul diritto di cronaca, che la gente non deve sapere, che i fatti si devono cancellare anche se questi sono distanti appena pochi anni e magari i procedimetni penali sono ancora aperti.

LA REDAZIONE DI PRIMADANOI.IT

Oggi abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che in questo Paese non c’è spazio per poter compiere il nostro mestiere con onestà e integrità. Il nostro avvilimento è dato dal fatto che chi è onesto deve soccombere prima o poi, che non c'è spazio per alcuna giustizia e che non è nemmeno possibile svolgere tranquillamente il proprio mestiere senza diventare martiri o eroi.
Questa sentenza ci condanna per aver voluto difendere il diritto di ogni cittadino di conoscere e di sapere. Ci condanna perché siamo convinti che se un fatto è accaduto debba essere anche ricordato a beneficio di tutti. Ci spiace per i giudici ma la storia, i fatti, la memoria non si cancellano a colpi di sentenze.
E questa condanna -che reputiamo eclatante sotto molteplici punti di vista- ci costringe da domani ad assecondare ogni richiesta di rimozione di articolo non solo dai motori di ricerca (dai quali l’articolo in questione era stato rimosso già dal 2011) ma anche dal nostro archivio.

Oggi siamo stati condannati per aver violato l’onore di persone finite in procedimenti penali, per aver scritto notizie vere e senza errori. Siamo stati condannati perché ci hanno detto che quello che scriviamo ha una data di scadenza ma nessuno sa dirci qual è questa data. Il Ddl sul diritto all’oblio, pure messo a punto dalla politica di casa nostra ma mai divenuto legge, viene già applicato: chi vuole ripulire la propria immagine da notizie scomode può stare tranquillo.
Negli ultimi anni l'accanimento abnorme verso questo giornale con decine di cause di persone che si sono sentite a vario titolo diffamate ha creato in noi un clima di sfiducia e ha reso oltremodo gravoso il nostro lavoro. Non crediamo che in un Paese normale, civile, pulito, avanzato, democratico possano accadere simili cose. Non chiediamo nulla se non quello di poter svolgere tranquillamente il nostro lavoro.

Oggi c’è stata l’ennesima conferma che la privacy vale più del diritto di cronaca, che in questo Paese si può scrivere ma si deve dimenticare in fretta. La cifra da sborsare per questo giornale -già ampiamente vessato dal mercato corrotto- che non vive di contributi pubblici, ci strozza e dichiara la nostra morte.
La Redazione da questo momento proclama uno sciopero a tempo indeterminato e nelle prossime ore si deciderà se riprendere gli aggiornamenti o concludere per sempre questa esperienza editoriale nella convinzione che il prezzo da pagare (non quello economico) e le umiliazioni subite per chi lavora con onestà e rispetto delle leggi sia realmente troppo elevato.