SANITA'

Piano emergenza-urgenza: ecco come cambia il concetto di soccorso

Il malato sarà trasportato non all’ospedale più vicino, ma a quello più attrezzato

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Piano emergenza-urgenza: ecco come cambia il concetto di soccorso
ABRUZZO. Ictus, infarto e traumi: sono questi i killer più spietati della salute su cui è stato calibrato il nuovo Piano dell’emergenza urgenza per l’Abruzzo.

Si punta molto sul cambio di mentalità necessario per affrontare consapevolmente le emergenze.
Oggi infatti il concetto prevalente è quello di caricare il malato sull’ambulanza per trasportarlo all’ospedale più vicino, da domani dovrà passare il principio di trasportarlo nel centro più attrezzato per curarlo.
Tutto scritto e spiegato nella bozza del Piano che PrimaDaNoi.it ha potuto leggere e che si pone «l’obiettivo di definire le iniziative e gli interventi necessari per la riorganizzazione della rete emergenza/urgenza nella Regione, per ottimizzare le risorse e migliorare l’erogazione dei servizi sanitari sul territorio, secondo criteri di efficienza, efficacia, appropriatezza ed eticità».
 Nel documento si legge che «il sistema di emergenza urgenza in Abruzzo si presenta al momento attuale ancora frazionato nei vari ambiti talora privi di coordinamento ed integrazione fra le diverse articolazioni: centrali operative 118, mezzi dell’emergenza territoriale e rete di strutture dell’emergenza funzionalmente differenziate in Ppi (punti di primo intervento, Pronto soccorso ospedaliero e Dipartimenti di Emergenza (Dea)» che invece dovrebbe essere integrati.
Ad esempio, in Abruzzo oggi ci sono 4 centrali operative del 118 (e cioè una per provincia) mentre ne servirebbe una sola (al massimo due visto che il bacino di utenza di una centrale è da 500 mila ad 1 mln di abitanti) per coordinare gli interventi e lo smistamento dei codici bianchi e verdi verso i medici di base ed i pediatri. Il discorso vale anche per altri settori, nascosti sotto alcune sigle come Stam (il trasporto della donna con gravidanza a rischio) e Sten (il trasporto del neonato a rischio). La bozza del Piano è già pronta da un pò di tempo (la raccolta dei dati del fabbisogno era iniziato con il sub commissario Giovanna Baraldi) anche per il lavoro approfondito dell’Agenzia sanitaria regionale. A complicare un pò le previsioni è intervenuto il regolamento Balduzzi che lega il numero delle strutture dell’emergenza alla popolazione e che impone alcune dotazioni indispensabili.
Resta però valida l’impostazione generale del Piano proposto, con la conseguenza più immediata e più pratica: non si tratta di creare un numero maggiore di Pronto soccorsi, ma di mettere in piedi una rete territoriale capace di rispondere alle richieste dei cittadini secondo il principio dell’adeguatezza dell’intervento. Non serve che un paziente con un ictus o un infarto o un trauma sia scaricato comunque in un Pronto soccorso, deve essere portato dove c’è la Stroke unit (per l’ictus) o una cardiologia attrezzata o un’ortopedia di livello. E lo stesso dovrà accadere con gli altri casi di intervento urgente, con un’avvertenza particolare: non esiste un’emergenza territoriale ed un’altra ospedaliera, con due diverse filosofie di intervento. L’infarto può accadere anche in ospedale, così come l’ictus. L’importante è avere gli strumenti per curarli. Il Piano parte dall’analisi del numero e del tipo di intervento di soccorso nelle varie Asl, fotografando anche le postazioni attive sia con ambulanza che con auto medicalizzata. Ed arriva alla proposta finale, ricavata attraverso una serie di parametri che vanno dalla popolazione, differenziata tra montagna e mare, alle variabili come la viabilità, i flussi turistici stagionali ed il tempo di percorrenza (che va dagli 8 ai 20 minuti) per il soccorso. Di fatto gli schemi del fabbisogno proposti secondo le indicazioni dell’Agenas (l’agenzia sanitaria nazionale) non sono - numericamente - molto differenti da quelli esistenti nella varie Asl. Quello che manca sono le reti specialistiche (Stroke unit, traumi, infarti ecc.) e manca soprattutto un Dea (dipartimento emergenza urgenza) a valenza regionale che diventa «lo strumento organizzativo che aggrega processi operativi omologhi della centrale operativa e delle strutture coinvolte nel sistema di emergenza urgenza per l’erogazione del soccorso sanitario appropriato» e identico in tutta la Regione. Infatti «la risposta sanitaria territoriale all’emergenza deve essere omogenea e codificata». Dunque un progetto ambizioso che punta molto anche sulla formazione continua del personale, sullo svecchiamento dei mezzi di soccorso e sulle convenzioni con le associazioni di volontariato, oltre che sulla informazione ai cittadini per un corretto uso del sistema dell’emergenza.
Sebastiano Calella