DISORDINE SUL RIORDINO

Emendamenti, localismi e caduta del governo hanno affossato il riordino delle Province

Esulta chi voleva che le cose rimanessero così come sono

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Emendamenti, localismi e caduta del governo hanno affossato il riordino delle Province
ROMA. Alla fine l'eccesso di emendamenti e i tempi stretti imposti dalla crisi di governo hanno affossato il riordino delle Province.

 Di questo hanno preso atto i senatori della Commissione Affari Costituzionali del Senato, dopo una riunione 'notturna' iniziata dopo le 20.30, a cui hanno preso parte anche il ministro per la P.A. Filippo Patroni Griffi e il suo collega per i Rapporti col Parlamento Piero Giarda. Deluso il presidente dell'Upi Antonio Saitta, secondo il quale sulla mancata conversione del decreto 188 hanno pesato i localismi e «chi vuole conservare così com'é l'organizzazione attuale dello Stato».
 Intanto oggi, ha spiegato il presidente della Commissione Carlo Vizzini, si terrà a Palazzo Madama una riunione dei capigruppo per studiare il da farsi, anche se, ha fatto capire, le speranze di far cambiare rotta al dl sono pochissime. Che la riunione di ieri sera potesse portare a un nulla di fatto lo si era già capito nel fine settimana dai discorsi della maggior parte dei componenti della 1/a Commissione del Senato, che dall'annuncio del premier Monti dell'inizio della crisi non riuscivano più a vedere possibili approdi utili, soprattutto alla luce dell'inserimento delle pregiudiziali di incostituzionalità in aula, annunciata oggi dal Pdl Oreste Tofani, e dalle minacce, sempre in questo senso, lanciate dalla Lega Nord. Sulla mancata conversione del decreto hanno quindi pesato gli oltre 140 subemendamenti (a fronte dei 5-6 maxiemendamenti messi insieme dai relatori Bianco e Saltamartini), arrivati alle 13 in Commissione, la cui discussione avrebbe procrastinato oltre misura i tempi per una possibile approvazione. Deluso il ministro per la P.A. Filippo Patroni Griffi: «Il governo ha fatto ciò che doveva fare, ma la situazione non si poteva sbrogliare come del resto hanno confermato questa sera i capigruppo in Commissione», ha spiegato all'uscita dalla Commissione.
«Il governo ha fatto insieme al Parlamento un buon lavoro fino alla spending review - ha riconosciuto il ministro - ma poi si sono imposti alcuni 'giochi' in Parlamento».
 Amaro anche il presidente della Commissione Carlo Vizzini, che questa mattina era arrivato presto a Palazzo Madama per preparare la riunione di questa sera in cui sarebbe iniziato il voto sui singoli emendamenti.
«Probabilmente è il destino di questi mesi, ma anche questa sera abbiamo perso un'altra occasione importante. Senza polemiche, credo che in questi mesi - ha detto - si sia fatto uno sforzo per trovare al meglio le condizioni per approvare il provvedimento. Ma la tristezza è maggiore se penso all'occasione persa oggi e al fatto che domani il Paese - ha concluso - si prepara ad incontrare l' 'amico Porcellum'».
 Con le idee chiare i relatori: se per Enzo Bianco (Pd) ha pesato «il cambiamento dello scenario politico», per Filippo Saltamartini (Pdl) ci sono state «troppe complicità e tanti interessi provenienti dai territori», ma poi ha osservato che «le Province vanno abolite tutte, operando sull'articolo 114 della Costituzione, assegnando le loro funzioni a Regioni e Comuni».
 Anche Mauro Marino del Pd punta il dito sulla «laboriosa ridefinizione dei collegi e sull'instabilità della situazione politica». Ma il più deluso di tutti è apparso alla fine il presidente dell'Upi Antonio Saitta, che accusa «i localismi e chi vuole conservare così com'é l'organizzazione attuale dello Stato». Però non si dà per vinto e propone al Parlamento di inserire nella legge di Stabilità «qualche proposta per aiutare le Province», garantendo così i servizi da esse espletati, come «la manutenzione delle scuole e delle strade, i centri per l'impiego e il trasporto locale».