IL CASO

Ciapi, dipendenti in rivolta: «ma quale carrozzone, i debiti li ha fatti la Regione»

Perplessità della Confsal sulla Fondazione e sulla vendita degli edifici all’UdA

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Ciapi, dipendenti in rivolta: «ma quale carrozzone, i debiti li ha fatti la Regione»

CHIETI. «Ma quale carrozzone che ha fatto debiti, come dice l’assessore Paolo Gatti: il Ciapi “originale” – quello nato per la formazione professionale a servizio delle industrie della ValPescara - oggi ha solo 7 dipendenti e tre milioni di crediti per le quote che la Regione non paga da tre anni».

«Allora sarebbe meglio spiegare che ad affossare questa struttura è stata proprio la Regione che ora alza la voce, con molte amnesie sia per i 40 dipendenti che ci ha regalato – e che comunque vanno difesi come tutti – sia per la gestione pregressa, omettendo controlli e verifiche pur avendo una partecipazione del 98%».
Francesco Verna, rappresentante aziendale della Confsal Fenal, commenta così le dichiarazioni dell’assessore Gatti dopo la proposta dei sindacati (Cgil, Cisl, Uil e la stessa Confsal) che avevano chiesto un piano industriale per il rilancio delle attività del Ciapi e l’azzeramento dei debiti attraverso un mutuo ipotecario sul patrimonio immobiliare dell’Ente. «Io lavoro qui da 38 anni e quindi conosco la nostra storia – continua Verna – il Ciapi era una struttura fiorente, poi è stato affossato dalle amministrazioni regionali che si sono succedute con due iniziative devastanti: prima hanno venduto il patrimonio immobiliare all’università d’Annunzio, concedendo i laboratori più produttivi e gli edifici dove si faceva e si potrebbe fare ancora la formazione di 1° livello (ad esempio per i giovani o gli extra comunitari). Poi ci hanno usato come “ammortizzatore sociale” per accogliere i 68 dipendenti degli ex enti privati di formazione che erano stati chiusi, come l’Enaip ed altri: noi eravamo in 40 addetti e arrivammo a 108. E lì iniziò la crisi che ora la Regione ci rimprovera. Sta scritto tutto qui».

LA LETTERA NEI CORRIDOI
 In effetti nei corridoi del Ciapi è stata affissa da ieri una lettera inviata all’assessore Gatti da parte della Confsal Fenal, a firma di Piero Piermattei (segreteria provinciale) e di Giovanni Imparato (regionale). In cinque pagine molto fitte, viene ripercorsa la storia degli ultimi 12 anni di vita e di gestione del Ciapi, con riferimenti puntuali alle vicende “subìte” da parte delle Giunte che si sono succedute (ci sono 9 anni di governo del centrodestra e 3 del centrosinistra) e con interrogativi pesanti - e perciò riportati in neretto – sulle vicende che più hanno inciso sullo stato di salute economico dell’Ente.
Una storia molto complessa che spiega con i fatti lo scambio di accuse tra Camillo D’Alessandro, capogruppo Pd alla Regione, e l’assessore Mauro Febbo su “chi dimentica la responsabilità dei debiti”: in effetti – secondo la lettera – ci sono responsabilità bipartisan, con prevalenza netta del centrodestra.
Intanto quando si parla di Ciapi, si fa riferimento a due realtà. Una è la Fondazione, che gestisce il patrimonio immobiliare, l’altra è l’Associazione che svolge attività di formazione. La Fondazione è quella che ha venduto gli immobili all’università d’Annunzio, in pratica alienando i tre quinti del patrimonio, quando era provveditore (così si chiama il presidente) Donato Di Cesare, molto vicino all’onorevole Sabatino Aracu e nello stesso tempo vice coordinatore regionale di Forza Italia. 

L’INCHIESTA DELLA GDF
Su questa operazione, come noto, c’è stata una lunga indagine della GdF di Chieti, conclusasi nel 2011 ed attualmente ferma alla Procura della Repubblica di Chieti. I 13,6 mln di euro incassati dovevano servire a ripianare i debiti del Ciapi, ma ne furono usati solo la metà circa ed il resto servì a far funzionare la Fondazione. Fu nominato un CdA di tre consiglieri, con gettoni molto alti, furono chiamati tre revisori dei conti, anche loro molto ben stipendiati, furono assunti 2 dipendenti a tempo indeterminato. Il tutto con uno spreco ingente di risorse, se si pensa che prima della Fondazione la gestione di questo patrimonio edilizio era seguita da un solo impiegato per circa tre ore alla settimana. Addirittura il presidente assunse pure una segretaria, poi c’era un lungo elenco di consulenti, di avvocati, di ingegneri incaricati di svolgere lavori con parcelle ben pagate.
 Tutto riscontrato nell’inchiesta della Gdf che ha ripercorso anche il tragitto degli assegni circolari da 250 mila euro con cui l’UdA pagò i 13,6 mln, scoprendo a sorpresa che non tutti servirono a pagare i debiti del Ciapi, tanto che le indagini si allargarono a banche dell’est europeo. L’Associazione invece ha subìto la prima immissione di personale esterno tra il 2000 ed il 2001, quando la Regione utilizzò il Ciapi come ammortizzatore sociale spedendo lì 68 dipendenti licenziati dagli Enti di formazione privati. Poi a gennaio 2008 il personale fu ridotto di 7 dipendenti (da 49 a 42), mentre a novembre dello stesso anno la Regione assunse altri 5 impiegati a tempi indeterminato, nonostante il parere negativo dei Revisori dei conti. Tra l’altro i 7 licenziati hanno vinto tutti le vertenze di lavoro con risarcimenti molto pesanti.

UN FALSO STORICO?
 Ora a sorpresa, quasi a smentire l’assessore che sembra voler staccare la spina al Ciapi (anche se la Regione non paga la quota a suo carico), l’associazione presenta un bilancio 2011 in attivo di 8 mila euro e per il 2012 si profila un pareggio.
La Confsal chiede di sapere se la Fondazione, pur avendo maneggiato tanti soldi, aveva il riconoscimento giuridico e se poteva vendere all’UdA il patrimonio edilizio ricevuto dalla Regione.
Sebastiano Calella